Una buona pena. Ivo Lizzola la chiama così. Perché il punto non è scegliere un’alternativa tra educazione e pena. Il punto è capire cosa intendiamo quanto parliamo di pena e di responsabilità per chi sbaglia e di sicurezza per la società.
«Non c’entra niente il buonismo. Il punto non è avere una pena più leggera o più pesante. Il punto è se la pena è efficace. Non è questione di quantità, di aumentare o diminuire. La pena è efficace o inefficace quando entra o non entra dentro le storie e dentro le relazioni. È efficace o inefficace perché provoca o non provoca nessun cambiamento nelle persone e nelle storie. Il ddl rischia di semplificare, perché rischia di rendere meno attenti i giudici nell’individuare la pena più efficace», dice.
E ancora: «Se l’obiettivo è la sicurezza delle nostre comunità, non bisogna trattare i minori come gli adulti. Bisogna invece inserire anche per gli adulti quelle forme della giustizia che hanno mostrato di essere efficaci con i minori, perché testate da moltissimo tempo».
Lizzola, già professore di Pedagogia sociale e Pedagogia della marginalità all’Università di Bergamo, insieme a Maria Inglese, psichiatra, ha pubblicato da poco per Castelvecchi un libretto breve ma denso, con un titolo perfetto per sintetizzare il dibattito di questi giorni attorno all’imputabilità dei minori: Punire o riparare?.
VITA li ha rimessi attorno al tavolo, per un dialogo a due che prova a illuminare i punti oscuri di un confronto che si muove su più piani: tecnico, giuridico, pedagogico, culturale, emotivo. Perché è ovvio e sacrosanto che anche le ragazze e i ragazzi debbano assumersi le loro responsabilità. Anche quando sbagliano. Che ci deve essere una pena. Ma sono due le domande che mancano. La prima, a che cosa serve la pena? La seconda, come si costruisce la responsabilità di un adolescente?
Ad accendere il dibattito è il disegno di legge approvato dal Consiglio dei Ministri lo scorso 23 luglio, con cui il Governo intende rivedere le modalità dell’imputabilità degli adolescenti fra i 14 e i 18 anni. Se oggi la presunzione è quella della non imputabilità, con l’imputabilità da verificare caso per caso, domani la logica sarebbe opposta: imputabilità di default, tranne eccezioni da dimostrare. Proposta diversa, ma collegata, è contenuta invece nella proposta di legge presentata in Parlamento da Marta Fascina: abbassare a 13 anni l’età imputabile. Due proposte che intervengono con maggiore durezza sui minori che commettono reati, rispondendo ad un sentimento crescente di insicurezza.
Cominciamo da qui, dalla dimensione culturale. Che cosa dicono di noi queste due proposte e del modo in cui la società guarda alle nuove generazioni? Perché il tema dell’abbassamento dell’età imputabile non è soltanto una questione giuridica ma anche culturale?
Maria Inglese: Perché mette in discussione un patrimonio culturale costruito in molti anni dalla giustizia minorile, dalla pedagogia e dalla psicologia dell’età evolutiva. In Italia abbiamo avuto un’esperienza molto avanzata, a livello europeo se non mondiale, fondata sull’idea che il minore non sia semplicemente un adulto più piccolo, ma una persona in formazione. L’adolescenza è un tempo di trasformazione, di costruzione dell’identità, di possibilità. Questo non significa negare la responsabilità di chi commette un reato, né giustificarlo. Significa però interrogarsi su quale tipo di responsabilità vogliamo costruire. Il rischio è quello di un arretramento culturale: passare da un modello che cerca di comprendere la persona, la sua storia e il contesto in cui il gesto è maturato, a un modello che guarda principalmente alla “semplice” necessità di individuare un colpevole.
Negli ultimi anni sembra essersi rafforzata una narrazione dei giovani come problema. È così?
Maria Inglese: Sì ed è una narrazione che non nasce soltanto con le ultime proposte legislative. Da tempo – ripensiamo al periodo del Covid – assistiamo a una rappresentazione dei giovani come elemento di rischio per la comunità: all’epoca gli adolescenti sono stati raccontati come una minaccia per la salute degli altri, incapaci di comprendere le conseguenze delle proprie azioni. Si è parlato molto poco della loro sofferenza, della solitudine, del disagio che stavano vivendo. Sono state inibite e mortificate tutte le frequentazioni collettive dei giovani. Li abbiamo amputati del futuribile, cioè di quello che può essere, facendo una narrazione tutta calata sul presente. Successivamente questa narrazione si è spostata, in modo del tutto analogo, su altri terreni: le baby gang, i “maranza”, la paura degli adolescenti quando sono in uno spazio pubblico. Il problema è che una società che guarda ai giovani soltanto attraverso la lente del pericolo finisce per non vedere più la complessità. Da una parte diciamo che i ragazzi non sono abbastanza maturi e consapevoli, li de-responsabilizziamo su tutto. Dall’altra – ma praticamente solo sul piano penale – chiediamo loro una responsabilità piena. C’è una contraddizione profonda.
La responsabilità non può essere utilizzata soltanto per attribuire una colpa. Se riconosciamo ai giovani una capacità di responsabilità, allora dobbiamo anche riconoscere loro un ruolo nella società, nella costruzione del futuro, nelle scelte collettive.
Maria Inglese, psichiatra
La parola chiave sembra essere “responsabilità”. Come va interpretata?
Maria Inglese: La responsabilità non può essere utilizzata soltanto per attribuire una colpa. Se riconosciamo ai giovani una capacità di responsabilità, allora dobbiamo anche riconoscere loro un ruolo nella società, nella costruzione del futuro, nelle scelte collettive. La responsabilità vera non è solo rispondere di un errore. È essere messi nelle condizioni di comprendere ciò che è accaduto, il dolore provocato, le conseguenze sulle altre persone e sulla comunità. Per questo la paura, quando non viene elaborata e non viene gestita rischia di produrre soltanto la ricerca di capri espiatori. Una comunità impaurita può cercare qualcuno a cui attribuire tutto il problema, ma questo non risolve nulla. La paura va ascoltata e attraversata, va interrogata potentemente con strumenti educativi, sociali, psicologici, culturali. Altrimenti diventa soltanto una spinta verso la punizione. Insistere solo sulla colpevolezza non dà in realtà una grande soddisfazione né a chi ha bisogno di creare colpevoli né a chi si sente colpevole e né a chi è vittima.
La giustizia minorile italiana ha davvero bisogno di essere resa più severa, con queste nuove regole sulla imputabilità dei ragazzi fra i 14 e i 18 anni?
Ivo Lizzola: La prima cosa che direi è che mi sento in assoluta sintonia con Claudio Cottatellucci, il presidente dell’Aimmf, che ha fatto notare come l’effetto concreto di queste misure sarà quasi nullo, perché i magistrati minorili continueranno a fare accertamenti sull’imputabilità dei minori. E continueranno a farlo perché nel penale minorile è radicata la cultura dell’attenzione alla persona, non dell’astrazione. Questa cosa stava cominciava ad avere influenze positive anche sul penale adulto, dove si è iniziato a inserire misure – penso alla messa alla prova per gli adulti – che chiedevano osservazioni attente della persona, per calibrare la forma della pena nel modo il più vicino e attento possibile alla persona e al reato. SI tratta di un approccio che decostruisce il reato astratto, rimettendo al centro la persona e le sue relazioni, facendo assumere la responsabilità da parte dell’autore di reato, dentro un contesto di relazioni. La giustizia riparativa – un termine che a me non piace molto, preferisco parlare di giustizia della ricostruzione – ha la forma della riapertura del legame, con un’attenzione forte al guardare negli occhi le persone che hanno subito il danno, lavorando per loro per quanto possibile e comunque per la convivenza. Perché la pena è questo. La pena non è la punizione, non è restituire male al male. Allora il problema è sì della punibilità, ma in senso più profondo.
Il punto non è avere una pena più leggera o più pesante. Il punto è se la pena è efficace. Non c’entra aumentare o diminuire, non è questione di quantità. La pena è efficace o inefficace quando entra o non entra dentro le storie e dentro le relazioni. È efficace o inefficace perché provoca o non provoca nessun cambiamento nelle persone e nelle storie.
Ivo Lizzola, pedagogista
Quale? Qual è il vero significato della pena?
Ivo Lizzola: Ricostruire la forma corretta, “buona”, della punibilità. Il punto non è avere una pena più leggera o più pesante. Il punto è se la pena è efficace. Non c’entra aumentare o diminuire, non è questione di quantità. La pena è efficace o inefficace quando entra o non entra dentro le storie e dentro le relazioni. È efficace o inefficace perché provoca o non provoca nessun cambiamento nelle persone e nelle storie. Il ddl rischia di semplificare, perché rischia di rendere meno attenti i giudici nell’individuare la pena più efficace. Una pena che non produce alcun cambiamento rischia di essere soltanto una risposta simbolica alla paura. Allo stesso modo, la questione non è togliere peso al reato, ma prendere sul serio il reato e la persona che lo ha commesso. Il fatto di accertare la punibilità in questo modo, per i minori, nei decenni scorsi ha portato a delle recidive infinitamente più basse di quelle delle esecuzioni penali prevalentemente carceraria degli adulti. Allora la questione vera non è che bisogna trattare i minori come gli adulti: la verità è che bisogna inserire anche per gli adulti quelle forme della giustizia che hanno mostrato di essere efficaci con i minori.


Perché la messa alla prova è un elemento così importante?
Ivo Lizzola: Perché è un’esperienza concreta di responsabilizzazione. Non è una soluzione facile o buonista, come spesso viene raccontata. Al contrario, è molto esigente. Un ragazzo deve confrontarsi con ciò che ha fatto, con le conseguenze, con le persone coinvolte. Deve incontrare la sofferenza provocata e deve sperimentare una possibilità diversa di stare nelle relazioni. La responsabilità non nasce dalla sola punizione: nasce dall’incontro. Il punto è che la messa alla prova deve essere esigente, una vera e propria prova. Prove di sé, prove di vita, prove dell’incontro con il dolore, prove dell’incontro con la responsabilità e anche con le proprie possibilità. Se uno vive tutto questo, non è che viva più facilmente o meno addolorato: al contrario, si vive meno addolorati in quella specie di trance in cui si finisce spesso in carcere, con gli psicofarmaci. La messa alla prova è un confronto duro con la vita e con l’altro. Invece siamo dentro questa cultura dell’evitamento: di un confronto serio, di una convivenza – direi di una convivenza in tempo di guerra, in tempo di grande incertezza, in tempo di paura – che rischia di far montare proprio la predisposizione a trovare sempre i colpevoli negli altri.
La questione vera non è che bisogna trattare i minori come gli adulti: la verità è che bisogna inserire anche per gli adulti quelle forme della giustizia che hanno mostrato di essere efficaci con i minori
Ivo Lizzola, pedagogista
Nel libro avete scritto che «si cambia solo con gli altri». Rispetto alla comunità, come si declina il tema della colpa, della pena, della responsabilità?
Ivo Lizzola: La giustizia riparativa parte da un principio semplice: il reato non è soltanto la violazione di una norma, è una frattura nelle relazioni. Chi ha commesso un reato deve render conto di quello che ha fatto, è giusto che senta il dolore per ciò che ha arrecato, l’insufficienza di sé e si metta alla ricerca di altro. Il carcere non ti fa incontrare nulla né del dolore né della potenziale generatività alla quale puoi partecipare. Si tratta invece di pensare “percorsi esigenti” che coinvolgono l’autore del gesto, la vittima e la comunità. Incontri duri, ma ben accompagnati. Questi provvedimenti non servono solo all’autore del reato e alle vittime: servono a una comunità, a una convivenza, per evitare che si generino meccanismi di autoassoluzione, di rimozione, di purificazione troppo facili.
Cosa caratterizza gli “incontri duri e esigenti” della giustizia riparativa o della messa alla prova?
Maria Inglese: Gli incontri di cui parliamo vanno costruiti e curati moltissimo: non possono prevedere che una persona rimanga passiva, c’è una richiesta di attivazione e una responsabilizzazione nell’incontro. È una questione di sguardi, prima ancora che di parole e contenuti. Solo dopo, solo se hai uno sguardo capace di contenere, di non giudicare, di non affrettare le risposte o di cercare risposte consolatorie… solo dopo arrivano le parole. Per esempio non possiamo accontentarci di dire “è successo”, ma cerchiamo di capire come mai è successo e che cosa ti fa sentire quello che è successo. L’altro elemento è che un’offesa non è tale solo per le vittime, ma anche verso la comunità: la comunità quindi è testimone anche nella ripartenza e nella ricostruzione.
La messa alla prova funziona quando coinvolge scuole, associazioni, quartieri, cooperative, realtà culturali e sociali. È una grande opportunità, perché permette di tirar fuori le energie buone delle comunità.
Ivo Lizzola, pedagogista
La risposta allora deve coinvolgere la comunità?
Ivo Lizzola: Assolutamente. Una comunità non può limitarsi a chiedere più controllo e più punizione. La messa alla prova funziona quando coinvolge scuole, associazioni, quartieri, cooperative, realtà culturali e sociali. Quando permette a un ragazzo di fare esperienza di responsabilità. È una grande opportunità, perché permette di tirar fuori le energie buone delle comunità.
Come si può spiegare a un’opinione pubblica preoccupata che questa prospettiva non è “buonismo”?
Maria Inglese: La giustizia riparativa non cancella il reato e non dimentica le vittime. Anzi, parte proprio dall’offesa. Il cambiamento è passare dal guardare soltanto il gesto del reato al guardare le persone coinvolte: chi ha commesso l’azione, chi l’ha subita (chi ha subito l’offesa, ma anche chi gli sta intorno) e la comunità che ne porta le conseguenze. A volte si parla di reati senza vittima, ma in realtà la comunità è sempre coinvolta quando c’è un reato, perché la prima cosa che viene offesa è il legame sociale tra di noi, la fiducia reciproca nell’uscire di casa la mattina ed essere sicuri che non ci succeda niente di male. Quello che diceva Simone Weil, per cui l’uomo è portato a pensare che l’altro non gli faccia del male, ma che anzi gli faccia del bene. Cambiare questa modalità di intendere il reato è qualcosa che ancora e pienamente sperimentare.
La comunità è sempre coinvolta quando c’è un reato, perché la prima cosa che viene offesa è il legame sociale tra di noi, la fiducia reciproca nel pensare che l’altro ci faccia del bene
Maria Inglese, psichiatra
Ivo Lizzola: Non è buonismo, ma è “buona pena”. Buona perché porta consapevolezza e riposizionamenti. Lo dicevamo prima, il punto non è la pena astratta, il numero di anni da passare in carcere, ma l’efficacia della pena, se e quanto una pena provoca o non provoca un cambiamento nelle persone e nelle storie. Queste nuove norme non danno gli strumenti per curare meglio la qualità della pena, l’incontro con le persone, gli sguardi plurali messi a disposizione del ragazzo offensore. Aggiungerei, in conclusione, che non vedo solo il rischio di “trascurare” gli offensori: vedo anche un rischio maggiore di trascurare gli offesi, lasciando le vittime a elaborare per conto loro quel che è successo.
Maria Inglese è psichiatra, già responsabile dell’Uos Salute Mentale e Tossicodipendenza negli istituti penali di Parma, oggi opera presso il Serdp Valli Taro e Ceno. Ivo Lizzola è stato professore di Pedagogica sociale e pedagogia delle marginalità all’Università di Bergamo.
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Sara De Carli
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