Ci sono parole che la scuola pronuncia ogni giorno e che rischiano, proprio per questo, di perdere il loro significato più autentico. Inclusione, cittadinanza, competenze, personalizzazione, benessere, ascolto. Tra tutte, forse, la parola più importante è una delle meno citate: rispetto.
Eppure nessuna educazione è possibile senza rispetto.
Non esiste apprendimento autentico laddove uno studente viene umiliato. Non esiste crescita personale laddove il docente utilizza il sarcasmo come strumento di relazione. Non esiste scuola quando il giudizio sulla prestazione diventa giudizio sulla persona.
A distanza di decenni dalle grandi riflessioni pedagogiche che hanno trasformato il modo di intendere l’insegnamento, sopravvivono ancora atteggiamenti che appartengono ad una stagione educativa ormai conclusa. Sopravvive la battuta ironica sull’abbigliamento di uno studente. Sopravvive il commento sprezzante sugli interessi dei giovani. Sopravvive il rimprovero pubblico che mortifica anziché correggere. Sopravvive l’idea che l’autorevolezza possa essere costruita attraverso la distanza, il timore o addirittura la paura.
Si tratta di comportamenti che spesso vengono giustificati come semplici richiami educativi, come modalità comunicative appartenenti ad altre generazioni o come manifestazioni di severità necessarie alla crescita degli studenti. In realtà essi rivelano qualcosa di più profondo: l’incapacità di comprendere che la scuola è cambiata perché è cambiata la società, sono cambiati i giovani, sono cambiate le famiglie, sono cambiati i bisogni educativi.
La scuola del XXI secolo non può essere la scuola dell’umiliazione. Non può essere la scuola del confronto tra generazioni. Non può essere la scuola nella quale l’adulto pretende di misurare il valore dei ragazzi utilizzando categorie culturali appartenenti ad un altro tempo.
Ogni studente porta con sé una storia, una sensibilità, una fragilità, una ricchezza che meritano attenzione. Ogni studente ha diritto ad essere accolto nella propria unicità. Questo non significa rinunciare alle regole, abbassare le aspettative o eliminare il rigore. Significa, al contrario, esercitare il rigore nella forma più alta e più difficile: quella che sa distinguere l’errore dalla persona che lo commette.
La pedagogia contemporanea, da Dewey a Bruner, da Don Milani a Morin, da Rogers a Nussbaum, ha insistito sulla necessità di costruire ambienti educativi nei quali il riconoscimento della dignità dell’altro rappresenti il fondamento stesso dell’azione formativa. Anche la normativa scolastica italiana, attraverso l’autonomia scolastica, le Indicazioni nazionali, le Linee guida per l’orientamento, l’educazione civica e la prospettiva inclusiva, richiama costantemente il valore della persona come centro dell’intervento educativo.
Eppure permane una contraddizione evidente. Mentre la scuola dichiara di voler formare cittadini responsabili, talvolta continua a proporre modelli relazionali che producono distanza, frustrazione e disaffezione. Mentre si parla di benessere scolastico, alcuni studenti continuano a percepire la scuola come luogo di giudizio. Mentre si invoca la partecipazione attiva, talvolta si dimentica che nessuno partecipa davvero ad un ambiente nel quale non si sente rispettato.
La questione diventa ancora più delicata quando riguarda i docenti chiamati a svolgere funzioni educative particolarmente significative, come quelle connesse all’Educazione civica. In questo ambito il rischio di confondere contenuti e finalità educative appare evidente. L’obiettivo non consiste nell’accumulare nozioni o nel trasformare l’insegnamento in una successione di dati da memorizzare. L’obiettivo consiste nello sviluppo della coscienza civica, del senso di responsabilità, della consapevolezza dei rischi, della capacità di compiere scelte eticamente e socialmente sostenibili.
L’Educazione civica non dovrebbe limitarsi a spiegare quanto sia lungo uno spazio di frenata. Dovrebbe aiutare i giovani a comprendere perché non si deve guidare in stato di ebbrezza. Non dovrebbe fermarsi alla descrizione delle conseguenze giuridiche di un comportamento scorretto. Dovrebbe contribuire alla costruzione di una cultura della responsabilità. Non dovrebbe insegnare soltanto le norme. Dovrebbe educare alla convivenza.
La scuola che educa è la scuola che vede prima la persona e poi lo studente. È la scuola che riconosce il valore della differenza. È la scuola che comprende che la vera autorevolezza non nasce dal potere ma dalla credibilità.
Alla fine del percorso scolastico gli studenti dimenticheranno molte formule, molte date e molti contenuti. Ricorderanno invece come si sono sentiti. Ricorderanno chi li ha aiutati a credere in se stessi. Ricorderanno chi ha saputo vedere in loro possibilità che nemmeno loro immaginavano di possedere.
Per questo il rispetto non rappresenta un elemento accessorio dell’insegnamento. È la sua condizione essenziale. Senza rispetto può esistere forse l’istruzione. Non può esistere l’educazione.
Il rispetto come fondamento della relazione educativa
Ogni autentico processo educativo nasce da un presupposto tanto semplice quanto irrinunciabile: il riconoscimento della dignità dell’altro. Prima ancora delle metodologie didattiche, delle competenze professionali, delle conoscenze disciplinari e delle strategie di valutazione, vi è la capacità del docente di riconoscere nello studente una persona. Non un numero di registro, non un voto, non una prestazione scolastica, ma una persona portatrice di una storia, di emozioni, di fragilità, di sogni, di talenti e di potenzialità.
La scuola italiana, soprattutto negli ultimi decenni, ha progressivamente assunto una visione antropologica centrata sulla persona. Non è un caso che la normativa scolastica richiami costantemente concetti quali inclusione, personalizzazione, successo formativo, benessere scolastico, cittadinanza attiva e partecipazione democratica. Tutti questi principi trovano il loro comune denominatore proprio nel rispetto.
Il rispetto non è una forma di indulgenza. Non coincide con il permissivismo. Non significa rinunciare all’autorevolezza o alle regole. Al contrario, il rispetto rappresenta la condizione che rende possibile l’esercizio dell’autorevolezza educativa. Uno studente può accettare una correzione severa, una valutazione rigorosa, una richiesta impegnativa, se percepisce che dietro quelle scelte vi è una persona che crede nelle sue possibilità di crescita. Difficilmente, invece, accetterà di buon grado l’umiliazione, il sarcasmo o il disprezzo.
Lo aveva compreso profondamente Martin Buber quando sosteneva che ogni autentica relazione educativa nasce dall’incontro tra un “Io” e un “Tu”. Lo aveva compreso Carl Rogers quando parlava di accettazione positiva incondizionata della persona. Lo aveva compreso don Lorenzo Milani quando ricordava che il problema degli altri è uguale al mio e che uscirne insieme rappresenta la politica, mentre uscirne da soli rappresenta soltanto l’avarizia.
Nella scuola contemporanea il rispetto non costituisce un valore accessorio. Esso rappresenta il fondamento stesso della convivenza educativa. Ogni volta che un docente si rivolge ad uno studente con attenzione, ascolto e considerazione, non sta semplicemente svolgendo il proprio lavoro. Sta contribuendo alla costruzione di una comunità democratica. Sta insegnando, attraverso l’esempio, ciò che nessun libro di testo potrà mai trasmettere compiutamente.
La scuola dell’umiliazione non educa
Esistono parole che possono accompagnare una persona per tutta la vita. Alcune diventano incoraggiamento, memoria positiva, stimolo alla crescita. Altre si trasformano in ferite invisibili che continuano a riaffiorare nel tempo. Chiunque abbia frequentato la scuola conserva nella memoria il ricordo di un insegnante che ha saputo valorizzarlo, ma conserva spesso anche il ricordo di una frase umiliante, pronunciata magari davanti all’intera classe.
La cultura pedagogica contemporanea ha da tempo dimostrato l’inefficacia educativa dell’umiliazione. Eppure non sono ancora scomparsi atteggiamenti che appartengono ad una concezione ormai superata dell’insegnamento. Frasi come «Ma non vi vergognate?», «Possibile che non abbiate capito nulla?», «Siete immaturi», «Non arriverete mai da nessuna parte» continuano talvolta a risuonare nelle aule scolastiche, spesso pronunciate con leggerezza, quasi fossero innocue espressioni di severità.
In realtà tali affermazioni non correggono il comportamento. Colpiscono l’identità della persona. Non aiutano lo studente a comprendere l’errore. Lo inducono piuttosto a percepire se stesso come incapace, inadeguato o non all’altezza delle aspettative.
La pedagogia distingue chiaramente tra la critica di un comportamento e la svalutazione della persona. Dire ad uno studente che una prova è insufficiente significa valutare una prestazione. Dire ad uno studente che è incapace significa colpire la sua identità. La differenza non è soltanto linguistica. È profondamente educativa.
John Dewey ricordava che la scuola deve essere un laboratorio di democrazia. Ma nessuna democrazia può nascere dall’umiliazione. Nessuna cittadinanza attiva può svilupparsi in un ambiente nel quale la paura del giudizio prevale sulla libertà di esprimersi. Nessuna partecipazione autentica può crescere laddove gli studenti temono di essere ridicolizzati per un errore, una domanda o un’incertezza.
L’insegnante che umilia ottiene forse il silenzio. Talvolta ottiene persino l’obbedienza. Ma raramente ottiene apprendimento significativo. Lo studente che si sente umiliato smette progressivamente di rischiare, di esporsi, di fare domande. Impara a proteggersi, non a crescere. E una scuola che genera paura non sta educando. Sta semplicemente addestrando alla sottomissione.
Quando il sarcasmo prende il posto della pedagogia
Tra le forme più subdole di mancanza di rispetto vi è certamente il sarcasmo. Diversamente dall’insulto esplicito, il sarcasmo si presenta spesso sotto le sembianze della battuta, dell’ironia, dello scherzo apparentemente innocuo. Proprio per questo risulta particolarmente difficile da riconoscere e da contrastare.
Talvolta il docente ironizza sull’abbigliamento di uno studente. Altre volte commenta il suo linguaggio, le sue passioni, i suoi interessi musicali, il modo in cui porta i capelli o utilizza i social network. In alcuni casi si tratta di osservazioni apparentemente marginali. In realtà esse veicolano un messaggio molto preciso: il tuo modo di essere non è adeguato.
Dietrich Bonhoeffer sosteneva che il rispetto per l’altro nasce dalla capacità di riconoscere il mistero della sua persona. Il sarcasmo, al contrario, riduce la persona ad una caricatura. Ne enfatizza gli aspetti esteriori e ne mortifica la complessità.
Il problema non riguarda soltanto la sensibilità individuale dello studente. Riguarda il modello educativo che il docente trasmette all’intera classe. Quando un insegnante utilizza sistematicamente il sarcasmo, legittima implicitamente una cultura della derisione. Insegna che chi è diverso può essere oggetto di scherno. Insegna che il più forte può ridicolizzare il più fragile. Insegna che l’ironia può trasformarsi in strumento di potere.
Le neuroscienze educative hanno evidenziato come i contesti caratterizzati da sicurezza emotiva favoriscano significativamente l’apprendimento. Al contrario, l’ansia, l’umiliazione e il timore della derisione attivano meccanismi difensivi che ostacolano la partecipazione e la costruzione delle conoscenze.
Per questa ragione il docente è chiamato ad esercitare una particolare vigilanza sulle proprie parole. Ciò che per un adulto può apparire una semplice battuta può assumere, agli occhi di un adolescente, un peso enorme. L’adolescenza rappresenta infatti una fase della vita caratterizzata dalla costruzione dell’identità personale e sociale. Ogni parola pronunciata da una figura autorevole contribuisce a plasmare l’immagine che il giovane costruisce di se stesso.
L’ironia intelligente può essere una straordinaria risorsa educativa. Il sarcasmo, invece, non è mai pedagogia. È semplicemente una forma raffinata di aggressività relazionale.
Corpi, abiti, gusti e passioni: il diritto degli studenti ad essere se stessi
Tra gli aspetti che maggiormente caratterizzano le nuove generazioni vi è la ricerca della propria identità. Attraverso l’abbigliamento, la musica, le passioni sportive, gli interessi culturali, il linguaggio e le modalità comunicative, gli adolescenti cercano di definire se stessi e il proprio posto nel mondo. Si tratta di un processo fisiologico, studiato dalla psicologia dello sviluppo e riconosciuto da tutte le principali teorie educative contemporanee.
Proprio per questo appare particolarmente grave quando la scuola diventa il luogo nel quale tali percorsi identitari vengono ridicolizzati anziché compresi. Il docente che ironizza su una maglietta, su un taglio di capelli, su una passione musicale o su un interesse generazionale non sta semplicemente esprimendo un’opinione personale. Sta comunicando che esiste un unico modo corretto di essere giovani: quello che corrisponde ai propri modelli culturali.
Ogni generazione tende naturalmente a guardare con diffidenza quella successiva. È un fenomeno antico quanto la storia dell’umanità. Tuttavia il compito dell’educatore consiste proprio nel superare questo limite. L’insegnante non è chiamato a giudicare i giovani sulla base delle categorie del proprio passato. È chiamato a comprendere il presente nel quale essi vivono.
Edgar Morin ha più volte sottolineato come una delle grandi sfide dell’educazione contemporanea consista nella capacità di comprendere l’altro nella sua irriducibile complessità. Comprendere non significa approvare ogni scelta. Significa riconoscere che ogni essere umano possiede una propria storia, una propria sensibilità, un proprio percorso di crescita.
La scuola deve certamente educare al senso del limite, al rispetto delle regole e alla responsabilità. Ma non può trasformarsi in un tribunale permanente delle identità giovanili. Non può pretendere di uniformare le differenze. Non può considerare sospetto tutto ciò che appare nuovo o diverso.
Quando uno studente entra in aula porta con sé molto più di uno zaino. Porta il proprio mondo. Porta le proprie passioni, le proprie paure, le proprie fragilità e le proprie speranze. Un docente può scegliere se accogliere quel mondo oppure deriderlo. Nel primo caso costruirà una relazione educativa destinata a lasciare un segno positivo. Nel secondo caso otterrà forse un momento di apparente superiorità, ma perderà l’occasione più importante che la professione docente possa offrire: aiutare un giovane a diventare pienamente se stesso.
L’errore da correggere e la persona da rispettare
Uno dei più grandi equivoci educativi consiste nel confondere l’errore con la persona che lo commette. La scuola esiste per aiutare gli studenti a riconoscere gli errori, comprenderli e superarli. Non esiste per etichettare, classificare o definire una persona sulla base delle sue difficoltà, delle sue fragilità o delle sue temporanee insufficienze.
Ogni percorso di apprendimento è inevitabilmente attraversato dall’errore. Nessun bambino impara a camminare senza cadere. Nessun adolescente impara a ragionare senza sbagliare. Nessun adulto costruisce competenze senza attraversare esperienze di fallimento. Eppure vi sono ancora contesti scolastici nei quali l’errore continua ad essere vissuto come una colpa anziché come una tappa naturale della crescita.
Le moderne teorie dell’apprendimento hanno ormai chiarito che l’errore rappresenta uno strumento prezioso per comprendere il funzionamento dei processi cognitivi. Lev Vygotskij, Jerome Bruner e numerosi studiosi contemporanei hanno mostrato come proprio dall’analisi dell’errore possano nascere occasioni significative di apprendimento. L’errore non è il nemico della conoscenza. Ne è spesso il punto di partenza.
Per questo motivo il docente è chiamato a sviluppare una particolare sensibilità linguistica e relazionale. Correggere un compito, evidenziare una lacuna, richiamare un comportamento scorretto sono azioni che appartengono pienamente alla funzione educativa. Ben altra cosa è trasformare quella correzione in una valutazione della persona.
Dire ad uno studente che deve impegnarsi di più significa indicare una strada di miglioramento. Dire che non è capace significa chiudere quella strada. Dire che una risposta è sbagliata significa favorire la riflessione. Dire che uno studente non arriverà mai da nessuna parte significa privarlo della speranza.
Ogni ragazzo che entra in una classe ha diritto ad essere considerato per ciò che può diventare e non soltanto per ciò che è in quel preciso momento. L’educazione autentica guarda sempre al futuro. Cerca possibilità, non sentenze. Costruisce ponti, non muri. Per questo la grandezza di un insegnante non si misura dalla quantità di errori che riesce ad individuare, ma dalla capacità di trasformare ogni errore in una possibilità di crescita.
La fine della scuola autoritaria e la nascita della scuola della corresponsabilità
Per lungo tempo la scuola è stata concepita come un’istituzione fortemente gerarchica. Il docente parlava, gli studenti ascoltavano. Il docente decideva, gli studenti eseguivano. Il docente valutava, gli studenti subivano il giudizio. Era il modello di una società profondamente diversa da quella attuale, caratterizzata da rapporti verticali e da una limitata partecipazione democratica.
Oggi quella scuola non esiste più. Non perché siano venuti meno il rispetto delle regole o il riconoscimento del ruolo docente, ma perché è profondamente cambiata l’idea stessa di educazione. La scuola contemporanea è chiamata a formare cittadini consapevoli, capaci di partecipare, di assumersi responsabilità, di esercitare il pensiero critico e di confrontarsi con la complessità del mondo.
Non può esistere cittadinanza democratica in una scuola che continua a riprodurre modelli autoritari. Non può esistere partecipazione in un ambiente che non ascolta. Non può esistere corresponsabilità laddove una sola voce pretende di detenere tutta la verità.
La normativa scolastica degli ultimi decenni ha progressivamente rafforzato il concetto di comunità educante. Studenti, famiglie, docenti e istituzioni sono chiamati a concorrere alla costruzione di un progetto formativo condiviso. Tale prospettiva richiede una profonda trasformazione culturale. Significa passare dalla logica del comando alla logica della relazione. Dalla logica della subordinazione alla logica della corresponsabilità.
In questa prospettiva assumono particolare valore le parole che il professor Angelo Nasca, Dirigente Scolastico dell’Istituto Tecnico “Carlo Alberto Dalla Chiesa” di Partinico, ama ripetere ai propri docenti in numerose occasioni istituzionali e formative: «I veri protagonisti della scuola sono gli studenti. Noi esistiamo professionalmente perché esistono loro. La scuola esiste perché esistono loro. Non dobbiamo mai dimenticare che sono gli attori principali del processo educativo e che con loro dobbiamo continuamente confrontarci.»
In questa semplice riflessione è racchiusa una delle più importanti verità pedagogiche del nostro tempo. Quando la scuola dimentica chi siano i suoi protagonisti, rischia di smarrire la propria missione. Quando invece riconosce negli studenti il centro dell’azione educativa, ogni scelta didattica, organizzativa e relazionale assume un significato diverso.
Don Milani e il dovere morale di non lasciare indietro nessuno
Tra le figure che più hanno contribuito a ridefinire il senso profondo dell’insegnamento vi è certamente don Lorenzo Milani. A distanza di decenni dalla sua esperienza educativa a Barbiana, il suo messaggio continua ad interrogare la scuola italiana con una forza sorprendentemente attuale.
Don Milani non concepiva la scuola come un luogo di selezione sociale. La immaginava come uno strumento di emancipazione, di giustizia e di riscatto. Per lui il compito dell’insegnante non consisteva nel distinguere i migliori dai peggiori, ma nel garantire a ciascuno le condizioni per sviluppare pienamente le proprie potenzialità.
La celebre affermazione contenuta nella Lettera a una professoressa, secondo cui «non c’è nulla che sia più ingiusto quanto fare parti uguali fra disuguali», rappresenta ancora oggi uno dei pilastri della riflessione pedagogica contemporanea. Trattare tutti nello stesso modo non significa necessariamente essere giusti. Essere giusti significa riconoscere le differenze e intervenire affinché nessuno venga escluso dalle opportunità di crescita.
Questa prospettiva appare particolarmente significativa in un tempo nel quale le classi sono caratterizzate da una crescente complessità culturale, sociale e personale. Studenti con storie differenti, bisogni differenti, talenti differenti e differenti modalità di apprendimento condividono quotidianamente gli stessi spazi educativi.
In tale contesto l’insegnante è chiamato ad esercitare non soltanto competenze disciplinari, ma anche sensibilità umana, capacità di ascolto, attenzione alle fragilità e disponibilità alla comprensione.
Don Milani ci ricorda che ogni studente lasciato indietro rappresenta una sconfitta educativa. Non una sconfitta dello studente, ma una sconfitta della comunità educante. Per questo motivo il docente che deride, umilia o scoraggia tradisce, spesso inconsapevolmente, la missione più profonda dell’insegnamento. Al contrario, il docente che sostiene, incoraggia e accompagna continua a realizzare, ogni giorno, quell’idea di scuola inclusiva e democratica che Barbiana ha consegnato alla storia della pedagogia.
Carl Rogers e l’accettazione positiva della persona
Se Don Milani ha rappresentato una delle voci più significative della pedagogia italiana, Carl Rogers ha offerto alla riflessione educativa internazionale uno dei contributi più importanti per comprendere il valore della relazione umana nei processi di apprendimento.
Secondo Rogers, ogni persona possiede una naturale tendenza alla crescita, allo sviluppo e alla realizzazione di sé. Tale tendenza può però manifestarsi pienamente soltanto all’interno di contesti caratterizzati da autenticità, empatia e accettazione positiva.
L’accettazione positiva non significa approvare ogni comportamento. Non significa rinunciare alle regole o alle responsabilità educative. Significa distinguere sempre la persona dai suoi comportamenti. Significa riconoscere il valore intrinseco di ogni individuo indipendentemente dai suoi successi, dai suoi errori o dalle sue difficoltà.
Applicata alla scuola, questa prospettiva assume una portata straordinaria. Lo studente deve poter percepire che il docente continua a credere nelle sue possibilità anche quando commette errori, incontra ostacoli o attraversa momenti di difficoltà. Deve sapere che una valutazione insufficiente non coincide con una svalutazione della sua persona.
Molte delle sofferenze che gli studenti vivono all’interno del percorso scolastico nascono proprio dalla sensazione di essere giudicati non per ciò che fanno, ma per ciò che sono. Quando un ragazzo si sente etichettato come svogliato, incapace, problematico o inadeguato, la relazione educativa entra inevitabilmente in crisi.
Rogers ci invita invece a costruire una scuola capace di generare fiducia. Una scuola nella quale l’ascolto preceda il giudizio. Una scuola nella quale l’empatia accompagni la valutazione. Una scuola nella quale il docente sappia esercitare la propria autorevolezza senza rinunciare all’umanità.
Forse è proprio qui che si colloca la differenza tra chi insegna una disciplina e chi educa una persona. Il primo può trasmettere contenuti. Il secondo lascia tracce. E le tracce più profonde non sono quasi mai quelle lasciate da una formula, da una data o da una definizione. Sono quelle lasciate da un incontro umano capace di far sentire uno studente accolto, compreso e rispettato.
Edgar Morin e la necessità di comprendere l’essere umano nella sua complessità
Uno dei limiti più evidenti di una certa scuola ancora legata a modelli del passato consiste nella tendenza a semplificare ciò che, per sua natura, è complesso. Lo studente diligente viene considerato “bravo”, quello inquieto “problematico”, quello silenzioso “disinteressato”, quello che contesta “maleducato”. Etichette rapide, rassicuranti per l’adulto, ma profondamente ingiuste verso la complessità delle persone.
Edgar Morin ha dedicato gran parte della propria riflessione filosofica ed educativa alla necessità di superare le visioni riduzionistiche dell’essere umano. Nessuna persona può essere compresa attraverso una sola dimensione. Nessuno studente coincide con un voto. Nessuno studente coincide con un comportamento osservato in una singola giornata. Nessuno studente coincide con una disciplina scolastica.
Ogni ragazzo è il risultato di una molteplicità di fattori: familiari, sociali, culturali, emotivi, relazionali, economici e affettivi. Dietro una risposta mancata possono nascondersi fragilità invisibili. Dietro un atteggiamento provocatorio può celarsi una richiesta di attenzione. Dietro un’apparente indifferenza può esistere una sofferenza che nessuno ha ancora saputo ascoltare.
La scuola che pretende di misurare tutto rischia di perdere ciò che conta davvero. La persona non può essere ridotta ad una griglia. Non può essere compressa in un giudizio. Non può essere spiegata attraverso una media aritmetica.
Morin invita l’educazione contemporanea ad insegnare la comprensione umana prima ancora dell’accumulo delle conoscenze. Forse è proprio questa la sfida più urgente della scuola del nostro tempo: imparare a comprendere prima di giudicare. Imparare ad ascoltare prima di classificare. Imparare a conoscere la persona prima di pretendere di valutarla.
Perché l’educazione non consiste nell’ordinare esseri umani all’interno di una graduatoria. Consiste nell’aiutarli a scoprire chi possono diventare.
Martha Nussbaum: educare alla democrazia significa educare al rispetto
Tra le voci più autorevoli della filosofia contemporanea, Martha Nussbaum ha più volte denunciato il rischio di una scuola che forma competenze tecniche senza formare cittadini. Una scuola che prepara lavoratori, ma non persone capaci di comprendere il dolore degli altri, la pluralità delle esperienze umane e il valore della convivenza democratica.
Secondo Nussbaum, la democrazia vive e prospera soltanto quando i cittadini sviluppano capacità empatiche, senso critico e rispetto per le differenze. Non basta conoscere le leggi. Occorre comprendere le persone. Non basta conoscere i diritti. Occorre imparare a riconoscere la dignità di chi è diverso da noi.
Questa riflessione assume un valore particolare all’interno delle istituzioni scolastiche. La scuola rappresenta infatti il primo luogo nel quale i giovani sperimentano concretamente il significato della convivenza democratica. Osservano gli adulti. Ne ascoltano il linguaggio. Ne imitano i comportamenti. Interiorizzano modelli relazionali.
Se un docente deride uno studente, insegna la derisione. Se discrimina, insegna la discriminazione. Se mortifica, insegna la mortificazione. Se ascolta, insegna l’ascolto. Se rispetta, insegna il rispetto.
La vera educazione civica non si realizza attraverso una lezione teorica sui principi costituzionali. Si realizza quando la Costituzione entra nelle relazioni quotidiane. Quando la dignità della persona viene rispettata concretamente. Quando la libertà di espressione, il pluralismo, l’uguaglianza e la solidarietà diventano esperienza vissuta.
Ogni scuola è una piccola democrazia. E come ogni democrazia, vive o muore in base alla qualità delle relazioni che riesce a costruire.
L’insegnante che conosce solo contenuti e dimentica le competenze
Esiste una figura professionale che la scuola contemporanea dovrebbe definitivamente superare: quella del docente convinto che il proprio compito si esaurisca nella trasmissione dei contenuti disciplinari.
Nessuno mette in discussione l’importanza delle conoscenze. Sarebbe assurdo. Le conoscenze costituiscono la materia prima dell’apprendimento. Tuttavia, da sole, non bastano. La scuola del XXI secolo non può limitarsi a riempire contenitori. Deve formare persone capaci di comprendere, interpretare, scegliere, argomentare, collaborare, decidere e assumersi responsabilità.
Le neuroscienze, la pedagogia, la psicologia dell’apprendimento e le stesse indicazioni europee sulle competenze chiave ci ricordano da anni che sapere non coincide con comprendere e che comprendere non coincide con saper utilizzare ciò che si conosce.
Uno studente può ricordare perfettamente una definizione e non essere in grado di applicarla nella realtà. Può memorizzare formule, articoli di legge, date storiche e procedure senza sviluppare alcuna capacità critica. Può superare verifiche e interrogazioni senza imparare realmente a vivere da cittadino consapevole.
Eppure esistono ancora docenti che misurano il successo educativo esclusivamente sulla quantità di contenuti trasmessi. Più pagine completate, più capitoli svolti, più argomenti affrontati. Come se la cultura coincidesse con la somma delle informazioni immagazzinate.
In realtà gli studenti dimenticheranno gran parte dei contenuti studiati. È fisiologico. Ciò che resterà sarà la capacità di ragionare, di affrontare problemi, di leggere criticamente la realtà, di lavorare con gli altri, di distinguere una fonte attendibile da una manipolatoria, di esercitare il proprio pensiero.
La vera domanda che ogni insegnante dovrebbe porsi non è quanto ha spiegato. È quanto i propri studenti sono cresciuti come persone.
La vera missione dell’Educazione civica: formare cittadini, non ripetitori di nozioni
Tra gli insegnamenti che più di ogni altro rischiano di essere fraintesi vi è certamente l’Educazione civica. La sua introduzione nel curricolo scolastico non nasce dall’esigenza di aggiungere una nuova disciplina. Nasce dalla necessità di costruire una cultura della cittadinanza.
Eppure non mancano interpretazioni riduttive che trasformano l’Educazione civica in una semplice raccolta di contenuti da memorizzare. Talvolta si assiste ad una rincorsa nozionistica che perde completamente di vista il significato profondo dell’insegnamento.
Sapere quale sia lo spazio di frenata di un’automobile guidata da una persona in stato di ebbrezza può rappresentare un’informazione utile. Ma il compito dell’Educazione civica non consiste nel memorizzare quella distanza. Consiste nel comprendere perché non si debba mai guidare in stato di ebbrezza.
Conoscere gli effetti delle sostanze stupefacenti è importante. Ma ancora più importante è sviluppare la consapevolezza necessaria per non assumerle. Conoscere una norma rappresenta un passaggio fondamentale. Comprenderne il valore sociale e morale rappresenta il vero obiettivo educativo.
L’Educazione civica non è una disciplina come le altre. È un crogiolo nel quale confluiscono cittadinanza, etica pubblica, responsabilità sociale, sostenibilità, legalità, salute, diritti umani, partecipazione democratica e cultura costituzionale.
Per questa ragione il docente chiamato a svolgerla non può limitarsi a trasmettere contenuti. Deve aiutare gli studenti a costruire atteggiamenti, comportamenti e competenze di cittadinanza.
La finalità ultima non è formare studenti capaci di ripetere norme. È formare cittadini capaci di viverle.
E forse proprio qui si trova il cuore dell’intera questione educativa. Quando gli studenti lasceranno la scuola non saranno ricordati per il numero di pagine studiate o per la quantità di definizioni memorizzate. Saranno ricordati gli insegnanti che avranno saputo accendere curiosità, fiducia, senso critico e responsabilità.
Perché, alla fine, la misura di un docente non è data da ciò che ha insegnato. È data da ciò che i suoi studenti sono diventati grazie al suo esempio. E i docenti che restano nel cuore dei propri alunni non sono quasi mai quelli che hanno preteso di misurare il mondo. Sono quelli che hanno saputo comprendere le persone. Sono quelli che hanno scelto il rispetto come forma più alta dell’educare.
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Antonio Fundarò
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