L’Occidente stanco


TRIESTE.news

6 giugno 2026 – ore 14:30 – SITUAZIONE – Il 5 giugno u.s. i media internazionali hanno concentrato la loro attenzione sulla lettera di Zelensky e sulla risposta di Putin. Molte parole, dibattiti accesi, forti e decise prese di posizione. Tanta confusione e poco altro. E, come spesso accade, il tutto oggi viene relegato a marginali trafiletti, privi di sostanziale rilevanza. Se proviamo freddamente e senza manipolazioni a guardare il contenuto dello scambio, tralasciando la propaganda, la grave forma di narcisismo, le “originali” modalità di trasmissione della lettera ucraina e la risposta verbale russa, alla fine cosa emerge? Ho letto e riletto le dichiarazioni ucraine, quelle russe, le reazioni americane e i goffi commenti di Bruxelles. Ho provato unicamente un’immensa amarezza e sgomento. Proviamo a decifrare la situazione in seno ai “contendenti primari”. L’Ucraina appare immersa in un vortice pericoloso, dove l’esasperazione del nazionalismo, le immani perdite, la catastrofica situazione economica, le limitazioni alle fondamentali libertà delle persone, la dilagante corruzione, il calo demografico e molto altro stanno trascinando il sistema Paese verso un inesorabile default, evitato unicamente dal continuo flusso di risorse fornite dall’Europa.

La Russia, al di là dell’abilità politico-diplomatica di Lavrov, accompagnata dalle quotidiane sciabolate sferrate dalla sua portavoce Zakharova, e malgrado le continue rassicurazioni espresse da Putin e dal suo portavoce Peskov alla popolazione russa, appare fortemente provata. I lunghi anni di conflitto pesano, si registrano immani perdite e l’impatto delle continue sanzioni sul sistema industriale e finanziario russo logora l’intero comparto economico.

I “contendenti esterni”?

Gli statunitensi, dopo aver preso le distanze da Zelensky, dimenticandosi improvvisamente di ciò che avevano concepito e posto in essere gli apparati con Biden e i suoi predecessori nell’intera Europa orientale, sembrano aver assunto una posizione di attesa. Le armi americane all’Ucraina le stanno pagando gli europei, i flussi di aiuti a Kiev diminuiscono e gli incontri diplomatici con la Russia vengono diluiti.

Gli europei, stretti nella morsa della crisi energetica, appaiono divisi tra esigenze interne e necessità di individuare una possibile linea condivisa. Germania, Francia e Regno Unito si ripropongono sulla scena, evidenziando la debolezza strutturale dell’Unione Europea, dove l’improvvida estone Kallas non sta godendo di grande popolarità neppure al Parlamento europeo.

La Cina e l’India non appaiono particolarmente interessate a questa crisi nel quadrante europeo; si limitano a manifestare un sostegno alla Russia, rimanendo tuttavia concentrate sugli sviluppi della crisi di Hormuz e sui difficili equilibri geostrategici nel complesso quadrante dell’Indo-Pacifico.

INCRINATURE SULL’ADESIONE DELL’UCRAINA ALLA UE

Malgrado le dichiarazioni di facciata siano tutte indirizzate verso una “prossima” adesione di Kiev alla UE, la realtà appare decisamente diversa. Tralasciando la nota posizione oppositiva ungherese, slovacca e, in parte, polacca, oggi stiamo parlando di un Paese, l’Ucraina, sostanzialmente in default, dove i confini certi non esistono, dove alcune libertà fondamentali, sancite e promosse da Bruxelles, non sono tutelate e riconosciute (libertà politiche, di religione, di lingua, tutela delle minoranze, libertà di movimento ecc.) e dove il governo di Zelensky avrebbe dovuto cedere il suo mandato da oltre due anni.

Anche in questo dossier, la UE appare in totale confusione. Si cercano soluzioni percorribili, si tentano altre strade, nel tentativo di non “spaventare” Kiev da una parte e, contemporaneamente, di non umiliare altri pretendenti balcanici che, faticosamente, stanno osservando “diligentemente” tutti i passaggi del percorso imposto dalle istituzioni europee.

Non possiamo dimenticare l’irritazione silenziosa suscitata in diverse cancellerie europee dalla “glorificazione” operata dal prode guitto di Kiev delle formazioni filonaziste ucraine guidate dall’eroe ucraino Stepan Bandera. Queste formazioni ucraine, ricordiamolo, attualmente oggetto di continue cerimonie commemorative da parte di Zelensky perché ritenute simbolo della resistenza contro l’Armata Rossa sovietica tra il 1943 e il 1945, furono autrici della deportazione degli ebrei ucraini e del tentativo di pulizia etnica nella Galizia orientale e nei territori della Volinia, mediante l’uccisione di circa 100 mila polacchi, con l’obiettivo ultimo di creare un’area etnicamente e unicamente ucraina.

Ovviamente, questi avvenimenti non possono trovare spazio nella narrazione ufficiale e i tentativi di portare alla luce questa “verità” vengono sistematicamente annacquati, sapientemente, da abili manipolatori.

In questo contesto dobbiamo comprendere le iniziative del cancelliere tedesco Merz, volte a proporre a Bruxelles di accogliere Kiev come “membro associato” che, in termini pratici, potremmo definire, usando una moderna terminologia, una “fake adesione”. Ovviamente, in Germania l’opposizione di AfD ha reagito rigettando l’iniziativa del governo e richiedendo, invece, a Kiev i resoconti “contabili” dei milioni di euro e degli armamenti elargiti da Berlino a Kiev in questi quattro anni.

Quest’ultima richiesta della leader di AfD, la temuta Alice Weidel, deriverebbe dal timore che a Kiev, oltre alla dilagante corruzione finanziaria, vi sia un fiorente traffico di materiali d’armamento “ucraini”, di origine statunitense ed europea, posto in essere da sodalizi criminali ucraini e diretto ad alimentare scenari di guerra africani e non solo.

Al momento sono solo rumors, fastidiosi rumors, ma, se si dovessero trasformare in inchieste, arresti o altro, molti pilastri della “democrazia ucraina” crollerebbero rovinosamente.

Il rischio concreto di un filo sottile che tende a tranciarsi

La storia ci insegna che, davanti a un simile scenario, non esistono molte soluzioni.

La prima, ritenuta da molti analisti l’unica razionale e perseguibile nel breve periodo, appare rappresentata dall’applicazione nel conflitto in Ucraina della cosiddetta soluzione coreana. Nel 1953, in particolare, la fine del conflitto venne sancita senza un trattato di pace, con il congelamento dei confini e la creazione di una zona demilitarizzata tra i due Stati. Situazione, ricordiamolo, rimasta invariata tra le due Coree fino a oggi.

La seconda, decisamente catastrofica, appare rappresentata da un’ulteriore escalation del conflitto da parte di Mosca, con l’impiego di missili balistici e molto di più. Ovviamente, una tale scelta determinerebbe la risposta europea e, forse, anche americana. Il risultato sarebbe devastante per tutti.

Di questo, spero, si stia discutendo nelle segrete stanze di Mosca, Washington, Berlino, Londra e Parigi.

Le attente dichiarazioni di Putin, Peskov e, soprattutto, di Lavrov, pronunciate negli ultimi giorni, accompagnate da quelle di Trump, fanno ritenere imminenti nuovi incontri russo-americani, al termine dei quali capiremo definitivamente il prosieguo dell’assurda guerra in Ucraina.

Un compromesso va trovato ora, subito, prima che sia troppo tardi.

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di cinque saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; “Un altro mondo” (2025) e “Ultimo Miglio” (2026), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

Articolo di Stefano Silvio Dragani

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