La quarta giornata di lavori dell’incontro del Papa con i capi delle Chiese Orientali e i presidenti delle Conferenze episcopali, a dieci anni dall’esortazione post-sinodale, dedicata ai primi anni del matrimonio. Il cardinale José Cobo Cano: “Serve una pastorale della continuità”. La teologa Mazzini: “Il sacramento non va solo celebrato, ma anche vissuto”
Francesco Ricupero – Città del Vaticano
“La conversione pastorale della Chiesa ci chiama a metterci in ascolto attento dell’esperienza delle giovani coppie sposate: di come raccontano ciò che stanno imparando insieme o ciò che impedisce loro di apprendere e crescere; delle risorse che scoprono nel sacramento del matrimonio; di ciò che si aspettano dalle comunità cristiane e di come comprendono la propria responsabilità missionaria”. È quanto ha sottolineato, stamane, sabato 10 ottobre, il cardinale Kevin Farrell, prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, presentando, nell’Aula Paolo VI, la quarta giornata dell’incontro “A dieci anni da Amoris laetitia: annunciare il Vangelo con le famiglie oggi”. Il convegno, in corso fino al 14 ottobre, riunisce Leone XIV con i capi delle Chiese Orientali, i presidenti delle Conferenze episcopali, coppie sposate e diversi esperti.
Un tempo decisivo
Introducendo i lavori sul tema odierno “La vita matrimoniale. I primi anni di matrimonio: un tempo decisivo”, il porporato ha messo in evidenza che “a partire dal Concilio Vaticano II, sono stati compiuti notevoli sforzi pastorali per arricchire la preparazione al matrimonio, valorizzando l’esperienza delle coppie sposate e offrendo ai fidanzati occasioni per vivere esperienze di fraternità e di preghiera all’interno della comunità cristiana. Eppure — ha aggiunto — constatiamo che questo non è sempre sufficiente per aiutare le coppie di novelli sposi a comprendere e approfondire l’amore coniugale che prende forma in loro nei primi anni di matrimonio, né ad affrontare le difficoltà che possono sorgere con la nascita dei figli o man mano che imparano a conoscersi più profondamente”.
La necessità di un accompagnamento costante
Uno spunto di riflessione su come ascoltare e accompagnare i coniugi all’inizio della loro vita matrimoniale è stato offerto dal cardinale José Cobo Cano, arcivescovo metropolita di Madrid, il quale ha posto l’accento su quanto la Amoris laetitia abbia “aiutato a guardare in modo diverso alla realtà del matrimonio e ha aperto nuovi orizzonti pastorali. Ma la prima sfida non consiste nell’elaborare nuovi programmi. La domanda è: comprendiamo davvero la realtà delle coppie che vogliamo accompagnare?”. Secondo l’arcivescovo di Madrid l’esortazione apostolica post-sinodale invita a riscoprire il matrimonio non soltanto come un sacramento da celebrare, ma come una vocazione da vivere e coltivare lungo il corso della vita. Sposarsi, infatti, significa scegliere di donarsi reciprocamente, costruire un progetto comune e imparare ad amarsi nella concretezza della vita, con le sue gioie e le sue difficoltà. Per questa ragione, la pastorale matrimoniale è chiamata a compiere un cambiamento fondamentale: passare da una preparazione concentrata soprattutto sulle nozze a un accompagnamento che sostenga gli sposi prima, durante e dopo il matrimonio.
Dialogo, pazienza e perdono
“Amoris laetitia ha indicato due elementi fondamentali a cui prestare attenzione dal momento in cui una coppia si avvicina alla Chiesa: l’accompagnamento e il discernimento. Una cosa — ha ricordato il cardinale — è chiedere: ‘Cosa devono sapere per sposarsi?’. Un’altra, più profonda, è: ‘Cosa hanno bisogno di scoprire per sapere se sono chiamati a donarsi definitivamente l’uno all’altro?’”. Poiché non basta trasmettere ai fidanzati le conoscenze necessarie per celebrare il sacramento; occorre aiutarli a comprendere il significato della scelta che stanno compiendo, accompagnandoli nel discernimento della loro vocazione e nella conoscenza reciproca. Il matrimonio, infatti, è un cammino in continua evoluzione. I primi anni, la nascita dei figli, le responsabilità lavorative, le difficoltà economiche, la malattia e i cambiamenti personali richiedono capacità di dialogo, pazienza, perdono e rinnovata volontà di rimanere uniti.
“L’orologio dei fidanzati”
Cobo Cano ha quindi evidenziato che “come in molte diocesi, a Madrid stiamo sperimentando, accanto ai corsi prematrimoniali, proposte come ‘l’orologio dei fidanzati’, che partono da una semplice intuizione: una coppia ha bisogno di regalarsi del tempo di qualità per parlare, ripercorrere la propria storia, riconoscere punti di forza e fragilità, pregare e discernere. La questione che queste esperienze ci pongono va oltre un metodo concreto: ci porta a chiederci come rendere possibile un vero processo di discernimento. E questo — ha proseguito — riguarda anche la decisione di sposarsi. Se una coppia arriva dopo otto o dieci anni di relazione, con il matrimonio già deciso, c’è davvero spazio per discernere? Se affermiamo che il matrimonio è una vocazione, come si discerne una vocazione matrimoniale nella Chiesa? Un colloquio pastorale ben condotto in questi momenti e la formazione di chi accompagna possono aprire nuove strade, ma la domanda rimane aperta”.
Costruire il “noi” senza annullare “l’io”
E, infatti, una delle sfide più importanti è imparare a costruire un “noi” senza annullare l’identità dell’”io” e del “tu”. Questo richiede tempo di qualità, ascolto reciproco, condivisione della fede e capacità di affrontare i conflitti senza permettere che indeboliscano il legame. “Il matrimonio cristiano — ha evidenziato ancora l’arcivescovo di Madrid — non è solo una storia di due persone; è anche una vocazione ecclesiale, chiamata a crescere e a dispiegarsi all’interno di una comunità. Questo ci porta a una domanda pastorale di fondo: di quale comunità hanno bisogno oggi le nostre coppie sposate? Qual è il contributo che devono dare la diocesi, la parrocchia, i movimenti e, soprattutto, le altre coppie sposate per creare comunità capaci di accogliere e sostenere la vita coniugale? In questo ambito — ha spiegato — emerge una figura che può rivelarsi fondamentale: sono le coppie che accompagnano altre coppie, non in qualità di esperti, ma partendo da un’esperienza vissuta, compresa nel discernimento e condivisa”.
Per una pastorale della continuità
Pertanto, la sfida principale per la Chiesa è dunque passare da una pastorale dei singoli momenti a una pastorale della continuità, capace di accompagnare l’intera storia della vocazione matrimoniale. Il matrimonio è un bene prezioso da custodire, una vocazione che richiede impegno quotidiano e un legame che si costruisce nel tempo. La preparazione alle nozze è solo l’inizio: la vera sfida è aiutare gli sposi a vivere il sacramento ricevuto, trasformando la loro unione in una testimonianza concreta di amore, fedeltà, perdono e speranza.
Passare dal “sacramento celebrato” al “sacramento vissuto”
Di mistagogia del vincolo sacramentale ha parlato poi la professoressa argentina María Marcela Mazzini, docente di Teologia, la quale ha invitato i presenti proprio a “leggere i primi anni di matrimonio come una vera e propria mistagogia del sacramento celebrato”. “La Chiesa antica — ha ricordato — chiamava mistagogia l’introduzione progressiva in un mistero già ricevuto sacramentalmente: ciò che era stato celebrato era vero ed efficace, ma chiedeva di essere compreso dall’interno e fatto proprio in modo vitale. Qualcosa di simile accade nel matrimonio: ‘Il consenso inaugura un legame reale, una communio personarum chiamata ad accogliere progressivamente la propria verità: il passaggio dal sacramentum celebratum al sacramentum vivendum, senza separare il dono dal compito, né la grazia dalla libertà”. Amoris laetitia lo esprime con chiarezza: il “sì” degli sposi “è l’inizio di un itinerario” e il matrimonio non può essere inteso come “qualcosa di concluso”, ha proseguito Mazzini, nel sottolineare come i primi anni di matrimonio richiedano di riorganizzare denaro, lavoro, faccende domestiche, famiglie d’origine, sessualità e, spesso, l’arrivo dei figli.
I fattori di crisi
“Quattro nuclei di crisi mostrano questa dimensione pasquale quotidiana: il primo è la comunicazione e la gestione del conflitto, il secondo è l’organizzazione della vita comune, il terzo è l’economia e il progetto di vita” e infine “la sessualità e l’intimità, dove le differenze di desiderio, la stanchezza, la fertilità e i modi di esprimere affetto si intrecciano con la qualità complessiva del legame”. Secondo la professoressa, “il ‘noi’ non nasce automaticamente dal fatto che due persone si amino, né è la somma di due individui, né una fusione, ma è l’incontro di due culture familiari che danno vita a una terza, nuova e irripetibile”.
Il segno visibile di un Amore più grande
“Accompagnare gli sposi nei loro primi anni di matrimonio” significa “riconoscere che non accompagniamo solo due individui, ma un legame nascente, un ‘noi’ ancora fragile e pieno di possibilità. Nel profondo, il matrimonio sacramentale — ha concluso — può essere contemplato così: due libertà che, sostenute dalla fedeltà di Gesù Cristo, fanno della loro reciproca accoglienza il segno visibile di un Amore più grande. Questa è anche una parola per la Chiesa e per il mondo: l’unità non esige la soppressione della differenza; appartenere non significa possedere; prendersi cura non significa dominare; e la fedeltà permette di attraversare le trasformazioni senza abbandonare l’alleanza”.
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