Ciò che rende il calcio appassionante per i tifosi rappresenta spesso un problema per chi deve finanziarlo. Una sconfitta, una retrocessione o la mancata qualificazione a una competizione europea possono cambiare improvvisamente i ricavi di un club. L’incertezza sportiva, essenza del gioco, diventa così un rischio da ridurre per banche e investitori.
Era questo uno dei fondamenti economici della Superlega europea: garantire ai grandi club la partecipazione permanente a una competizione internazionale (e copiando il modello dei campionati americani da cui non si retrocede) rendendo più stabili i flussi di cassa e più prevedibili i rendimenti. Cinque anni dopo il fallimento di quel progetto, siamo davanti a un’altra operazione che vuole trasformare il calcio in un’attività finanziaria più facilmente monetizzabile.
Ma il progetto, un po’ come la Superlega, rischia di naufragare prima ancora di essere avviato. A poche ore dalle prime rivelazioni, le 55 federazioni aderenti all’Uefa hanno concordato all’unanimità di boicottare la Coppa del mondo qualora la Fifa portasse avanti l’apertura delle proprie attività commerciali a investitori esterni.
Senza le nazionali europee, che hanno vinto cinque degli ultimi sei Mondiali, il valore commerciale del torneo e della nuova società precipiterebbe. Anche la Concacaf, la confederazione che riunisce Nord America, Centro America e Caraibi, ha respinto la proposta.
Jp Morgan, il finanziatore unico della Superlega
Per Jp Morgan la vicenda riapre una ferita mai completamente rimarginata, tanto che il Financial Times oggi pubblica un articolo dal titolo piuttosto eloquente: “Come Jp Morgan è finito in un’altra tempesta di fuoco calcistica”: la banca americana ha svolto un ruolo centrale in questo nuovo progetto della Fifa, per raccogliere 4,2 miliardi di dollari da investitori internazionali e far nascere una società che varrebbe circa 20 miliardi.
Ricorda qualcosa? Nel 2021 la banca si propose come unico finanziatore della Superlega.
Senza i 3,25 miliardi di euro offerti dall’istituto di Jamie Dimon, il suo storico cliente Florentino Pérez (presidente del Real Madrid) non avrebbe mai convinto gli altri 12 club fondatori, tra cui c’era la Juventus guidata da Andrea Agnelli. Il presidente del club torinese, all’epoca zavorrato nei conti dall’investimento monstre per Cristiano Ronaldo, sarebbe stato il vice di Pérez nella Superlega, anche se all’epoca era il presidente dell’Eca e membro del comitato esecutivo dell’Uefa (e infatti si dimise da questi ruoli, visto che le due organizzazioni erano contrarissime al progetto).
La cifra serviva a finanziare l’avvio della competizione e i versamenti immediati ai club aderenti. Il prestito avrebbe avuto una durata di oltre vent’anni e sarebbe stato garantito dai futuri ricavi televisivi della Superlega.
Il debito, secondo i dettagli finanziari emersi all’epoca, sarebbe stato rimborsato attraverso pagamenti annuali coperti dai diritti audiovisivi del nuovo torneo. Jp Morgan stava quindi finanziando una competizione ancora inesistente prendendo in garanzia una parte dei suoi ricavi futuri.
Il progetto trasformava, in sostanza, i diritti televisivi del calcio europeo in un’attività finanziaria di lungo periodo. Il presupposto era che la partecipazione permanente dei grandi club avrebbe garantito audience, abbonamenti e introiti commerciali sufficientemente stabili da sostenere il debito.
Gli anticipi ai club più indebitati
Ai club fondatori erano stati promessi tra i 200 e i 300 milioni di euro ciascuno al momento dell’avvio. Le somme vennero presentate come contributi destinati alle infrastrutture e a riparare le perdite accumulate durante la pandemia.
Non si trattava però di regali. Come chiarirono le ricostruzioni allora pubblicate dal Guardian, erano anticipi sui ricavi futuri della Superlega. Se una società avesse abbandonato il progetto, avrebbe dovuto restituirli.
L’operazione offriva quindi una risposta immediata alla crisi di liquidità dei maggiori club europei, molti dei quali erano fortemente indebitati e avevano subito il crollo degli incassi durante il Covid.
Il progetto finì al macero nel giro di pochi giorni, travolto dalle proteste dei tifosi, dall’opposizione dei governi e dalle minacce di sanzioni delle autorità calcistiche. Jp Morgan fu costretta a scusarsi pubblicamente, ammettendo di avere “chiaramente valutato male” il modo in cui l’operazione sarebbe stata percepita dalla comunità del calcio e promettendo di imparare dall’errore.
Il ritorno dello stesso conflitto
Ora la principale banca americana rischia di ritrovarsi in una situazione simile, tanto che a FT tre grandi investitori statunitensi nel settore sportivo hanno parlato di un possibile nuovo danno reputazionale, mentre dall’entourage di Jp Morgan fanno sapere che il progetto Fifa non rappresenti una “Superlega 2.0”. La nuova società non avrebbe lo scopo di creare una competizione chiusa o di proteggere un gruppo ristretto di club, ma di aumentare i ricavi della federazione internazionale e distribuire più risorse allo sviluppo del calcio globale.
Ma anche in questo caso l’obiettivo è estrarre più valore da un patrimonio sportivo e dai diritti televisivi, aumentando i margini e offrendo agli investitori la prospettiva di una rivalutazione della partecipazione nel tempo.
Il modello illustrato ai potenziali finanziatori sarebbe simile a quello utilizzato per le grandi franchigie sportive americane: ingresso nel capitale, crescita dei ricavi, aumento del valore dell’asset e successiva vendita della quota a un prezzo superiore.
Per Uefa e leghe europee, però, la questione non riguarda soltanto la redditività del progetto, ma il controllo del calcio. La confederazione europea ha affermato che “l’anima e la governance del calcio non sono beni da mettere sul mercato”, mentre il commissario europeo allo Sport Glenn Micallef ha criticato gli effetti della continua commercializzazione del settore. European Leagues, l’organizzazione che comprende tra gli altri Premier League e Liga spagnola, ha definito l’operazione “sconsiderata e divisiva”.
Kushner, Trump e Infantino
Ad alimentare le polemiche è anche la componente politica. Jp Morgan avrebbe lavorato per mesi come consulente della Fifa insieme a Joshua Kushner, fratello di Jared Kushner, genero di Donald Trump. Il fondo Thrive Eternal di Joshua Kushner sarebbe stato individuato come possibile investitore principale. Difficile dunque separare la logica industriale dell’operazione dai rapporti politici costruiti dal presidente della Fifa Gianni Infantino con Trump, culminati con l’assegnazione al presidente americano del primo “premio per la pace” istituito dalla Fifa.
Jp Morgan avrebbe ricevuto l’incarico di costruire una platea globale composta da fondi sovrani, investitori istituzionali e family office, con una composizione capace di riflettere la dimensione internazionale della federazione.
La lezione dimenticata sugli stakeholder
Il precedente della Superlega aveva prodotto anche una contraddizione per Jamie Dimon. Il numero uno di Jp Morgan era stato tra i principali sostenitori dello “stakeholder capitalism”, l’idea secondo cui un’impresa non deve rispondere soltanto agli azionisti, ma deve considerare anche lavoratori, clienti e comunità.
Eppure nell’operazione Superlega la banca aveva però dimenticato uno degli stakeholder più potenti: i tifosi.
Jp Morgan e i promotori avevano trattato il pubblico prevalentemente come un insieme di consumatori di contenuti televisivi. Ma i tifosi dimostrarono di essere una comunità capace di mobilitare governi, istituzioni europee, giocatori, allenatori, sponsor e federazioni.
La questione si ripresenta oggi su scala ancora più ampia. Le federazioni non contestano soltanto le condizioni economiche del progetto, ma l’idea stessa che una parte delle attività commerciali della Fifa possa essere valutata, ceduta e gestita come un normale asset finanziario.
La vicenda presenta per Jp Morgan anche un’ulteriore contraddizione. Chase UK, il marchio con cui il gruppo opera nel retail banking britannico, è partner bancario ufficiale delle nazionali di Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord: alcune delle federazioni che potrebbero opporsi più duramente al piano Fifa.
Dopo avere ammesso di aver sottovalutato la reazione alla Superlega, Jp Morgan si ritrova di nuovo coinvolta in progetto in cui le ambizioni finanziarie si scontrano con l’irrazionalità indispensabile del calcio.
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