- La spesa pensionistica è attesa in aumento del 4,2% per effetto dell’indicizzazione delle pensioni alle variazioni osservate nell’anno precedente dall’indice dei prezzi al consumo
- Bugli (Itinerari Previdenziali): “Il primo pilastro rappresenta la base. Ma occorre estendere l’attenzione anche alla previdenza complementare”
Il cantiere della Manovra 2027 sulle pensioni è aperto. Ma la strada si fa più stretta. Il Documento programmatico di finanza pubblica stima un aumento della spesa pensionistica di 14,7 miliardi di euro nel prossimo anno, dai 351,8 miliardi del 2026 a 366,5 miliardi, per effetto dell’indicizzazione delle pensioni alle variazioni osservate dall’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati, al netto dei tabacchi. Uno scenario che sembra lasciare pochi margini di azione alle proposte sul capitolo previdenza, dall’Inps ai partiti di maggioranza e opposizione. “La coperta è molto corta, le risorse sono quelle che sono. Bisogna fare i conti con le possibilità economiche che si hanno”, osserva Alessandro Bugli, membro del Centro studi e ricerche di Itinerari Previdenziali.
Il fondo per i nuovi nati (col contributo dello Stato)
Tra le ipotesi più discusse c’è l’idea lanciata dal presidente dell’Inps, Gabriele Fava, di un fondo previdenziale alla nascita: un nuovo strumento di risparmio destinato ai nuovi nati e alimentato inizialmente da un contributo versato dallo Stato, poi dai familiari su base volontaria e infine dal beneficiario stesso una volta entrato nel mondo del lavoro. Secondo alcune indiscrezioni, dovrebbe prendere il nome di “Dote previdenziale pubblica”, contribuendo ad affrontare uno dei rischi più rilevanti per le nuove generazioni: quello di arrivare al momento della pensione con un assegno insufficiente a causa di carriere discontinue e salari contenuti. “L’idea di incentivare il risparmio previdenziale alla nascita è certamente positiva”, commenta Bugli. “Parliamo di una dote che lo Stato dispiega a favore dei nascituri, ma va capito se andrà on top rispetto ad altre misure a favore della natalità o se sarà una rimodulazione dei benefici esistenti”.
L’accumulo non è tra l’altro finalizzato unicamente alla pensione futura, ma anche a garantirsi nei momenti di bisogno un “tesoretto” a cui attingere. La previdenza complementare non rappresenta infatti un capitale che può essere smobilizzato esclusivamente al termine della vita lavorativa ma, nel rispetto delle condizioni previste dalla normativa, può essere utilizzato anche per esigenze come l’acquisto della prima casa, gli studi o bisogni legati alla salute. Il fondo avrebbe però un costo destinato a crescere nel tempo. Considerando l’ultima analisi dell’Istat che stima circa 355mila nuovi nati, potrebbe aggirarsi intorno ai 355 milioni di euro per il primo anno, per poi toccare 1 miliardo e 65 milioni di euro il secondo anno e 2 miliardi e 130 milioni il terzo anno.
Pensione a 64 anni: la proposta della Lega
La proposta della Lega guarda invece alla pensione anticipata contributiva, attualmente riservata ai lavoratori e alle lavoratrici con 64 anni di età, che hanno iniziato a versare i contributi dal 1° gennaio 1996, hanno accumulato almeno 20 anni di contribuzione effettiva e hanno maturato un importo della rata della pensione pari a tre volte l’importo mensile dell’assegno sociale (pari a 1.639 euro nel 2026). L’idea lanciata dal sottosegretario al Lavoro, Claudio Durigon, è di estenderla anche a chi ha iniziato a versare i contributi prima del 1996 e che rientra nel cosiddetto “regime misto”. I potenziali beneficiari dovrebbero però accettare che il loro assegno si basi interamente sul sistema contributivo. “Prima ancora di vedere se la finanza pubblica e il mercato del lavoro siano nelle condizioni di reggere questo passaggio, la vera domanda da porsi è: di che riduzione potenziale stiamo parlando?”, osserva Bugli.
Il nodo dei lavoratori post-1996
Il tema non è dunque soltanto quello della sostenibilità finanziaria della misura. “Il rischio è quello di creare nuove sacche di povertà”, avverte. La flessibilità in uscita, secondo l’esperto, dovrebbe infatti essere accompagnata da una riflessione sull’adeguatezza della prestazione. “Tutto ciò che è flessibilità è sempre bene accetto. Ma il punto è capire se le condizioni di uscita consentano al lavoratore di affrontare una fase che – per effetto dell’aumento della speranza di vita – può essere particolarmente lunga”. Secondo Bugli, il dibattito dovrebbe focalizzarsi tra l’altro sulle generazioni che hanno iniziato a lavorare dopo il 1996. Il riferimento è alle caratteristiche delle carriere che stanno costruendo le pensioni future. “Si tratta di storie professionali, di vite, completamente diverse. C’è una fetta della popolazione su cui non ci stiamo minimamente concentrando”, avverte l’esperto.
Solo il 21% si sente preparato alla pensione
Il primo pilastro, secondo Bugli, rappresenta infine la base. Ma occorre estendere l’attenzione anche alla previdenza complementare. “L’obiettivo dovrebbe essere quello di costruire un welfare mix capace di accompagnare le persone per un periodo sempre più lungo”, conclude l’esperto. L’allungamento delle aspettative di vita porta di fatto con sé necessità che vanno oltre il semplice reddito pensionistico. Secondo un nuovo studio condotto da Boston Consulting Group, attraverso una survey su oltre 6mila persone in Francia, Germania, Italia e Spagna, l’80% non si considera preparato alla pensione. Una percentuale che in Italia si traduce in appena il 21%, con il 2% che si definisce “molto preparato” e il 19% “abbastanza preparato”.
Eppure, una volta informati sulle caratteristiche dei prodotti, il 74% dei partecipanti all’indagine esprime interesse. La quota di risparmio destinata alla pensione, in questo caso, aumenta in media di 10 punti percentuali. “In Italia il tema è culturale ancor prima che finanziario”, commenta Alessandra Catozzella, managing director e partner di Bcg. “Una volta che si spiegano le opzioni disponibili e si informano i diretti interessati, l’ammontare di denaro che questi sono pronti a destinare all’integrazione della pensione aumenta di 10 punti. Dobbiamo guardare a Paesi come il Regno Unito, dove la riforma del 2012 ha portato a un tasso di iscritti alla previdenza complementare dell’80% tra i lavoratori o all’Olanda che ha attivi previdenziali pari al 150% del Pil”.
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