Se si guarda soltanto il risultato elettorale, il Partito Democratico a Marsala può rivendicare una vittoria. Dopo cinque anni trascorsi ai margini dell’aula consiliare, senza rappresentanza e con una presenza politica spesso più teorica che concreta, il Pd torna a Palazzo VII Aprile. Lo fa superando la soglia di sbarramento, raggiungendo l’8,78% dei consensi ed eleggendo tre consiglieri comunali.
Un risultato che nel 2020 sembrava tutt’altro che scontato.
La scelta di sostenere una candidata sindaca esterna al partito, come Andreana Patti, si è rivelata vincente sul piano elettorale. Una scommessa che il Pd ha accettato non per convinzione unanime ma per necessità politica, dopo mesi di riunioni, trattative e confronti interni che hanno visto un ruolo determinante del deputato regionale Dario Safina.
La verità è che il Pd marsalese non è stato in grado di esprimere una candidatura autorevole e condivisa proveniente dalla propria area politica. Dopo cinque anni di opposizione debole, senza una reale capacità di incidere nel dibattito cittadino, il partito si è ritrovato a dover cercare fuori da sé quella leadership che non era riuscito a costruire al proprio interno.
Qualcuno potrebbe azzardare il paragone con il modello Genova, Silvia Salis sindaca, dove il campo progressista ha scelto una figura non organica ai partiti. Ma il confronto si ferma qui. Le condizioni politiche, il profilo dei candidati e il contesto amministrativo raccontano storie completamente diverse.
Dietro il passo indietro, la battaglia per il controllo del partito
Un capitolo a parte merita la scelta di Linda Licari di rinunciare all’assessorato. Una decisione che ufficialmente può essere letta come la volontà di continuare a guidare il partito da segretaria cittadina, ma che sul piano politico assume contorni ben più complessi. Accettando l’incarico in giunta, Licari avrebbe dovuto lasciare il seggio in Consiglio comunale, aprendo le porte all’ingresso della prima dei non eletti, Anna Caliò. Uno scenario che avrebbe modificato gli equilibri interni del Pd e della stessa maggioranza. Con Caliò a Sala delle Lapidi si sarebbe infatti potuto consolidare un asse consiliare con Piero Cavasino e Mario Rodriguez, figure certamente vicine al progetto politico democratico ma non riconducibili all’area della segretaria. Un gruppo capace di acquisire peso e autonomia dentro il partito, ridimensionando di fatto la leadership di Licari. La rinuncia all’assessorato appare una scelta dettata non soltanto da ragioni organizzative, ma anche dalla necessità di mantenere il controllo del partito, della rappresentanza consiliare e degli equilibri interni, evitando la nascita di un fronte alternativo.
I dem, la campagna acquisti, la scommessa
Il dato politico più interessante è che il Pd ha tentato una vera e propria campagna acquisti e, almeno in parte, ci è riuscito. Mario Rodriguez è tornato a casa. Piero Cavasino ha trovato spazio nella lista pur senza essere tesserato. Segnali di un partito che prova a riallargare il proprio perimetro e a recuperare pezzi di una comunità politica dispersa negli anni.
Ma dietro la fotografia delle celebrazioni social e dei sorrisi di rito si nasconde una realtà molto meno rassicurante.
Il Pd marsalese continua ad essere attraversato da divisioni profonde. La segretaria cittadina Linda Licari non rappresenta una scelta condivisa da tutte le anime del partito. Le tensioni interne non si sono dissolte con la vittoria elettorale. Anzi, in alcuni casi sembrano essersi accentuate.
Le discussioni sugli assessorati, le rivendicazioni delle diverse correnti hanno riportato immediatamente in superficie quelle fratture che il risultato delle urne aveva soltanto temporaneamente coperto. Due aree del partito continuano a guardarsi in cagnesco, alimentando una guerra fredda che rischia di condizionare i prossimi anni.
Per questo il ritorno a Palazzo VII Aprile rappresenta certamente un successo, ma non può essere scambiato per una rifondazione politica.
Il Pd ha recuperato rappresentanza istituzionale. Ha ottenuto un assessore in giunta. Ha riportato il proprio simbolo dentro il Consiglio comunale. Tuttavia resta aperta la questione più importante: la costruzione di una nuova classe dirigente.
Perché se per vincere è stato necessario affidarsi a una candidata esterna e recuperare figure già note del panorama politico cittadino, significa che il problema non è stato risolto. È stato semplicemente rinviato.
Il Partito Democratico marsalese oggi può festeggiare il ritorno nelle stanze del potere. Ma tra una vittoria elettorale e la ricostruzione di un partito c’è una differenza enorme. E quella partita, per quanto raccontino le foto di gruppo e i post celebrativi, è ancora tutta da giocare.
Oltre il risultato elettorale
Alla fine il Pd può rivendicare un risultato che fino a pochi mesi fa appariva tutt’altro che scontato. È tornato in Consiglio comunale, ha ottenuto una rappresentanza significativa e parteciperà al governo della città. Ma le elezioni servono a conquistare uno spazio politico, non a certificare la solidità di un partito.
Adesso arriva la prova più difficile. Perché vincere è importante, governare lo è ancora di più. E per governare servono unità di intenti, una linea politica chiara, una classe dirigente capace di guardare oltre le appartenenze interne e una struttura amministrativa all’altezza delle sfide che attendono Marsala.
Le correnti, i veti incrociati e le guerre di posizionamento possono essere tollerati durante una campagna elettorale. Molto meno quando si è chiamati ad assumere responsabilità di governo. Se il Partito Democratico vuole trasformare questo risultato in un nuovo inizio dovrà dimostrare di essere qualcosa di più di una somma di gruppi e sensibilità diverse.
La vittoria è arrivata. Adesso è il momento della maturità politica. Ed è su questo terreno che il Pd marsalese sarà davvero giudicato.
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