Una volta la banca era in piazza, accanto al municipio, alla farmacia o all’ufficio postale. Era il luogo dove ritirare la pensione, versare un assegno, chiedere informazioni su un mutuo o semplicemente parlare con qualcuno quando c’era un problema con il conto corrente. Oggi, in centinaia di paesi del Piemonte, quella porta è chiusa. La filiale ha abbassato definitivamente la serranda, lasciando spesso dietro di sé un locale vuoto e cittadini costretti a percorrere chilometri per raggiungere lo sportello più vicino. È la desertificazione bancaria, un fenomeno che sta cambiando il rapporto tra le persone, il territorio e il sistema del credito.
I numeri raccontano una trasformazione profonda. Secondo i dati richiamati dal Consiglio regionale, circa il 63% dei Comuni piemontesi non dispone di uno sportello bancario. Altre rilevazioni, riferite a periodi diversi, collocano la percentuale intorno al 66%. Significa che quasi due paesi su tre sono rimasti senza una banca, con conseguenze particolarmente pesanti nelle aree montane e nei piccoli centri, dove raggiungere una filiale può richiedere spostamenti lunghi e complicati.
La questione è arrivata mercoledì 7 ottobre 2026 sul tavolo della terza Commissione del Consiglio regionale del Piemonte, presieduta da Claudio Sacchetto, che ha dedicato un’audizione al progressivo ridimensionamento della rete bancaria. L’incontro, richiesto da Roberto Ravello, consigliere regionale di Fratelli d’Italia, sulla base di un ordine del giorno condiviso, ha coinvolto i rappresentanti dell’Associazione bancaria italiana (Abi), chiamati a confrontarsi sulle ragioni delle chiusure e sulle conseguenze per cittadini, famiglie e attività economiche.
Alla riunione hanno partecipato Stefano Cappellari e Aldo Lombardo, rispettivamente presidente e segretario della Commissione regionale dell’Abi, insieme a Maria Rita Rossanigo, vicedirettrice regionale di Crédit Agricole. Il confronto ha affrontato una questione che va ben oltre l’organizzazione interna degli istituti di credito: fino a che punto la diffusione dei servizi digitali può compensare la scomparsa delle filiali dai territori? E soprattutto, che cosa succede a chi non ha gli strumenti necessari per utilizzare una banca attraverso il computer o lo smartphone?
Per comprendere la dimensione del problema bisogna guardare anche alle persone coinvolte. Secondo un’analisi diffusa da Cna Piemonte nell’agosto 2026, nei Comuni privi di sportelli bancari vivono circa 665mila cittadini e operano oltre 48mila imprese. Non si tratta quindi soltanto di qualche piccolo paese isolato, ma di una parte importante della popolazione e del tessuto produttivo regionale, che deve organizzarsi per accedere a servizi fino a pochi anni fa disponibili a breve distanza da casa o dal luogo di lavoro.
Il Piemonte figura tra le regioni italiane maggiormente interessate dal fenomeno, preceduto nella graduatoria della percentuale di Comuni senza banche da Molise, Calabria e Valle d’Aosta. Particolarmente significativo è il caso della provincia di Torino, dove, secondo Cna, 19.706 imprese hanno sede in Comuni completamente sprovvisti di sportelli bancari. Un numero che rende evidente quanto la questione riguardi anche un territorio caratterizzato da una forte presenza industriale, artigianale e commerciale.
La situazione diventa ancora più difficile nelle zone montane, dove circa tre Comuni su quattro risultano privi di una filiale bancaria. In queste realtà la chiusura di uno sportello assume un significato molto diverso rispetto a quello che può avere in una grande città. A Torino perdere una filiale può voler dire raggiungere un altro quartiere. In un paese delle valli piemontesi, invece, può significare percorrere diversi chilometri, affrontare strade di montagna o dipendere dagli orari dei mezzi pubblici, quando questi sono disponibili.
A pagare il prezzo più alto sono spesso gli anziani, soprattutto quelli che hanno poca familiarità con computer, applicazioni e servizi bancari online. Per molti pensionati la possibilità di parlare direttamente con un impiegato rappresenta ancora un elemento fondamentale nella gestione del denaro. Controllare un movimento sul conto, effettuare un bonifico, comprendere una comunicazione della banca o risolvere un problema con la carta di pagamento sono operazioni che, per chi non utilizza abitualmente gli strumenti digitali, possono diventare complicate.
La diffusione dell’home banking, naturalmente, ha modificato profondamente le abitudini degli italiani. Oggi milioni di persone effettuano bonifici, pagano bollette e controllano i propri risparmi direttamente dal telefono, senza entrare in una filiale. Per molti clienti è un vantaggio concreto, che permette di risparmiare tempo ed evitare spostamenti. Anche per le banche la digitalizzazione consente di riorganizzare i servizi e contenere i costi di gestione degli sportelli fisici.
Il problema nasce quando la tecnologia diventa l’unica alternativa disponibile. Chi possiede uno smartphone e sa utilizzarlo può gestire quasi tutto da casa. Chi invece non ha una connessione Internet, non conosce le procedure digitali oppure teme di commettere errori nelle operazioni finanziarie rischia di trovarsi improvvisamente escluso. È il cosiddetto divario digitale, una distanza che non riguarda soltanto l’età, ma anche le competenze, le condizioni economiche e la possibilità di accedere agli strumenti tecnologici.
Le conseguenze interessano anche il mondo delle piccole imprese, degli artigiani e dei commercianti. Un negozio che incassa ancora una parte dei pagamenti in contanti può avere bisogno di effettuare versamenti periodici. Un’attività familiare può necessitare di un confronto diretto con il proprio istituto di credito per chiedere un finanziamento, programmare un investimento o affrontare una difficoltà temporanea. Quando la banca più vicina si trova in un altro Comune, anche operazioni apparentemente semplici possono richiedere più tempo e maggiori costi organizzativi.
La dimensione del fenomeno emerge ancora più chiaramente osservando come si è trasformata la rete bancaria negli ultimi anni. Secondo la Banca d’Italia, alla fine del 2024 in Piemonte erano presenti 1.574 sportelli, 52 in meno rispetto all’anno precedente. Rispetto al 2009, la riduzione aveva già raggiunto circa il 42%, con la scomparsa di oltre 1.150 filiali. In quindici anni, dunque, una parte consistente della rete bancaria tradizionale è stata progressivamente smantellata.
Le rilevazioni dell’osservatorio sulla desertificazione bancaria della First Cisl, aggiornate alla fine del 2025, mostrano un quadro altrettanto significativo. Nei 1.180 Comuni piemontesi, soltanto 191 disponevano di più sportelli bancari. Altri 213 conservavano una sola filiale, mentre 776 risultavano completamente privi di banche. Tra questi, 226 avevano perso l’ultimo sportello dal 2015 in avanti, mentre gli altri 550 ne erano già sprovvisti.
Non si tratta, peraltro, di un problema esclusivamente piemontese. La progressiva riduzione degli sportelli interessa tutta l’Italia, dove gli istituti di credito stanno concentrando le proprie attività nelle città più grandi e nei centri economicamente più importanti. Nei primi sei mesi del 2026, secondo le rilevazioni di First Cisl, sono stati chiusi altri 126 sportelli bancari, portando il numero complessivo delle filiali italiane a poco più di 19mila.
Nelle regioni caratterizzate da una presenza diffusa di piccoli Comuni, tuttavia, il fenomeno assume conseguenze particolari. La chiusura di una banca si aggiunge spesso alla progressiva scomparsa di altri servizi di prossimità, dai negozi agli uffici pubblici. E quando un territorio perde contemporaneamente attività commerciali, collegamenti e servizi finanziari, diventa più difficile trattenere residenti, attirare nuove famiglie e sostenere iniziative imprenditoriali.
È anche per questo che la Regione Piemonte ha deciso di approfondire la questione direttamente con i rappresentanti degli istituti di credito. Durante l’audizione sono intervenuti, oltre allo stesso Roberto Ravello, Marco Protopapa della Lega e i consiglieri del Partito Democratico Fabio Isnardi, Emanuela Verzella e Gianna Pentenero. Un confronto che ha coinvolto maggioranza e opposizione, a dimostrazione di quanto il problema interessi territori amministrati da forze politiche diverse.
L’obiettivo della Commissione è favorire un dialogo tra istituzioni, banche, enti locali e rappresentanti delle comunità, cercando soluzioni che consentano di mantenere un livello adeguato di servizi anche dove una filiale tradizionale non esiste più. Non si tratta necessariamente di riportare uno sportello in ogni paese, prospettiva difficile da sostenere dal punto di vista economico, ma di capire quali alternative possano essere garantite alle persone che hanno maggiori difficoltà ad accedere ai servizi digitali.
Tra le possibilità già emerse nel dibattito regionale c’è quella di valorizzare ulteriormente i servizi finanziari offerti da Poste Italiane, presenti anche in numerosi piccoli centri dove gli istituti bancari hanno progressivamente ridotto la propria presenza. In passato il Consiglio regionale aveva approvato ordini del giorno per valutare possibili accordi istituzionali in questa direzione. Resta però da comprendere quali servizi possano essere effettivamente garantiti e con quali modalità.
Un’altra questione riguarda il rapporto tra banche e sviluppo economico locale. Per decenni la presenza di una filiale ha rappresentato anche un collegamento diretto tra gli istituti di credito e le attività produttive del territorio. Il direttore conosceva spesso gli imprenditori, le famiglie e le caratteristiche dell’economia locale. Un modello che non garantiva automaticamente finanziamenti più facili o condizioni migliori, ma che assicurava comunque un punto di riferimento fisico per discutere problemi e opportunità.
Oggi una parte crescente di quel rapporto si svolge attraverso piattaforme digitali, consulenze a distanza e strutture organizzative centralizzate. Un cambiamento che può aumentare l’efficienza dei servizi, ma che solleva interrogativi sulla capacità di rispondere alle esigenze delle realtà più piccole, dove il rapporto personale continua a rappresentare un elemento importante, soprattutto quando si tratta di affrontare decisioni finanziarie complesse.
Il rischio, secondo le preoccupazioni emerse nel confronto regionale, è che la progressiva digitalizzazione dei servizi bancari produca nuove forme di esclusione, penalizzando proprio le comunità più fragili. Una trasformazione che, se non accompagnata da adeguate alternative, potrebbe accentuare le differenze tra grandi città e piccoli Comuni, tra territori facilmente raggiungibili e zone periferiche, tra cittadini abituati alla tecnologia e persone che hanno bisogno di assistenza diretta.
Il confronto avviato in Consiglio regionale rappresenta dunque un passaggio importante, ma la questione rimane aperta. Al momento non sono state annunciate riaperture di filiali né soluzioni operative definitive. L’audizione è servita soprattutto a mettere attorno allo stesso tavolo rappresentanti del sistema bancario e istituzioni, nella consapevolezza che una trasformazione di queste dimensioni non può essere affrontata soltanto attraverso le scelte organizzative dei singoli istituti.
Dietro le percentuali e le statistiche ci sono infatti persone che devono organizzare la propria vita quotidiana e imprese che hanno bisogno di servizi accessibili per continuare a lavorare. Per un pensionato senza automobile, per un commerciante che deve effettuare un versamento o per una famiglia che vuole chiedere informazioni su un mutuo, l’assenza di una banca può trasformarsi in una difficoltà concreta, indipendentemente dai vantaggi offerti dalle nuove tecnologie.
Il dato più significativo resta quello da cui è partito il confronto: in Piemonte quasi due Comuni su tre sono senza uno sportello bancario. E mentre le banche continuano a investire nella digitalizzazione, le istituzioni devono fare i conti con una domanda sempre più urgente: come garantire servizi finanziari accessibili anche a chi vive lontano dalle città o non riesce a utilizzare gli strumenti online? Perché chiudere una filiale può essere una scelta aziendale, ma lasciare intere comunità senza alternative rischia di diventare un problema economico e sociale che riguarda tutto il territorio.
«Già nell’aprile 2025 avevamo chiesto alla Giunta di rafforzare l’interlocuzione con gli istituti di credito per scongiurare nuove chiusure, sostenere una ricopertura del territorio anche attraverso filiali ad elevata automazione e richiamare le banche a quel ruolo sociale ed economico che storicamente hanno esercitato nelle nostre comunità. Un impegno approvato all’unanimità dal Consiglio regionale e che oggi è ancora più attuale – continua il vicecapogruppo di FdI -. I numeri, infatti, sono ulteriormente peggiorati: 776 comuni piemontesi su 1.180, il 65,9%, sono completamente privi di sportelli bancari e altri 213 ne hanno uno soltanto. Oltre 1,15 milioni di piemontesi vivono quindi in un comune senza banca o con una sola filiale e circa 83 mila imprese operano nelle medesime condizioni. Nel solo 2025 gli sportelli piemontesi sono diminuiti del 2,9% e la contrazione è proseguita anche nei primi sei mesi del 2026».
«Ridurre la chiusura di una filiale alla mera perdita di un punto in cui prelevare contante – come sostenuto da ABI in Commissione – significa sottovalutare il ruolo delle banche. Una banca non è un bancomat: è presidio, consulenza, accesso al credito e sostegno a famiglie e imprese. La sua scomparsa, soprattutto nei piccoli comuni e nelle aree montane, incide sull’attrattività e sulla competitività dei territori, sulla capacità delle imprese di crescere e sulla tenuta stessa delle comunità. È questa la criticità che abbiamo rappresentato oggi e sulla quale continueremo a mantenere alta l’attenzione».
«Ma al confronto abbiamo affiancato una proposta concreta. Ho presentato un emendamento all’Omnibus affinché, negli affidamenti dei servizi bancari, finanziari, di tesoreria e di cassa della Regione, degli enti regionali, delle partecipate e del sistema sanitario regionale, siano valorizzati attraverso criteri premiali gli istituti che mantengono e rafforzano la propria presenza nei comuni sotto i 5.000 abitanti, nelle aree montane e interne, tenendo conto anche dell’andamento delle aperture e delle chiusure degli sportelli nell’ultimo quinquennio».
«La Regione non può decidere dove una banca debba aprire o chiudere una filiale, ma può decidere quali comportamenti valorizzare nei propri rapporti economici e contrattuali. Non introduciamo obblighi né automatismi escludenti: premiamo chi dimostra concretamente di credere ancora nella prossimità. Chi resta, chi investe e chi continua a essere presente nei territori più fragili deve vedere riconosciuto quell’impegno. È un modo concreto per trasformare una battaglia politica in uno strumento di governo», conclude Ravello.
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