Infanzia difficile per due giovani europei su tre: le conseguenze possono arrivare fino all’età adulta


Un genitore che muore, un familiare che finisce in carcere, la violenza dentro casa. Come racconta Euronews l’8 ottobre 2026, queste vicende rientrano fra le esperienze considerate in un rapporto pubblicato il 6 ottobre dall’Ufficio regionale dell’Organizzazione mondiale della sanità. Per chi le racconta, sono pezzi della propria infanzia. E chi le racconta non è più un bambino: ha fra i diciotto e i trent’anni, studia, lavora, cerca di costruirsi una vita. Il passato, a volte, viene con lui.

Oltre due intervistati su tre hanno riferito almeno un’esperienza avversa prima dei diciotto anni. Più di uno su cinque ne ha indicate almeno quattro, di tipo diverso. Sono numeri che chiedono attenzione, ma anche una pausa: che cosa stiamo contando? Non i bambini che oggi subiscono violenza in Europa. Non i giovani ai quali sia stato diagnosticato un trauma. Stiamo leggendo i ricordi di giovani adulti, raccolti per capire quali rapporti possano esserci fra le condizioni in cui sono cresciuti e le difficoltà che incontrano adesso.

L’indagine ha coinvolto 26.741 persone in 29 Paesi: i 27 Stati dell’Unione europea, l’Islanda e la Norvegia. Le risposte sono state raccolte attraverso panel nazionali fra novembre 2025 e gennaio 2026. Il lavoro è stato realizzato dall’OMS Europa in collaborazione con la Liverpool John Moores University, grazie al finanziamento della Commissione europea. Dietro il dato complessivo ci sono nove categorie di esperienze: abusi fisici, emotivi e sessuali, trascuratezza fisica, violenza domestica, problemi di salute mentale o dipendenze in famiglia, detenzione di un familiare, separazione o morte di un genitore.

Gli studiosi le chiamano ACE, Adverse Childhood Experiences. Una sigla utile per studiare, non sufficiente per capire una vita. La morte di un genitore e un abuso non sono la stessa cosa; neppure due persone esposte alla stessa avversità necessariamente ne portano le medesime conseguenze. Dobbiamo tenere insieme entrambe le esigenze: riconoscere ciò che può ferire un bambino, non cancellare le differenze fra le ferite.

Poi c’è una domanda molto concreta: nell’ultimo anno hai sentito il bisogno di un sostegno professionale per la tua salute mentale? Fra chi aveva riferito almeno quattro avversità, la risposta era stata sì nel 76,3% dei casi; fra chi non ne aveva indicate, nel 36,7%. Quasi quaranta punti di distanza. Non sono diagnosi psichiatriche: è il bisogno di assistenza dichiarato dalle persone. E proprio nel gruppo più esposto risultavano più frequenti anche le difficoltà a ottenere il sostegno ritenuto necessario.

Avere più bisogno. Trovare più ostacoli. È questa contraddizione che dovrebbe trattenerci, prima ancora della grande cifra sulle infanzie difficili. A che serve riconoscere una vulnerabilità, se poi l’aiuto resta difficile da raggiungere? Il rapporto non parla soltanto di sofferenza psicologica. Chi aveva vissuto più avversità riferiva più spesso dolore o disagio fisico, impedimenti nelle attività quotidiane, difficoltà nello studio e nel lavoro, una qualità della vita peggiore. Il passato non compare soltanto nei ricordi: può associarsi alla fatica di affrontare la giornata.

Esiste anche una possibile spiegazione biologica. Secondo i Centers for Disease Control and Prevention statunitensi, uno stress intenso e prolungato nell’infanzia può interferire con lo sviluppo del cervello e con i sistemi che regolano la risposta dell’organismo allo stress, influenzando anche il sistema immunitario. È quello che viene chiamato «stress tossico»: può compromettere l’attenzione, l’apprendimento, la capacità di regolare le emozioni.

Ma fermiamoci prima di trasformare una possibilità in un destino. Non ogni esperienza difficile produce stress tossico, non ogni persona che l’ha vissuta sviluppa un disturbo. E questa ricerca è osservazionale: mette in relazione esperienze ricordate e condizioni riferite nel presente, non dimostra che le prime abbiano causato direttamente le seconde. Contano la vulnerabilità individuale, il contesto sociale, le relazioni disponibili. Contano, e possono cambiare profondamente gli esiti.

La stessa cautela serve davanti ai dati sulla violenza. Fra coloro che avevano segnalato almeno quattro avversità, la probabilità di dichiarare di aver subito violenza da adulti risultava sei volte più alta; quella di riferire di averla esercitata, dieci volte. Sono confronti fra gruppi, non una previsione su una persona. Leggerli come una condanna significherebbe fare ai numeri una domanda alla quale non possono rispondere. Il rapporto rileva anche livelli inferiori di istruzione e reddito, maggiore rischio di esclusione dallo studio e dal lavoro, minore fiducia negli altri: associazioni che allargano il problema oltre l’ambito sanitario, senza autorizzarci a chiudere nessuno dentro la sua storia. Una storia difficile non è una sentenza.

L’OMS indica ciò che può attenuarne gli effetti: adulti affidabili, relazioni sicure, reti di sostegno. E indica una strada per i servizi: intervenire presto, saper riconoscere le esperienze traumatiche, rendere più accessibile l’assistenza psicologica. Prevenire violenza e trascuratezza, sostenere economicamente le famiglie: non sono questioni separate dalla salute pubblica. Ne fanno parte.

Non diciamo dunque che due terzi dei giovani europei siano «traumatizzati». Diciamo ciò che questa ricerca permette di dire: le condizioni dell’infanzia possono pesare sulle opportunità successive, ma quel peso può essere attenuato. Fra un bambino e ciò che lo ferisce può esserci un adulto affidabile. Qualcuno su cui contare, prima. Qualcuno a cui chiedere aiuto, dopo.

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World Health Organization – Regional Office for Europe. Adverse childhood experiences in the European Union, Iceland and Norway: characteristics, consequences and costs. Rapporto ufficiale, 6 ottobre 2026. WHO/EURO:2026-13288-53062-82856.

World Health Organization – Regional Office for Europe. Abuse, neglect, violence: 2 in 3 young Europeans surveyed have experienced childhood adversity. Comunicato ufficiale, 6 ottobre 2026.

Liverpool John Moores University – Public Health Institute. Abuse, neglect, violence: two in three young Europeans have experienced childhood adversity. 7 ottobre 2026.

Centers for Disease Control and Prevention (CDC). About Adverse Childhood Experiences. Aggiornamento del 2 marzo 2026.

Centers for Disease Control and Prevention (CDC). Preventing Adverse Childhood Experiences. 8 ottobre 2024.


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