Numero 41/2026
7 Ottobre 2026
Quando si parla di sostenibilità nel mondo della birra, il racconto parte quasi sempre dal birrificio. Si parla di acqua, energia, materie prime, recupero del calore, impianti fotovoltaici, gestione delle trebbie e riduzione degli sprechi. Sono temi centrali e, negli ultimi anni, sono diventati parte integrante delle strategie di molte aziende, sia nel comparto industriale sia in quello artigianale.
Ma la vita della birra non termina quando esce dalla sala cottura o quando viene riempita la bottiglia. C’è una parte della filiera che inizia proprio in quel momento e che comprende confezionamento, stoccaggio, trasporto, distribuzione e servizio. È una fase meno raccontata, ma tutt’altro che marginale, soprattutto in un Paese nel quale la birra alla spina rappresenta una componente importante dei consumi fuori casa.
È da questa prospettiva che può essere letto il Bilancio di Sostenibilità 2025 di PolyKeg, azienda bergamasca specializzata nella produzione di fusti in PET destinati alla distribuzione alla spina di birra e altre bevande.
Il documento prosegue un percorso di rendicontazione che l’azienda ha intrapreso negli ultimi anni e che non riguarda soltanto gli aspetti ambientali, ma anche le persone, la sicurezza, l’innovazione e la responsabilità dell’impresa nei confronti dei propri interlocutori.
Il tema, per chi si occupa di birra, è particolarmente interessante perché porta l’attenzione su un elemento spesso considerato semplicemente funzionale alla distribuzione: il fusto.
Una birra che viaggia
La birra prodotta in Italia oggi viaggia molto.
Nel 2024 la produzione nazionale ha raggiunto 17,2 milioni di ettolitri, mentre i consumi si sono attestati a 21,5 milioni di ettolitri. Sono numeri che descrivono un comparto articolato, nel quale convivono grandi gruppi industriali, birrifici indipendenti, microbirrifici, brewpub e produttori agricoli.
Dietro ogni ettolitro prodotto e consumato esiste una catena di movimentazioni. Le materie prime arrivano al birrificio, il prodotto finito viene confezionato, trasportato e stoccato, quindi raggiunge il distributore, il locale o il consumatore.
Nel caso della birra alla spina, il fusto accompagna una parte significativa di questo percorso.
Non è quindi soltanto un contenitore. È un componente della logistica e, in una certa misura, del modello distributivo del birrificio.
Il suo peso, le dimensioni, il numero di pezzi che possono essere caricati su un pallet o su un camion e la gestione al termine dell’utilizzo sono tutti elementi che possono incidere sull’efficienza complessiva della filiera.
È proprio su questo terreno che PolyKeg ha concentrato una parte della propria ricerca.
Il peso del packaging
La scelta del packaging è una delle questioni più complesse quando si parla di sostenibilità.
Non esiste infatti un materiale che possa essere considerato, in assoluto e indipendentemente dal contesto, la soluzione più sostenibile. Occorre guardare all’intero ciclo di vita: quantità di materiale utilizzato, processo produttivo, distanza percorsa, modalità di trasporto, durata dell’utilizzo, possibilità di recupero e gestione del fine vita.
Nel caso dei fusti, questi aspetti assumono una rilevanza particolare perché il contenitore deve accompagnare la birra in tutte le fasi successive alla produzione.
La gamma PolyKeg PRO 2.0 è stata sviluppata proprio con l’obiettivo di intervenire su alcuni di questi parametri. L’azienda dichiara, per il prodotto, la possibilità di utilizzare fino al 42% di materiale riciclato e una riciclabilità fino al 99%, oltre a un lavoro di razionalizzazione dei materiali e di progettazione finalizzato a facilitarne la separazione.
Sono dati che vanno naturalmente considerati nel contesto tecnico e nelle condizioni specifiche dichiarate dall’azienda, ma che evidenziano una direzione precisa: cercare di intervenire sul prodotto non soltanto durante il suo utilizzo, ma lungo l’intero ciclo di vita.
Il viaggio prima della spillatura
C’è poi un altro elemento che interessa direttamente la filiera birraria: la logistica.
Un fusto non deve soltanto contenere la birra. Deve arrivare al luogo in cui verrà spillata.
Per un grande produttore industriale, che movimenta quantitativi molto elevati e dispone di una rete distributiva nazionale o internazionale, l’ottimizzazione logistica può assumere un peso considerevole. Per un piccolo birrificio artigianale la scala è diversa, ma non necessariamente lo è il problema: consegne frequenti, piccoli quantitativi, movimentazioni manuali e distribuzione capillare fanno parte della quotidianità di molte aziende.
PolyKeg ha lavorato anche su questo aspetto, cercando di ottimizzare il rapporto tra prodotto, spazio occupato e trasporto.
Ancora più interessante è il modello di produzione decentralizzata sviluppato dall’azienda. In determinate configurazioni, il sistema consente di produrre i fusti direttamente presso il cliente o in prossimità del mercato di destinazione.
Il dato diventa particolarmente significativo se si considera la natura stessa del mercato birrario: un prodotto composto in larga parte da acqua, che può essere prodotto in un luogo e consumato a centinaia o migliaia di chilometri di distanza.
Ridurre il peso e, quando possibile, avvicinare la produzione del contenitore al luogo in cui sarà utilizzato significa intervenire su una delle fasi meno visibili della filiera, ma anche su una delle più direttamente legate alla movimentazione delle merci.
Una questione che riguarda anche i piccoli birrifici
Per la birra artigianale il discorso assume caratteristiche ancora diverse.
Il piccolo produttore non ha generalmente la stessa capacità logistica di un grande gruppo e spesso costruisce il proprio mercato proprio sulla vicinanza al consumatore. Il pub del territorio, il ristorante, la tap room, il festival o l’evento rappresentano canali fondamentali.
In questo contesto la gestione del fusto non è soltanto una questione ambientale. È anche una questione operativa.
Un contenitore più leggero può modificare le modalità di movimentazione all’interno del birrificio e nel locale; una diversa organizzazione logistica può incidere sulla frequenza delle consegne; la possibilità di produrre il contenitore in prossimità dell’utilizzatore può cambiare il modo in cui viene organizzata la catena di approvvigionamento.
Sono aspetti che non sostituiscono le altre azioni di sostenibilità del birrificio, ma si aggiungono ad esse.
La direzione verso cui si sta muovendo il settore sembra quindi essere quella di una visione sempre più ampia: non soltanto come produrre una birra con meno risorse, ma anche come farla arrivare al consumatore utilizzando in modo più efficiente quelle risorse.
Dal prodotto al suo fine vita
La sostenibilità del packaging, naturalmente, non si conclude con la consegna al locale.
Una volta svuotato, il fusto entra in una nuova fase della propria vita: quella del recupero dei materiali.
Anche su questo punto la progettazione può fare la differenza. Un prodotto composto da materiali differenti, difficili da separare, pone problemi diversi rispetto a un prodotto progettato fin dall’origine pensando anche alla fase di recupero.
PolyKeg ha inserito questo principio nello sviluppo della gamma PRO 2.0, intervenendo sulla composizione e sulla separabilità dei componenti.
È un approccio che si inserisce nel più ampio concetto di eco-design, secondo il quale il fine vita non dovrebbe essere considerato soltanto quando il prodotto è già sul mercato, ma già nella fase di progettazione.
Per la filiera birraria è una questione destinata ad assumere sempre maggiore importanza, perché la crescita dei volumi e la diversificazione dei sistemi di confezionamento rendono sempre più necessario ragionare sulla destinazione dei materiali dopo il loro utilizzo.
Non soltanto ambiente
Il Bilancio di Sostenibilità 2025 di PolyKeg allarga però ulteriormente il campo.
La sostenibilità aziendale non viene infatti ricondotta esclusivamente alla riduzione delle emissioni o alla gestione dei materiali. Nel documento trovano spazio anche le persone, la sicurezza, la formazione, l’innovazione e il rapporto con gli stakeholder.
È una prospettiva che interessa da vicino anche il mondo della birra, dove la crescita degli ultimi anni ha portato molti piccoli produttori a trasformarsi progressivamente da realtà prevalentemente artigianali in imprese strutturate, con personale, investimenti tecnologici, procedure di sicurezza e rapporti sempre più articolati con fornitori e distributori.
La sostenibilità, in questo senso, diventa una questione di organizzazione complessiva dell’impresa.
Una filiera sempre più chiamata a misurarsi
Il dato forse più interessante del percorso PolyKeg non è quindi un singolo numero, ma il fatto che la sostenibilità venga osservata dal punto di vista di un anello della filiera che normalmente rimane meno visibile.
Perché una birra possa essere definita sostenibile non basta intervenire sulla sala cottura, così come non basta utilizzare materie prime locali o recuperare le trebbie.
Bisogna guardare anche a ciò che accade dopo.
Il contenitore, il trasporto, la distribuzione e il servizio fanno parte della stessa storia.
E in un mercato italiano che supera i 17 milioni di ettolitri di produzione, con una presenza sempre più articolata di grandi industrie e piccoli produttori indipendenti, anche queste fasi possono diventare terreno di innovazione.
È questa, in fondo, la prospettiva con cui leggere il Bilancio di Sostenibilità 2025 di PolyKeg: non soltanto il rendiconto di un’azienda che produce fusti, ma un contributo alla discussione su come la birra viene confezionata, movimentata e portata fino al bicchiere.
Una discussione destinata a diventare sempre più importante per l’intera filiera brassicola.
Il Bilancio di Sostenibilità 2025 di PolyKeg è disponibile sul sito dell’azienda, dove è possibile approfondire dati, iniziative e obiettivi del percorso intrapreso negli ultimi anni.
Maggiori informazioni: POLYKEG
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