Fascicolo sanitario elettronico: un’Italia a due velocità. Al Sud non basta accendere i computer


Un policy brief firmato da Giuseppe Fumai, Francesco Menolascina e Claudio Morelli analizza il divario digitale tra le Regioni italiane. Infrastrutture insufficienti, governance frammentata, competenze ancora deboli e sistemi poco interoperabili rischiano di trasformare il fascicolo sanitario elettronico in un diritto disponibile soltanto sulla carta.

Il fascicolo sanitario elettronico dovrebbe accompagnare ogni cittadino lungo l’intero percorso di cura. Referti, prescrizioni, lettere di dimissione, vaccinazioni e informazioni cliniche dovrebbero essere accessibili in modo sicuro, indipendentemente dalla Regione nella quale si vive o dalla struttura sanitaria alla quale ci si rivolge.

Il problema è che, mentre il fascicolo è formalmente nazionale, la sua utilizzazione continua a dipendere fortemente dal territorio. È questa la frattura analizzata da Giuseppe Fumai, Francesco Menolascina e Claudio Morelli nel policy brief “Bridging the Digital Divide: Evidence-Informed Health Policy Recommendations to Accelerate Electronic Health Record Implementation in Southern Italian Regions, pubblicato su F1000Research”.

Gli autori hanno esaminato 72 fonti tra studi scientifici, documenti istituzionali, sistemi di monitoraggio, atti governativi, quadri normativi europei e casi internazionali. La conclusione è netta: il divario digitale sanitario tra Nord e Sud non deriva esclusivamente dalla disponibilità di computer o connessioni. È un problema di organizzazione, competenze, governo dei processi e capacità amministrativa. In altre parole, la tecnologia può essere acquistata. La trasformazione digitale, invece, deve essere governata.

Il fascicolo esiste, ma pochi cittadini lo utilizzano davvero

I dati richiamati da Fumai, Menolascina e Morelli mostrano quanto sia ampia la distanza tra attivazione formale e utilizzazione reale. Secondo il monitoraggio aggiornato al 31 marzo 2025, soltanto il 21% dei cittadini italiani aveva consultato il proprio Fascicolo sanitario elettronico nell’arco temporale di novanta giorni considerato.

Ancora più marcata è la differenza territoriale nel consenso alla consultazione dei dati: si passa dall’1% registrato in Abruzzo, Calabria e Campania al 92% dell’Emilia-Romagna. La Puglia rappresenta un’eccezione importante nel Mezzogiorno, con un consenso del 73%, superiore alla media nazionale del 42%.

Questo risultato impedisce di descrivere il Sud come una realtà uniforme. Dimostra, al contrario, che anche all’interno della stessa area geografica esistono modelli organizzativi, capacità amministrative e livelli di coinvolgimento dei cittadini molto differenti. Il consenso, tuttavia, non coincide automaticamente con l’uso.

Gli autori ricordano che nel Mezzogiorno l’utilizzazione del Fascicolo rimane complessivamente inferiore all’11%. Un cittadino può aver autorizzato la condivisione dei dati senza conoscere realmente le funzioni disponibili, senza riuscire ad accedere alla piattaforma o senza trovare al suo interno documenti sufficienti a renderla utile. Un contenitore digitale vuoto, incompleto o difficile da utilizzare rimane tecnicamente attivo, ma clinicamente poco rilevante.

Non è soltanto un problema tecnologico

Il policy brief individua quattro grandi ostacoli. Il primo riguarda le infrastrutture. In diverse aree meridionali persistono carenze di connettività, sistemi informatici obsoleti e piattaforme aziendali incapaci di comunicare correttamente tra loro.

Il secondo ostacolo è la frammentazione della governance. Secondo gli autori, molte Regioni del Sud non dispongono di strutture dedicate alla sanità digitale dotate di competenze, risorse e potere decisionale. La trasformazione viene spesso distribuita tra diversi uffici, senza una responsabilità chiaramente identificabile. Quando tutti partecipano alla digitalizzazione ma nessuno ne risponde pienamente, i ritardi diventano quasi inevitabili.

Il terzo problema riguarda le competenze dei professionisti. Medici, infermieri e altri operatori sono chiamati a utilizzare nuovi strumenti senza ricevere sempre una formazione adeguata sull’informatica sanitaria, sulla protezione dei dati, sull’interoperabilità e sull’integrazione delle tecnologie nei processi assistenziali.

Il quarto ostacolo interessa qualità e sicurezza. Sistemi non standardizzati possono produrre informazioni incomplete, duplicazioni, difficoltà di accesso e vulnerabilità informatiche. La presenza di dati sanitari in formato digitale non garantisce, da sola, che quei dati siano corretti, aggiornati, protetti e realmente utilizzabili nei percorsi di cura.

Il rischio è digitalizzare la stessa disuguaglianza

Il fascicolo sanitario elettronico non è soltanto un archivio di documenti. Se correttamente implementato, può migliorare la continuità assistenziale, ridurre la ripetizione inutile degli esami, rendere più sicura la gestione delle terapie e facilitare la comunicazione tra ospedale, territorio, medicina generale e servizi specialistici.

Può essere particolarmente utile per le persone con patologie croniche, per gli anziani, per chi assume numerosi farmaci e per i pazienti seguiti da più professionisti. Ma questi benefici dipendono dalla qualità delle informazioni e dalla capacità del sistema di renderle disponibili nel momento giusto.

Se alcune Regioni dispongono di Fascicoli completi, accessibili e integrati, mentre altre mantengono sistemi frammentati o scarsamente utilizzati, la digitalizzazione non riduce le disuguaglianze: rischia di renderle più moderne. Il cittadino continuerà ad avere formalmente lo stesso diritto, ma avrà possibilità molto differenti di esercitarlo.

Le quattro proposte degli autori

Fumai, Menolascina e Morelli propongono una strategia fondata su quattro pilastri. Il primo consiste nella creazione, in ogni Regione meridionale, di una struttura dedicata alla sanità digitale. Una vera unità regionale, dotata di un responsabile qualificato, personale specializzato, risorse pluriennali e autorità sui processi di programmazione, acquisizione e valutazione delle tecnologie.

La seconda proposta riguarda la formazione. Gli autori suggeriscono di inserire obbligatoriamente l’informatica sanitaria nei programmi ECM, con almeno dieci crediti nel triennio dedicati alle competenze digitali. La formazione dovrebbe comprendere funzionamento del fascicolo, sicurezza dei dati, interoperabilità, intelligenza artificiale e integrazione degli strumenti informatici nella pratica clinica.

La terza linea d’intervento interessa gli appalti. Nei bandi regionali dovrebbero essere richiesti standard comuni di interoperabilità, come SNOMED CT e HL7 FHIR, insieme alle certificazioni ISO 9001 per la gestione della qualità e ISO/IEC 27001 per la sicurezza delle informazioni.

L’ultima proposta è la costruzione di gemellaggi tra Regioni con differenti livelli di maturità digitale. Le amministrazioni più avanzate potrebbero trasferire competenze, modelli organizzativi e strumenti a quelle maggiormente in ritardo, attraverso accordi formali, gruppi di lavoro e periodi di affiancamento del personale.

L’obiettivo non dovrebbe essere importare piattaforme in modo automatico, ma comprendere quali condizioni organizzative abbiano consentito ad alcuni territori di ottenere risultati migliori.

Anche il cittadino deve essere accompagnato

Uno degli aspetti più interessanti dell’analisi riguarda il ruolo dei cittadini. Una parte del dibattito sulla sanità digitale continua a concentrarsi quasi esclusivamente su software, strutture sanitarie e professionisti. Ma un fascicolo che il cittadino non conosce, non comprende o non considera affidabile rimane inevitabilmente sottoutilizzato.

Le difficoltà possono riguardare le competenze digitali, le procedure di accesso, i sistemi di autenticazione e la preoccupazione per la riservatezza delle informazioni. Per questo gli autori propongono percorsi di alfabetizzazione digitale, punti di assistenza nelle strutture sanitarie e campagne trasparenti sulla gestione dei dati.

Il problema non si risolve invitando genericamente i cittadini a “utilizzare il digitale”. Bisogna spiegare a che cosa serve, come si accede, chi può consultare le informazioni e quali strumenti esistono per proteggerle. Altrimenti la digitalizzazione finisce per essere più semplice per chi possiede già competenze, dispositivi e familiarità con la pubblica amministrazione, lasciando ulteriormente indietro anziani, persone fragili e cittadini con minori risorse culturali o sociali.

Una proposta concreta, ma ancora da verificare sul campo

Il lavoro presenta una strategia articolata e accompagnata da indicatori misurabili. Tra gli obiettivi proposti figurano l’istituzione di unità regionali dedicate, la formazione digitale di almeno l’80% dei professionisti entro il 2028, l’inserimento degli standard di qualità e sicurezza nei nuovi appalti e l’aumento dell’utilizzazione del fascicolo nel Mezzogiorno.

È però necessario leggere correttamente la natura dello studio. Non si tratta di una sperimentazione condotta direttamente nelle aziende sanitarie, ma di un’analisi narrativa orientata alle politiche pubbliche. Le proposte derivano dalla sintesi di fonti scientifiche e istituzionali e dal confronto con esperienze internazionali, ma non sono state ancora testate empiricamente nelle regioni meridionali.

Gli stessi autori riconoscono la limitata disponibilità di dati a livello di singola azienda sanitaria e l’assenza di interviste o gruppi di discussione con i cittadini del Sud. Anche i revisori hanno evidenziato alcuni aspetti da approfondire: i criteri di selezione delle fonti, la giustificazione di determinate soglie quantitative, le implicazioni giuridiche dei diversi modelli di consenso e le rilevanti differenze esistenti tra le stesse regioni meridionali.

Non sono obiezioni che annullano il valore del lavoro. Indicano il passaggio successivo: trasformare le raccomandazioni in interventi valutabili e verificare quali producano risultati nella realtà organizzativa italiana.

Dal fascicolo attivato al fascicolo utile

L’Italia ha investito 1,38 miliardi di euro nel Fascicolo sanitario elettronico 2.0 e nell’ecosistema dei dati sanitari. La scadenza prevista dal PNRR impone a tutte le Regioni di adottare e utilizzare il sistema. Ma raggiungere una scadenza amministrativa non equivale a completare la trasformazione.

Il risultato non potrà essere misurato soltanto contando quanti fascicoli risultino attivati o quanti documenti siano stati caricati. Bisognerà verificare quanti cittadini li consultino, quanti professionisti li utilizzino nei processi decisionali, quali informazioni siano effettivamente disponibili e quante duplicazioni, omissioni o interruzioni assistenziali vengano evitate.

Il contributo di Fumai, Menolascina e Morelli ha il merito di spostare la discussione dal possesso della tecnologia alla capacità di governarla. Perché il divario digitale non si supera distribuendo piattaforme identiche a organizzazioni profondamente diverse.

Servono competenze, standard, responsabilità e continuità politica. Altrimenti il fascicolo sanitario sarà elettronico in tutta Italia, ma davvero utile soltanto in alcune Regioni. E avremo digitalizzato anche la più antica abitudine del Servizio sanitario nazionale: riconoscere gli stessi diritti e garantirli con velocità differenti.

Guido Gabriele Antonio

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