C’è un sottile filo che unisce la mia personale visione di questa settimana davvero “sui generis” e passa da Zerocalcare, fino a Papa Leone per arrivare ai braccianti bruciati vivi in macchina in Calabria fino al bambino di sette mesi ucciso da un proiettile in Cisgiordania tra le braccia della madre. Un filo che oscilla sulla labile definizione di umanità per sconfinare poi invece come un fiume in piena in quella di disumanità.
La serie di “Zerocalcare”
È uscita in questi giorni “Due spicci” la nuova serie di Zerocalcare al secolo Michele Reich noto fumettista romano. Rappresenta un nuovo capitolo nell’universo narrativo di Zerocalcare, combinando ironia, introspezione e critica sociale, e conferma la sua presenza consolidata nel panorama dell’animazione italiana.
La storia segue Zero e il suo amico Cinghiale, che gestiscono un piccolo locale, affrontando problemi economici, incomprensioni e complicazioni personali. Il ritorno di una figura dal passato di Zero e nuove responsabilità mettono a dura prova la loro amicizia e la gestione del locale, creando situazioni comiche ma anche riflessive. La narrazione alterna eventi presenti e ricordi, mantenendo il tono autobiografico e ironico tipico di Zerocalcare con l’immancabile Armadillo doppiato da Valerio Mastrandrea come voce della propria coscienza.
Già dal titolo romaneggiante si intuisce che, oltre ai rapporti umani, l’elemento economico sia uno dei temi di fondo. O meglio la vita passata tra carenze economiche e difficoltà. Che poi romano per romano sarebbe dovuto essere “Du Spicci” a voler essere precisi. Ma la serie nasce stavolta anche già col suo titolo in inglese che è “My two cents”. Perché è stata prodotta e distribuita dal colosso americano dell’intrattenimento Netflix.
L’elogio della debolezza
Zerocalcare, diciamo, incarna alla perfezione le caratteristichedi quella che in genere in senso dispregiativo da destra viene definita una “Zecca”, ma noi lo scriviamo senza alcun intento denigratorio. Solo che ancora non si trova definizione gentile più aderente.
Nonostante questo lui è prodotto e pubblicato dall’azienda più capitalista e culturalmente divoratrice presente oggi nel panorama mondiale, Netflix. Diciamo un controsenso non da poco ma insomma non facciamo i moralisti, è giusto che ognuno guadagni del proprio lavoro e goda del suo successo. Soprattutto se è bravo.
A me Zerocalcare piace nonostante rappresenti l’opposto di tutto quello che penso. È comunque gradevole ha una buona struttura narrativa, disegna bene ed è originale. Non apprezzo affatto questo endemico “elogio della debolezza” che attraversa tutte le sue opere.
Lo trovo culturalmente corruttivo instillare in questi giovani “spugna” che lo leggono il concetto che la debolezza, l’indecisione, l’ipersensibilità siano un valore. Devo anche io fare i conti con la realtà considerando che queste caratteristiche psicologiche sono oggi dominanti in particolare nei giovani. Ma anche alimentarle invece che contrastarle non so se sia la cosa più giusta.
Però il tema di fondo, della vita nel mondo moderno in perenne crisi economica, è una cosa seria. Oggi esclusa una classe fortunata di élite ricca e benestante è il destino di tutti combattere con problemi economici e sociali.
La resa dei conti con il tempo
Se “Strappare lungo i bordi” era il racconto dell’inquietudine e“Questo mondo non mi renderà cattivo” quello del conflitto con la realtà,“Due spicci” è invece la storia della resa dei conti con il tempo. Non c’è più soltanto l’ansia esistenziale dei trentenni. Ci sono i quarant’anni che bussano alla porta e chiedono un bilancio. Ci sono i debiti economici, ma soprattutto quelli emotivi. Le parole non dette. Le occasioni perdute.
Le amicizie che non bastano più a proteggerci dalle responsabilità. La forza di Zerocalcare continua a essere la stessa: raccontare il disagio senza trasformarlo in una posa. Nei suoi personaggi non c’è mai compiacimento. L’ironia serve a sopravvivere, non a nascondersi. Per questo la sua scrittura continua a essere riconosciuta come una delle più autentiche del panorama italiano contemporaneo.
La serie l’ho già vista tutta, nonostante Netflix per me sia il tempio del capitalismo in salsa woke nel senso più retrivo del termine.Oltre che strumento culturale di tutti i disvalori che riconosco nel mondo della cultura. Però la serie è divertente e ben fatta. In Due spicci Zerocalcare abbandona ogni illusione generazionale e racconta i quarant’anni di chi è cresciuto tra promesse mancate e fragilità condivise.
Le polemiche sui compensi degli animatori
Forse è proprio questa la ragione del successo di Due spicci. La serie non offre risposte e non promette redenzioni. Mostra invece una generazione che ha smesso di aspettare il lieto fine e prova, con ostinazione, a costruire senso dentro l’incertezza. Una generazione che continua a inciampare, ma non ha ancora rinunciato a raccontarsi. E in fondo è sempre stato questo il talento più grande di Zerocalcare: ricordarci che le fragilità condivise pesano meno quando qualcuno trova le parole giuste per nominarle.
Sullo sfondo, i compensi degli animatori, tra polemiche in salsa politica e la risposta schietta e verace dello stesso fumettista. Proprio nel solco di questi paradossi infatti è stata subito oggetto di polemiche al vetriolo,compensi da 6 euro lordi l’ora, diffide ai creator, e l’immancabile interrogazione parlamentare di Gasparri. La serie finisce nella polemica sul lavoro a basso costo che tanto ha fatto discutere a partire dalle ventilate leggi sul salario minimo garantito. In effetti sei euro lordi l’ora sono proprio pochini.
Se a questo si aggiunge che nonostante l’atteggiamento anarco populista la serie ha ricevuto attraverso il tax crediti ben tre milioni di euro dallo Stato come contributo, il quadro fa abbastanza complesso. Magari a volte un po’ più di coerenza non guasterebbe ma, aggiungo io, meglio finanziare opere di successo come questa anche se politicamente ben definite che film autoreferenziali che poi non guarda nessuno.
Zerocalcare si è difeso dicendo che non sapeva niente e che anzi se avvisato sarebbe stato dalla parte dei lavoratori. Certo lo dice in buona fede e lo apprezziamo ma, senza polemiche, diciamo che è la stessa giustificazione di tutti coloro che, vadano essi dall’agricoltura fino all’edilizia, utilizzano manodopera sfruttata a basso costo nei subappalti per ridurre i costi.
Il paradosso tra Zerocalcare e il lavoro a basso costo
La scorsa settimana la procura di Milano ha indagato i costruttori del nuovo consolato degli Stati Uniti nel capoluogo lombardo perché gli operai in maggioranza indiani e keniani venivano pagati tra i due e i quattro euro l’ora e costretti a vivere in condizioni pietose. Lo ha definito “paraschiavismo” aprendo l’indagine per caporalato.
Una cosa assolutamente deprecabile ma mai orrenda come quanto successo in Calabria pochi giorni fa dove due trentunenni pachistani hanno chiuso in una macchina cinque persone bruciandole vive. Quattro di queste sono morte. E la cosa più orribile è che la scena, ripresa da delle telecamere, ha potuto mostrare l’orrore e la mostruosità di questo gesto dove si vedono i poveri corpi bruciare ed i loro aguzzini tenere a forza le porte chiuse per non farli uscire dalla macchina. Io credo di non aver mai guardato niente di così disumano e mostruoso in vita mia.
Vittime anche della nostra indifferenza, consapevoli che oggi sull’altare della riduzione dei costi sacrifichiamo vite e dignità in modo ipocrita. Il costo della manodopera sempre additato come parte determinante della crescita dei prezzi non lo è in realtà costa molto di più la trafila delle merci che in ogni passaggio aumentano e il loro trasporto ed i costi energetici. Sarebbe ora invece di rimettere al centro la dignità del lavoro ma soprattutto quella dell’uomo.
È per questo che stride così tanto il paradosso tra la serie patinata di Zerocalcare e la brutale realtà del lavoro a basso costo e della morte, che per questo, ha raggiunto i quattro poveri braccianti vittima della violenza efferata di una guerra tra poveri.
Le parole di pietra di Leone XIV
Non è colpa certamente di Zerocalcare intendiamoci ma emerge con forza e prepotenza quale sia oggi il concetto di umanità che professiamo. Che a volte sembra restare ad un enunciazione di principio mentre il mondo calpesta i diritti più elementari in continuazione, non più dall’altra parte del mondo ma fuori dalla porta di casa nostra.
Il socialismo ed il comunismo nella loro versione più autentica partivano da questo bisogno di umanità ma a me piace sempre citare leggendo “Genesi e struttura della società” di Giovanni Gentile il suo concetto di“Umanesimo del lavoro”. Così lo definiva nel tentativo di dare una dignità vera al lavoro stesso. “Dal sapere al fare” scriveva.
Secondo Gentile l’umanesimo tradizionale focalizzato solo sull’arte e la letteratura era superato. La modernità imponeva un nuovo umanesimo in cui il lavoratore, sia manuale che intellettuale, diventava il protagonista della storia. Parole di una modernità impressionante che andrebbero rilette nel solco del concetto di umanesimo ed umanità.
Ecco il concetto di umanità in queste ore è tornato in una dichiarazione che mi è piaciuta molto: “La missione che vi affido è proprio questa: essere umani. Sì, siate umani! Uomini e donne in carne e ossa. Non apparenze, ma volti affidabili. Persone che cercano la giustizia perché ne hanno fame, come del pane quotidiano. Persone che desiderano una vita onesta e retta, perché fanno volentieri agli altri quel che vorrebbero che gli altri facessero a loro. Siate umani come lo è Cristo, l’uomo perfetto, il Risorto che condivide con noi la storia, in ogni tempo“. Lo ha detto Papa Leone XIV a Plaza de Lima a Madrid durante la veglia di preghiera, davanti a mezzo milione di giovani.
Parole di pietra che facevano da contraltare all’immagine dei migranti bruciati vivi. Pronunciate nel viaggio pastorale in Spagna davanti ad un oceano di giovani. Perché nonostante si parli oggi solo di islam in tutte le salse negli ultimi anni è stato esponenziale la crescita tra i giovani di un ritorno al cristianesimo. Ma non ne parla nessuno. Non è alla moda.
Ecco l’umanità questo concetto desueto
Calpestato poche ora fa anche nella insensata morte di una neonata di sette mesi in Cisgiordania colpita da proiettili israeliani in braccio alla madre durante un posto di blocco. Cosa ci può essere di più disumano al mondo. Perché ci siamo abituati a questo orrore. Perché da deboli non reagiamo più, derubricando tutto a semplici notizie da leggere e commentare. Dove la nostra dose di umanità, pensiamo si esaurisca in un like ed un cuoricino che immaginiamo ci sanino la coscienza.
Un po’ questo in finale ce lo spiega Zerocalcare in una scena in cui l’Armadillo gli disegna lo scenario dei rapporti umani attraverso dei cerchi con delle mura sempre più spesse. La scena la trovate ovunque nei social. Prima il cerchio della cortesia per i conoscenti, poi il cerchio con un muro più alto per gli amici stretti a cui vuoi bene davvero, e poi la fortezza.
Dove l’Armadillo gli dice che non ci deve entrare nessuno perché gli spiega che il giorno che qualcuno riesce ad entrare nel cuore della fortezza crolla tutto. E gli spiega che se entra qualcuno anche se inizialmente sembra positivo costui poi si accorgerà della botola sul pavimento. Del buco che si apre e rivela al suo interno una specie di pianta infestante aggrovigliata, piena di spine, brutta e chi lo scopre “si dà”, che è il romanesco per andar via. E porta via tutto e lascia tutti buchi.
Ecco questo, come spiegavo prima, concetto di esaltazione della chiusura verso il mondo esterno espresso sempre da Zerocalcare trova sempre tanti consensi in un mondo come quello attuale la solitudine non quella sociale ma quella interiore è un dei mali più sconosciuti e diffusi. Si può essere soli anche in mezzo alla gente. E io la penso all’esatto contrario di questo concetto. Le fortezze, si, danno sicurezza a chi non ne ha ma distruggono i rapporti. Ed i buchi vanno riempiti di umanità non di rovi spinosi ed aggrovigliati.
Perché la chiusura verso l’esterno è il primo elemento per tenere lontano il concetto di umanità. L’umanità è fatta di apertura, di conoscenza. Altrimenti come succede oggi rischi di chiuderti talmente tanto da restare involontariamente anche immune all’amicizia, alla solidarietà, alla felicità. Per questo papa Leone per la sua prima enciclica pubblicata poche settimane fa ha scelto il titolo di “Magnifica Humanitas” per ripercorrere proprio il senso dell’umanità in chiave cristiana.
E per tornare al parallelo con la fortezza di Zerocalcare ecco cosa scrive nell’enciclica il Papa: “La Magnifica Umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme”. La felicità passa per la nostra capacità di essere umani. Nel senso più profondo del termine. D’altronde lo scriveva da un punto di vista completamente opposto ma coincidente anche Nietzche in un libro dal titolo perfetto per questo articolo: “Umano, troppo umano”. Affermava: “La felicità non ha volto ma spalle: per questo noi la vediamo solo quando se n’è andata”.
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