di Simona Zecchi – Fonte: Il Fatto Quotidiano
“Lamentandosi di essere stato convocato a Caltanissetta, se le cose non fossero andate come avrebbe voluto, avrebbe fatto i nomi delle persone coinvolte” nella strage di Capaci. E ancora: “Per pagare il suo silenzio, quando sarebbe uscito dal carcere, Antonio Mazzei sarebbe andato da Berlusconi a chiedergli dei soldi”. A riportare l’intercettazione in aula, il 5 maggio scorso, è Marzia Giustolisi, ex capo della Squadra Mobile di Caltanissetta, sentita nel processo per il depistaggio delle indagini su Capaci in cui sono imputati due ex ufficiali dei carabinieri: Angiolo Pellegrini e Alberto Tersigni. A pronunciare quelle parole l’8 ottobre 2019, durante un colloquio in carcere con moglie e figlia, è Antonio Mazzei, classe 1948, ex informatore del Sisde negli anni ’90 e poi della Dia nei primi 2000. A citarlo nell’indagine sul depistaggio di Capaci, poi andata a dibattimento, era stato Pietro Riggio, ex guardia penitenziaria, poi condannato per reati di mafia e quindi divenuto collaboratore di giustizia. Pellegrini e Tersigni sono accusati di aver intralciato i pm che cercavano riscontri alle sue dichiarazioni.
Ma andiamo con ordine. Dietro alle parole di Mazzei, deceduto nel 2024, c’è una storia che Il Fatto può ricostruire in esclusiva. Nello stesso anno – nei mesi precedenti e in quelli successivi – in cui l’ex informatore dei servizi viene intercettato mentre sostiene di voler andare da Silvio Berlusconi a chiedere soldi per pagare il suo “silenzio”, l’ex premier si rivolge alla “Magic Collection d’Arte” di Napoli: è una società attiva nei canali streaming delle televendite di quadri, il cui titolare è Francesco Mazzei, figlio di Antonio. Sul suo profilo social compaiono foto del 2019 scattate insieme a Berlusconi. Alcune di quelle immagini appaiono anche sul profilo di un ex collaboratore della “Magic Collection”, ormai deceduto, in cui figura sorridente pure Pier Silvio Berlusconi. Le foto che ritraggono Mazzei jr con l’ex presidente del consiglio sembrano raccontare un rapporto gioviale, che il figlio dell’uomo dei servizi – sentito dal Fatto – definisce solo “corretto e sincero”. Negli scatti i due appaiono insieme in più occasioni, mentre in altre foto Francesco è ritratto da solo davanti al cancello di Arcore, nel giardino della villa, nello studio, in posa davanti ai quadri, per una stretta di mano o una dedica su un libro. Mazzei jr spiega che si è trattato solo di due o tre incontri. Al Fatto Pier Silvio Berlusconi dichiara di non conoscere le persone citate e di non aver mai avuto alcun rapporto con loro. Aggiunge di averle incontrate una sola volta, nel 2019, a Villa Gernetto, dove suo padre custodiva la collezione d’arte: fu il genitore a invitarlo a vedere alcune opere, ritrovandosi così per pochi minuti alla presenza di Mazzei jr e del suo collaboratore.
Silvio Berlusconi ricorda poi di aver trovato quelle persone fin da subito eccessivamente invadenti e di essere rimasto infastidito dall’utilizzo a fini promozionali delle fotografie, che “documentano un incontro occasionale e non implicano alcuna conoscenza personale”. Berlusconi jr nega infine di essersi mai interessato agli acquisti del padre. È lo stesso Francesco Mazzei a confermare al Fatto gli acquisti fatti da Silvio Berlusconi nel 2019 dalla sua società, senza rispondere sull’importo né sulla durata del rapporto economico: “È una domanda che può farmi la Finanza, non voi”, dice. Sia l’intercettazione di Mazzei sr, sia i rapporti commerciali tra Mazzei jr e Berlusconi erano noti alla procura di Caltanissetta: gli investigatori hanno accertato oltre 500 mila euro in bonifici. Dalle indagini, però, non è mai emerso alcun collegamento diretto tra il padre del mercante d’arte e Berlusconi.
Per i pm non c’è alcun tipo di risvolto penale per i personaggi citati. Che l’ex premier acquistasse spesso opere dalle televendite lo conferma anche un servizio di Report del 2023: un’altra ditta campana, la Newart di Arzano, aveva rivelato di avergli venduto 5 mila quadri per circa 750 mila euro. “Tutto fatturato”, assicura dal canto suo Mazzei jr, sottolineando però che il suo “rapporto con il presidente non aveva nulla a che fare” con suo padre. “Non avrei mai permesso – dice – che mio padre s’inserisse in un mio contesto lavorativo”. Ma suo padre, informatore dei servizi, gli aveva mai proposto progetti economici legati a Berlusconi? Risposta negativa: “Mai”. Ma chi è davvero Antonio Mazzei? Arrestato il 29 luglio 2019 dopo una perquisizione e rilasciato pochi giorni dopo l’intercettazione in carcere, è stato identificato con certezza grazie a un fermo avvenuto a Ponte Chiasso nel 1998, insieme all’ex poliziotto Giuseppe Leonardo Porto, pure lui chiamato in causa poi dal pentito Riggio. In quell’occasione Porto e Mazzei dichiararono di lavorare per i servizi nella caccia a un latitante. Per il Sisde, con cui ha collaborato tra il 1990 e il 1996, Mazzei era noto con il nome di “Romano”, per la Dia invece era la “fonte Napoli”, come recita un appunto del 2 giugno 1999 firmato dall’allora colonnello Pellegrini, contenuto nel fascicolo Z1500 su Riggio e acquisito nel processo di Caltanissetta. La figura di Mazzei sr è ricostruita anche nella sentenza d’appello sulla Trattativa: “Personaggio gravitante nel sottobosco dei servizi, pregiudicato per detenzione di armi clandestine, traffico di valuta e riciclaggio internazionale, risultato effettivamente aver instaurato con la Dia, nella persona del colonnello Pellegrini, un rapporto di fonte confidenziale, indicato a Riggio da Porto Giuseppe come agente della Cia”.
Nei primi anni del 2000, Riggio era in carcere con l’accusa di mafia quando gli fu proposta l’entrata in una “task force” per catturare Bernardo Provenzano, all’epoca al vertice di Cosa Nostra: una proposta arrivata tramite Porto e Mazzei, entrambi in contatto con Pellegrini. Riggio sostiene di aver accettato di far parte della task force, i cui obiettivi si riveleranno diversi, e di aver saputo da altri del gruppo fatti sulla strage di Capaci commessi da persone esterne alla mafia. Sono quelle informazioni che Mazzei sr evoca quando viene intercettato in carcere? Chiediamo conto di quelle parole al figlio: “Non conosco queste intercettazioni – risponde Mazzei jr – né so nulla della sua presunta vita segreta. Oggi sto pagando molto la situazione in cui ci ha lasciati. Se è vero che ha lavorato per i servizi, a noi non ne è venuto niente, né lui ha preso qualche medaglia”. Poi aggiunge: “Negli ultimi tempi mio padre farneticava”. La sorella Anna, presente in carcere con la madre l’8 ottobre 2019, dice di non ricordare quelle parole pronunciate dal padre e si sofferma sul rapido peggioramento delle sue condizioni di salute dopo il carcere. “Per noi è stato un incubo. Se sono vere queste storie è stato sacrificato. Ha pagato per qualcun altro”. Per chi? “Non so, non ci diceva nulla. Ho anche provato a chiederglielo, ma niente”. Antonio Mazzei è morto il 3 novembre 2024, quasi un anno e mezzo dopo Berlusconi, l’uomo al quale sosteneva di voler chiedere soldi per “pagare” il suo silenzio. E con il quale suo figlio ha collezionato scatti e affari.
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