Sempre più avvocati usano l’AI per le cause legali


L’intelligenza artificiale sta entrando in uno degli ambiti più delicati e regolamentati della società: la giustizia. Negli Stati Uniti, sempre più cittadini affrontano le cause legali senza l’assistenza di un avvocato, ma affidandosi a strumenti AI come ChatGPT, Claude, Gemini o Copilot. E li usano per preparare documenti, costruire argomentazioni e orientarsi tra procedure spesso complesse. Il problema è che questi strumenti, come ben sappiamo, non sono proprio del tutto affidabili.

Il fenomeno sta producendo effetti concreti nei tribunali federali. Da una parte, i giudici si trovano davanti a documenti più chiari e meglio strutturati. Dall’altra, emergono interrogativi completamente nuovi. Un chatbot AI che fornisce consigli per cause legali ha delle responsabilità? Le conversazioni con un modello linguistico dovrebbero essere protette come quelle tra cliente e avvocato? E chi risponde degli errori quando l’intelligenza artificiale suggerisce strategie sbagliate?

Mentre il dibattito giuridico prende forma, una cosa appare già evidente: l’AI sta cambiando il modo in cui molte persone accedono alla giustizia.

Quando l’AI prepara le cause legali

L’impatto è visibile nei numeri. In un’analisi che ha preso in esame 4,5 milioni di cause civili federali tra il 2005 e il 2026, la quota di procedimenti avviati da persone senza rappresentanza legale è passata dall’11% nel 2022 al 16,8% nel 2025. Nello stesso periodo, il numero di atti depositati da questi cittadini è più che raddoppiato rispetto ai livelli precedenti al 2023.

Per la giudice federale Maritza Braswell, magistrata in Colorado, l’intelligenza artificiale ha avuto un ruolo importante in questa crescita. Abituata a utilizzare strumenti AI per verificare documenti processuali, afferma di riconoscere spesso la scrittura generata dai grandi modelli linguistici, sia per lo stile sia per la presenza di errori caratteristici come citazioni inventate, riferimenti giuridici inesistenti o passaggi completamente allucinati.

Nonostante questi limiti, Braswell osserva anche un effetto positivo. Molti documenti risultano più ordinati, leggibili e comprensibili rispetto a quelli prodotti in passato da persone prive di formazione giuridica.

Per anni i tribunali hanno ricevuto richieste scritte a mano, spesso difficili da interpretare e talvolta quasi indecifrabili. I giudici erano comunque tenuti a leggerle e a cercare di comprenderne il significato. Oggi, pur dovendo verificare con attenzione eventuali errori, i magistrati riescono spesso a individuare più rapidamente il nucleo delle argomentazioni presentate dai cittadini.

Secondo Braswell, comprendere meglio una richiesta significa anche poterla valutare in maniera più efficace. L’AI non sostituisce la preparazione legale, ma può aiutare le persone a esprimere con maggiore chiarezza ciò che intendono sostenere in tribunale.

La diffusione di questi strumenti sta inoltre favorendo la nascita di comunità online dedicate all’autoassistenza legale. Nel dicembre 2024, un post diventato virale su Reddit spiegava agli immigrati come utilizzare Microsoft Copilot per redigere un ricorso contro i ritardi dell’US Citizenship and Immigration Services, affidando poi a un avvocato una revisione finale prima del deposito.

In Vermont, le conseguenze sono state immediate: le cause presentate da persone senza avvocato sono passate da circa 45 all’anno prima del 2022 a oltre 1.100 nel 2024.

L’aumento dei procedimenti, tuttavia, non coincide con un aumento delle vittorie. I cittadini che si rappresentano da soli continuano infatti ad avere molte meno probabilità di successo rispetto a chi può contare su un legale. Scrivere un documento è soltanto una parte del lavoro richiesto da una causa, che comprende anche strategia processuale, gestione delle prove, conoscenza delle procedure e capacità di negoziazione.

Privacy, segreto professionale e nuove zone grigie del diritto

L’arrivo dell’intelligenza artificiale nel settore legale sta creando una serie di questioni che fino a pochi anni fa sarebbero sembrate fantascienza.

Una delle più importanti riguarda la riservatezza delle conversazioni tra utenti e chatbot. Se una persona utilizza ChatGPT o Claude per preparare la propria strategia processuale, quelle comunicazioni dovrebbero essere protette come avviene per il rapporto tra cliente e avvocato? Beh, basti sapere che alcuni tribunali hanno già iniziato a pronunciarsi, ma senza raggiungere una posizione condivisa.

Nel febbraio scorso, un tribunale federale del Michigan ha stabilito che le conversazioni utilizzate da una persona per preparare la propria causa con ChatGPT rientravano nel cosiddetto “work product”, cioè il lavoro legale protetto dalla divulgazione alla controparte.

ai quantistica

Nello stesso giorno, però, un tribunale federale di New York ha adottato una posizione opposta riguardo a documenti generati con Claude. Secondo quella decisione, un chatbot non è un avvocato e l’utente non può presumere che le comunicazioni godano dello stesso livello di tutela garantito dal segreto professionale.

Anche Braswell si è espressa sul tema, sostenendo che il fatto che sistemi come ChatGPT, Claude o Gemini raccolgano dati degli utenti non elimina automaticamente ogni aspettativa di privacy. Per il momento, il panorama giuridico rimane frammentato e i tribunali continuano a interpretare la questione in modi differenti.

Chi paga quando il chatbot sbaglia?

Accanto al tema della privacy emerge quello della responsabilità. Se un chatbot fornisce un consiglio errato che porta un cittadino a prendere decisioni sbagliate, chi dovrebbe risponderne?

La giudice federale Allison Goddard, in California, racconta di aver osservato diversi casi in cui persone senza avvocato arrivavano alle trattative con aspettative economiche del tutto irrealistiche dopo aver consultato ChatGPT.

In una controversia riguardante una caduta in un negozio, un cittadino chiedeva 700.000 dollari di risarcimento, una cifra che secondo la giudice era ampiamente sproporzionata rispetto al valore reale della causa. Approfondendo la questione, emerse che quella valutazione proveniva proprio da un chatbot.

La situazione ricorda, nelle parole della magistrata, il fenomeno di chi si affida a ricerche mediche online senza il supporto di uno specialista. Solo che, in questo caso, “Dr. Google” sembra essersi iscritto a giurisprudenza.

Il dibattito ha già raggiunto le aule dei tribunali. A marzo, Nippon Life Insurance Company ha citato in giudizio OpenAI sostenendo che ChatGPT avrebbe esercitato attività legale senza autorizzazione e contribuito alla riapertura di una controversia già chiusa, generando una serie di depositi ritenuti infondati.

OpenAI ha chiesto l’archiviazione del procedimento, sostenendo che ChatGPT non è una persona e non esercita la professione forense. La controversia è tuttora pendente.

Nel frattempo, alcuni legislatori stanno cercando di definire nuove regole. Lo Stato di New York ha introdotto una proposta che vieterebbe ai chatbot di impersonare avvocati. Inoltre, a livello federale, sono state avanzate iniziative simili per impedire ai sistemi AI di presentarsi come professionisti autorizzati in settori regolamentati.

Nonostante le incognite, sempre più cittadini continuano a rivolgersi all’intelligenza artificiale per orientarsi nel sistema giudiziario. Per molti di loro, i benefici percepiti superano i rischi. E nelle aule di tribunale si nota già un cambiamento: persone che un tempo rispondevano con esitazione alle domande dei giudici oggi mostrano maggiore sicurezza, spesso dopo aver simulato colloqui e preparato argomentazioni con l’aiuto di un chatbot.


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 Marco Brunasso

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