28 Luglio 1976 (50º anniversario 2026)
di EDOARDO MARUCA
Il 28 luglio rappresenta una delle date più significative della storia della comunicazione italiana. È il giorno in cui, nel 1976, la Corte Costituzionale con la sentenza n. 202 pose fine al monopolio RAI sulle trasmissioni locali, aprendo definitivamente la strada alle radio libere e private. Nel 2026, questa ricorrenza compie cinquant’anni, confermandosi un vero spartiacque: il momento in cui l’etere italiano smette di essere un territorio chiuso e diventa spazio di creatività, pluralismo, innovazione.
Quella sentenza fu un gesto culturale e politico. Da quel giorno, la radiofonia italiana iniziò a parlare con voci nuove, spesso giovani, irriverenti, dotte e ignoranti, certamente libere. Nacque un modo diverso di informare, di raccontare la musica, di vivere la comunità. Nacque un’Italia che non si accontentava più della narrazione “imposta” dalla RAI, ma cercava un’espressione alternativa, spontanea, vicina alle persone.
In questo contesto lo studio di Edoardo Maruca dedicato alla storia delle Radio private calabresi, un lavoro che non si limita a ricostruire la cronologia delle emittenti, ma analizza anche mode, costumi, linguaggi, tecnologie e trasformazioni sociali che hanno attraversato mezzo secolo di radiofonia regionale. Una ricerca dettagliata, particolareggiata, costruita su fonti dirette, testimonianze, documenti d’archivio e materiali tecnici, tutti consultabili sul sito edoardomaruca.it, nella sezione dedicata alla radiofonia.
Iacchitè ripropone questo studio per restituire alla Calabria il ruolo che merita: quello di una terra che ha saputo interpretare la libertà dell’etere con creatività, coraggio e una sorprendente capacità di innovazione.
La Storia delle Radio Private Calabresi (prima Parte)
Se il giornalismo, per sua natura, è lo specchio della società e del periodo in cui si colloca, non si può dire lo stesso del giornalismo radiofonico delle radio private Calabresi. Per molti anni, infatti, l’editoria locale non ha nemmeno contemplato il radiogiornale, tantomeno la figura del giornalista. I primi timidi tentativi d’informazione si devono alla solerzia degli stessi proprietari o a qualche ex “baracchinaro”, deluso dalla pochezza del linguaggio CB. Bisogna fare un tuffo nel passato per ricordare o immaginare, per i più giovani un mondo senza Internet, telefoni cellulari o persino il fax, per avere un quadro più definito di quell’informazione radiofonica che sarebbe diventata ciò che oggi conosciamo.Alle trasmissioni “grigie” della Radio Rai degli anni ’70, che contemplavano poche trasmissioni musicali, si contrapponeva la leggerezza delle radio locali, che facevano scivolare in secondo piano l’informazione giornalistica.
Quante volte, ascoltando la radio, si sentivano le stesse notizie stampate sulla Gazzetta del Sud o sul Giornale di Calabria, che solo qualcuno, per un minimo di pudore, si prendeva la briga di modificare. Piuttosto, al giornalista alle prime armi veniva chiesta l’arte di narrare un episodio, corredandolo di commenti personali.
Sono pochi i radiofonici ancora in attività che possono raccontare come fossero strutturate le radio private calabresi nella seconda metà degli anni ’70. Sicuramente nessuno, all’epoca, avrebbe immaginato la radiofonia privata come una professione. La trasmissione radiofonica locale del periodo, sotto un profilo più pedagogico, riproponeva il ruolo della comunicazione verbale, ovvero il recupero dell’oralità primaria, spesso legata ai costumi locali e contraddistinta da un linguaggio dialettale fortemente osteggiato dalla scuola, dalla stampa e dalla radiotelevisione nazionale.
La radio libera fu una novità assoluta che piacque a tutti, indipendentemente da luogo, classe sociale, cultura, sesso o età. Un’assoluta novità: un parlato pubblico da parte di qualcuno o qualcosa che pubblico non era, ma voleva esserlo. Per molto tempo, fu soprattutto un parlato italiano comune, al quale, dopo gli anni Settanta, si mescolarono le molte altre lingue usate in Italia: varietà regionali, dialetti, lingue minoritarie o straniere. Si passò da un monolinguismo essenzialmente basato sulla scrittura a un multilinguismo che rifletteva, filtrava, reinventava e amplificava il panorama sonoro dell’Italia contemporanea.
Una radio “bambina”, che comunicava molto e informava poco. Uno strano mezzo che metteva in contatto le persone in un’epoca in cui non esistevano alternative: emigrati al Nord che telefonavano alle radio calabresi per dedicare una canzone agli amici, ai malati in ospedale, ai compagni di scuola o alle fidanzate. Neppure ricordo quante volte aver sentito – serve sangue del gruppo rh negativo-oppure – è stato smarrito un barboncino bianco di nome Theo – dite a mio marito Franco che ha lasciato le chiavi del negozio a casa, che poi cercandole “esce pazzo“-
Emblematico è il ricordo della stazione radiofonica Radio Sila di Laurignano, in provincia di Cosenza, che leggeva in diretta sui 101 mhz nel programma L’occasione per dirti che t’amo i bigliettini (pizzini) lanciati dalle grate, contenenti saluti alle famiglie e agli amici dei detenuti del carcere circondariale di Colle Triglio.
L’ascolto delle radio private e locali superava quello della radio nazionale perché il processo di comunicazione non era unidirezionale, ma relazionale: più individui se non addirittura moltissimi condividevano un insieme di significati comuni, per quanto leggeri o persino banali: tipo “comu stai, chittà mangiato oglìe?” (“come stai, cosa hai mangiato oggi?”). Non dobbiamo dimenticare il fortissimo legame che, ancora oggi, i calabresi hanno con il proprio dialetto, e che proprio grazie ai primi collegamenti con gli ascoltatori veniva utilizzato come strumento aggregativo. Immaginiamo quanto potesse essere forte il legame tra una comunità arbëreshë e la “propria” radio locale.
Oi mà, cala la pasta che sto arrivando…
La discussione passava con disinvoltura dal colore dei capelli di un’amica ai commenti sulla sinistra extraparlamentare o agli scioperi generali indetti dalle prime sigle confederali. Era il periodo dello stragismo, quello degli anni ’70-’80, e come accade ancora oggi con le crisi di governo, gli arresti eccellenti, i campionati di calcio o la carenza d’acqua gli italiani e i calabresi discutevano via radio ogni argomento. Bastava cambiare frequenza.
In tutti i casi, la narrazione rappresentava la forma principale attraverso cui si trasmettevano notizie e conoscenze. La scarsissima informazione delle radio private “anno zero” si basava su una semplice regola sociale: il fatto tramandato oralmente, da bocca a orecchio, come accadeva nell’antichità.
I Semianalfabeti (spikinglish) Anni 70
Purtroppo non disponiamo di dati certi sui consumi culturali in Calabria negli anni ‘70, non è dato sapere quanti dischi, libri, riviste o giornali fossero venduti in quel periodo; è invece certificato dall’Istat (Istituto nazionale di statistica) il dato sull’analfabetismo di circa il 15,24% a fronte del 5,20% nazionale.
L’italiano radiofonico delle prime emittenti private Calabresi non era l’italiano neutro, standardizzato, “RAIfonico” che dominava l’etere nazionale. Era un italiano contaminato, “sporco” nel senso più bello del termine: vivo, reale, quotidiano. Il conduttore delle prime radio cercava di nascondere il proprio accento camuffando le sue origini “Calabbrisi”
Il risultato era un linguaggio ibrido, un italiano regionale calabrese, dove le vocali si aprivano o si chiudevano secondo la parlata locale (tipicamente in Calabria le abbiamo aperte); le consonanti si ammorbidivano o si irrigidivano; le interiezioni dialettali entravano nel flusso senza alcuna autocensura.
l’anglo -calabrese “da Bee Gees a bbiggins”
Se molti speaker non riuscivano bene a parlare l’Italiano (come oggi…) riuscivano, se possibile, a peggiorare ulteriormente le poche sbiascicate parole straniere. Questa miscela creava un effetto comico, ma anche un senso di modernità. Era un modo per dire: siamo piccoli, ma siamo nel mondo. Era la Calabria che si affacciava all’internazionalità con i mezzi che aveva: la voce, l’accento, la fantasia. Il dialetto non era un errore: era un’identità. Immaginiamo cosa possa aver significato per un giovane, sognante ascoltatore, un rapporto per quanto possibile dialogico con un personaggio dalla voce «strana» che diceva cose stravaganti alla radio libera, qualcuno che con la voce rauca da 30 sigarette al giorno diceva: «Oghey ragazzi, in this moment it’s five o’clock…» con un accento catanzarese così marcato da diventare irresistibile. Quella frase, oggi improponibile, allora era un colpo di scena. Era comicità involontaria, era libertà, era un modo di rompere la distanza tra chi parlava e chi ascoltava. La radio non era più un altare istituzionale: era una stanza accanto, un amico che parlava come te, che sbagliava come te, che inventava come te. (Descriverò meglio la contaminazione dialettica nell’italiano radiofonico tra qualche capitolo)
Le telefonate in diretta amplificavano questa contaminazione.
Si telefonava alle Radio a qualunque ora e per qualsiasi motivo, erano gli anni in cui le trasmissioni televisive chiudevano alle 23 e «scesa la rete» (2) Rai rimaneva solo la radio privata capace di un contatto umano impossibile per i canali radiofonici della Rai. Richieste per ascoltare una canzone e dedicarla a un amore «nascosto», raccontare la propria storia o ascoltare quelle altrui, la possibilità di recitare una poesia, di criticare l’operato di un politico o della propria squadra del cuore.
Il dialetto puro intervallato dall’italiano regionale … modi di dire intraducibili, espressioni locali. Il pubblico non si adattava alla radio: era la radio ad adattarsi al pubblico. Il risultato era un ecosistema linguistico anarchico, dove la lingua non era regolata da norme ma da emozioni.
Per tanti anni le Radio Cosentine mandavano in onda indistintamente le telefonate di chicchessia e chiunque abbia vissuto appieno l’epoca delle prime radio locali, sia da ascoltatore piuttosto che da protagonista, ricorderà con commozione e profonda nostalgia quello che è stato sicuramente il periodo più libero e forse anarchico della comunicazione Italiana. Ancora non esistevano le indagini Audiradio o Radiobank «ma vi è la certezza che mai, la radio avrebbe più raggiunto quei picchi d’ascolto».
La Radio Libera
… ma libera veramente: «mi piace anche di più perché libera la mente», cantava Eugenio Finardi nel 1976 in uno dei suoi maggiori successi. In realtà, la radio libera finì presto per implodere. Se da un lato le notizie non erano sottoposte ai comitati di redazione o a eventuali censure, come accadeva in Rai, dall’altro la totale assenza di regole e controlli generò una sorta di giungla selvaggia. La figura del direttore responsabile era spesso inapplicata o puramente formale; chiunque diceva qualunque cosa, forse ebbro dell’entusiasmo suscitato dalla sentenza della Corte costituzionale del 28 luglio 1976, che richiamando la legge 14 aprile 1975, n. 103 «Nuove norme in materia di diffusione radiofonica e televisiva» e invocando l’art. 21 della Costituzione dichiarava non motivato e dunque illegittimo il monopolio Rai sulle trasmissioni locali, aprendo di fatto la strada alla cosiddetta radiofonia libera. Lo scossone impresso dai giudici costituzionali modificò un concetto radicato da decenni. Varrebbe la pena, in una futura tesi, approfondire proprio il concetto di libertà…
Va ricordato che, nonostante la sentenza della Corte costituzionale autorizzasse la trasmissione privata in ambito locale, sarebbe dovuto trascorrere almeno un decennio come descriverò più avanti prima di arrivare a una legge organica di regolamentazione: la legge Mammì sul riordinamento del settore radiotelevisivo italiano. Mancavano infatti parametri radioelettrici precisi, se non l’attribuzione della gamma di frequenza di esercizio «FM 87,500–108,00». Le radio private aprivano e chiudevano rapidamente; talvolta la loro “emivita” durava una sola stagione estiva, giusto il tempo delle vacanze. È il caso di Radio Torrevecchia Club, emittente estiva di una frazione di Cetraro sul litorale tirrenico cosentino, ospitata all’interno di una balera dell’epoca, oppure di Radio Lancillotto, dal soprannome del simpatico proprietario che accendeva i trasmettitori «quando gli andava di farlo» (…).
Nonostante il primo censimento delle frequenze radiofoniche in modulazione di frequenza del 1984 per lo più disatteso – non esiste un libro o un documento ufficiale che descriva con certezza la reale situazione radiofonica calabrese fino al 1990, anno del primo censimento ufficiale delle radiofrequenze attivate da soggetti privati.
L’elenco completo delle fonti, dei documenti consultati e dei rimandi bibliografici è accessibile su edoardomaruca.it, nella sezione “Radiofonia” 1 – (continua)
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