numeri fermi e nuove regole in arrivo


Il titolo di avvocato specialista non attrae i legali italiani. Meno di cinquecento riconoscimenti dal Cnf e zero per l’esperienza sul campo. Le cause del flop.

La corsa verso il titolo di avvocato specialista si scontra con la marcata freddezza della categoria professionale. L’attuale impianto normativo, nato per certificare le competenze settoriali dei legali sul mercato, dimostra una regola generale molto chiara: una qualifica formale non genera adesioni se l’iter burocratico risulta respingente e se il bollino istituzionale non aggiunge reale valore a chi possiede già un portafoglio clienti consolidato. Mentre le commissioni Giustizia di Camera e Senato discutono in questi giorni un decreto del ministero per estendere le specializzazioni forensi anche al diritto commerciale e societario, i dati ufficiali fotografano una sostanziale indifferenza da parte dei professionisti verso questo strumento di valorizzazione. Su un bacino potenziale che sfiora i 230.000 iscritti all’albo, le attribuzioni ufficiali concesse dal Consiglio nazionale forense (Cnf) si contano sulle dita di poche mani, delineando un quadro di estrema fatica per l’affermazione della figura dello specialista in Italia.

I numeri di una riforma che non decolla

Dalla relazione al provvedimento ministeriale, elaborato a seguito di due specifiche sentenze del Tar che hanno imposto l’inserimento del comparto societario, emerge una statistica impietosa. Ad oggi, il Cnf ha rilasciato in totale meno di cinquecento titoli. Scendendo nel dettaglio delle singole categorie, 325 riconoscimenti sono finiti nelle mani di legali in possesso di un dottorato di ricerca, mentre soltanto 137 avvocati hanno completato con successo i percorsi di formazione previsti dai regolamenti. Analizzando i settori di competenza maggiormente scelti dai professionisti, la graduatoria vede in testa il diritto di famiglia con 50 specialisti, seguito dal diritto penale a quota 40 e dal diritto del lavoro fermo a 38. Il diritto tributario, materia tecnica per eccellenza, registra appena 3 professionisti certificati. Numeri che testimoniano una irrilevanza quantitativa evidente all’interno del vasto panorama forense nazionale.

Il labirinto normativo e le vie di accesso

L’architettura delle specializzazioni è stata introdotta dalla legge professionale forense numero 247 del 2012, un testo normativo attualmente in fase di profonda riscrittura. Il regolamento attuativo originario ha visto la luce con il decreto ministeriale 144 del 2015, ma ha subito un iter tormentato, caratterizzato da ricorsi amministrativi, parziali annullamenti e successive integrazioni confluite nel decreto ministeriale 163 del 2020. Oggi il sistema prevede 13 settori principali di competenza, declinati in ulteriori 36 indirizzi specifici. Per fregiarsi del titolo, l’avvocato ha a disposizione tre strade alternative:

  • il possesso del titolo di dottore di ricerca, a condizione che riguardi strettamente una delle materie oggetto di specializzazione;

  • la frequentazione con esito positivo di idonei percorsi formativi organizzati dalle associazioni maggiormente rappresentative, spesso in stretta collaborazione con le realtà universitarie;

  • la dimostrazione oggettiva della cosiddetta comprovata esperienza, basata sull’attività professionale pregressa;

Il paradosso dell’esperienza sul campo a quota zero

Il dato più emblematico dell’intera operazione ministeriale riguarda proprio l’ultima via di accesso: nessun titolo di avvocato specializzato è stato finora rilasciato attraverso il riconoscimento della comprovata esperienza. Questa anomalia statistica evidenzia la grave incapacità del sistema di valorizzare le competenze reali maturate sul campo dai legali anziani. I motivi di tale stallo sono molteplici. Da un lato, il numero di incarichi documentabili richiesti per far valere il proprio curriculum è considerato eccessivamente elevato. Dall’altro, la procedura esige la presentazione di una documentazione molto complessa. A questo si aggiungono i cronici ritardi operativi, con i colloqui di valutazione presso il Cnf partiti con estrema lentezza, fattore che ha inciso pesantemente sull’assenza di approvazioni.

Il disinteresse dei professionisti affermati

Il mercato legale obbedisce a logiche di fiducia e reputazione che spesso superano i timbri istituzionali. Rinaldo Romanelli, segretario delle Camere penali, offre una chiave di lettura pragmatica sul mancato appeal della norma. L’Unione organizza da anni corsi di formazione dedicati ai giovani, registrando la partecipazione di oltre 1.200 colleghi con profili variegati, spinti dal desiderio di acquisire conoscenze aggiuntive da spendere in realtà provinciali o metropolitane. Tuttavia, l’obbligo di affrontare una doppia prova in sede Cnf per ottenere il titolo ha agito come un forte deterrente, spingendo molti a ripiegare sul canale del dottorato. Romanelli sottolinea inoltre una dinamica economica ineludibile: il professionista che ha già conquistato una elevata visibilità e riconoscibilità sul mercato non prova alcun interesse verso una certificazione burocratica che nulla aggiunge al proprio fatturato o al proprio prestigio. Questo scoglio dovrebbe ora essere superato per i circa 60 iscritti che hanno intrapreso il nuovo ciclo formativo dei penalisti, grazie alle recenti semplificazioni.

Le prospettive future e l’ottimismo dei giuslavoristi

Nonostante le ombre, alcune frange dell’avvocatura guardano al futuro con cauto ottimismo, puntando tutto sul ricambio generazionale. Tatiana Biagioni, presidente dell’Agi (Associazione giuslavoristi italiani), ammette la portata preoccupante dei dati attuali, ma inquadra il fenomeno all’interno di un lungo e travagliato periodo di transizione che volge al termine. Le associazioni specialistiche hanno infatti attivato preziose convenzioni con importanti atenei italiani. I nuovi corsi di specializzazione dell’Agi sono partiti nell’ottobre dell’anno scorso coinvolgendo le università di Firenze, Catania, Padova, Reggio Calabria, Torino, la Milano Bicocca e la Luiss di Roma. Trattandosi di percorsi biennali, i frutti reali di questo investimento accademico si misureranno solamente a partire dal 2027. Biagioni confida nell’effetto crescita generato da questo strumento, ideato in primis per sostenere l’affermazione dei giovani avvocati. Resta però un problema di fondo, figlio dei ritardi ministeriali: i neoiscritti freschi di scuola rischiano di ottenere la pergamena di specialista molto prima degli avvocati che masticano diritto del lavoro da decenni. Una distorsione temporale causata da quella che la stessa Biagioni definisce una perdurante disattenzione dei veterani verso un potenziale, ma ancora incompreso, volano di sviluppo professionale.




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 Raffaella Mari

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