AGRIGENTO SI DIA  UN MOTTINO SCADUTO CON FORMICHE


 di Diego Romeo 

I POVERI: BANCO DI PROVA PER LA NUOVA AMMINISTRAZIONE

C’è chi presenta come una novità l’idea di un’amministrazione più vicina ai cittadini, fondata su ascolto, organizzazione, lavoro di squadra e collaborazione tra enti pubblici, associazioni e volontariato. In realtà, nel settore dei servizi sociali, queste dinamiche rappresentano da tempo il cuore dell’attività quotidiana degli operatori che, spesso tra mille difficoltà, cercano di dare risposte concrete alle fragilità del territorio.

Negli ultimi anni il Comune di Agrigento ha dovuto affrontare una significativa carenza di personale specializzato. Nel 2020 la pianta organica poteva contare soltanto su due assistenti sociali, una delle quali con contratto part-time. Oggi il numero è salito a sette professionisti a tempo pieno e, secondo le procedure già avviate dalla precedente amministrazione, potrebbe raggiungere quota quattordici entro il 2027. Un incremento che rappresenta un importante passo avanti per garantire servizi più efficaci e una maggiore capacità di intervento sul territorio.

Tuttavia il rafforzamento del settore sociale non basta a risolvere tutte le criticità. Restano infatti scoperti alcuni ruoli strategici, come progettisti, rendicontatori ed esperti amministrativi e contabili, figure indispensabili per intercettare finanziamenti e gestire programmi complessi. Un contributo significativo al rafforzamento della struttura organizzativa è arrivato grazie alle risorse del Fondo di Coesione, attivato dalla precedente amministrazione comunale, che ha consentito l’inserimento di diverse figure tecniche e specialistiche a supporto dei servizi sociali. Si tratta, tuttavia, di professionalità legate a finanziamenti a termine e quindi prive delle necessarie garanzie di continuità. Una condizione che, pur avendo permesso di colmare temporaneamente alcune carenze, non risolve il problema strutturale della dotazione organica né assicura nel lungo periodo la stabilità delle competenze indispensabili per la progettazione, la rendicontazione e la gestione delle politiche sociali.

Tra le emergenze più sentite resta quella della povertà. Sempre più famiglie, spesso con minori o persone con disabilità, vivono in condizioni economiche precarie o rischiano di scivolare rapidamente verso forme di povertà estrema. Alla base del fenomeno continua a esserci soprattutto la mancanza di opportunità lavorative.

Negli ultimi anni il ruolo diretto del Comune nel sostegno economico e alimentare alle fasce più fragili della popolazione si è progressivamente ridimensionato. La cronica scarsità di risorse proprie e la crescente dipendenza da finanziamenti regionali, nazionali ed europei, spesso vincolati a specifici interventi, hanno limitato la capacità dell’ente di garantire forme di assistenza immediata e continuativa. In questo contesto, il Comune ha assunto prevalentemente una funzione di raccordo istituzionale e di gestione delle istanze provenienti dai cittadini, mentre una parte rilevante delle attività di sostegno concreto è stata assicurata dal terzo settore, dal volontariato e dagli enti caritativi presenti sul territorio.

Proprio il crescente protagonismo del volontariato pone tuttavia alcune questioni di carattere generale. Restano infatti poco conosciute le modalità operative attraverso cui vengono individuati i beneficiari degli aiuti alimentari, i criteri adottati per la selezione delle famiglie assistite e gli standard utilizzati per garantire uniformità e trasparenza negli interventi. Analogamente, non sono sempre facilmente accessibili le informazioni relative alla gestione delle derrate, ai controlli sulla conservazione dei prodotti e alle verifiche sulle scadenze. Temi che, considerata la rilevanza sociale delle attività svolte, potrebbero beneficiare di una maggiore rendicontazione pubblica e di un più stretto coordinamento tra istituzioni e soggetti del Terzo settore.

Proprio sul tema della governance degli interventi contro la povertà e della necessità di garantire maggiore trasparenza, coordinamento e monitoraggio delle situazioni di fragilità sociale, merita una particolare attenzione la riflessione promossa dall’allora assessore Vullo, che aveva compreso con largo anticipo come il principale limite del sistema assistenziale cittadino non fosse soltanto la scarsità delle risorse, ma soprattutto l’assenza di un coordinamento stabile tra i diversi soggetti impegnati nel welfare locale.

L’obiettivo era quello di superare la frammentazione degli interventi attraverso l’istituzione di una cabina di regia unica, coordinata dall’amministrazione comunale, dotata di una banca dati costantemente aggiornata e in grado di fotografare con precisione i reali bisogni della popolazione. Uno strumento che avrebbe consentito di evitare sovrapposizioni, duplicazioni di interventi e disparità nell’accesso agli aiuti, garantendo una più equa distribuzione delle risorse disponibili.

Si trattava di una visione moderna delle politiche sociali, fondata sulla programmazione e sulla collaborazione tra soggetti diversi, piuttosto che sull’azione isolata dei singoli operatori. Una visione che puntava a trasformare una sommatoria di iniziative meritorie ma spesso scollegate tra loro in una vera strategia cittadina di contrasto alla povertà.

In assenza di un coordinamento strutturato, infatti, il rischio è quello di assistere alla nascita di “isole” di intervento che, pur animate da generosità e spirito solidaristico, finiscono per operare senza un quadro complessivo di riferimento. Ne deriva un sistema in cui ciascuno agisce secondo le proprie possibilità e priorità, mentre manca una lettura condivisa dei fenomeni sociali e delle esigenze emergenti della città.

Il progetto immaginato da Vullo andava invece in una direzione diversa: creare un osservatorio permanente sulle povertà capace di individuare tempestivamente le situazioni più gravi, monitorarne l’evoluzione e costruire percorsi personalizzati di accompagnamento. Non soltanto assistenza immediata, dunque, ma anche interventi orientati all’inclusione sociale, alla formazione, all’inserimento lavorativo e al recupero dell’autonomia economica delle famiglie.

La vera sfida, infatti, non è limitarsi a distribuire un aiuto occasionale, ma costruire le condizioni affinché le persone possano progressivamente uscire dallo stato di bisogno. Per raggiungere questo obiettivo servono strumenti condivisi, banche dati integrate, dialogo costante tra gli attori del territorio e una forte regia pubblica capace di mettere a sistema competenze, risorse ed esperienze.

A distanza di anni, molte delle criticità che si erano evidenziate restano ancora attuali e rendono quella proposta non solo valida, ma probabilmente più necessaria di quanto lo fosse allora. La costruzione di una rete forte, coordinata e realmente condivisa continua, infatti, a rappresentare la condizione imprescindibile per passare da un welfare fondato sulla gestione dell’emergenza a un modello capace di produrre inclusione, sviluppo sociale e opportunità concrete per l’intera comunità agrigentina.

Tornando al tema dell’organizzazione del sostegno alimentare in città, emergono da tempo interrogativi e segnalazioni che meritano attenzione e, soprattutto, verifiche puntuali da parte delle istituzioni competenti. In particolare, non sono mancate nel corso degli anni lamentele e segnalazioni relative alla distribuzione di prodotti prossimi alla scadenza o, in alcuni casi, ritenuti non adeguatamente conservati. Episodi che, qualora confermati, evidenzierebbero la necessità di rafforzare i controlli e di definire procedure operative uniformi per tutti i soggetti coinvolti nella distribuzione degli aiuti alimentari.

Più che alla responsabilità dei singoli operatori, tali criticità sembrano ricondurre a un problema più ampio: l’assenza di un coordinamento istituzionale stabile e di un sistema cittadino integrato capace di monitorare modalità di distribuzione, criteri di assegnazione e gestione delle derrate alimentari. Una situazione che rende sempre più urgente la costituzione di una cabina di regia pubblica in grado di garantire trasparenza, controlli e standard uniformi.

Tra le situazioni che hanno suscitato maggiore dibattito vi è quella relativa a un’associazione operante nel quartiere Villaseta all’interno di una struttura scolastica. Da anni, infatti, una palestra scolastica, originariamente destinata alle attività motorie e sportive degli studenti, viene utilizzata come centro per la raccolta e la distribuzione di generi alimentari sulla base di autorizzazioni rilasciate dall’amministrazione comunale. Una scelta che ha contribuito a sostenere numerose famiglie in difficoltà, ma che al tempo stesso ha sollevato interrogativi sull’opportunità di destinare stabilmente uno spazio scolastico a finalità diverse da quelle per cui era stato progettato.

Secondo quanto circolato negli ambienti cittadini, sarebbe inoltre emerso un contenzioso tra la dirigenza scolastica e i soggetti che utilizzano la struttura. La scuola avrebbe più volte rappresentato al Comune l’esigenza di rientrare nella piena disponibilità della palestra per destinarla alle attività didattiche e sportive degli studenti, aprendo così una riflessione sulla compatibilità tra finalità scolastiche e utilizzi di natura diversa.

Ulteriori segnalazioni, che allo stato richiedono però rigorosi accertamenti e verifiche da parte delle autorità competenti, riguarderebbero presunte criticità igienico-sanitarie nell’area destinata alla distribuzione degli alimenti, comprese ipotesi di presenza di roditori e problematiche relative alla conservazione di alcuni prodotti. Si tratta di circostanze che non risultano accertate e che proprio per questo impongono prudenza nelle valutazioni, ma che rendono ancora più evidente l’esigenza di controlli periodici e trasparenti.

Al di là delle singole vicende, il tema centrale resta quello del ruolo che dovrebbe assumere il Comune di Agrigento nella governance del sistema degli aiuti alimentari. Da un lato vi è la responsabilità legata alla corretta gestione del patrimonio pubblico e degli spazi concessi a soggetti terzi; dall’altro vi è quella, ancora più rilevante, di coordinare in maniera efficace la rete dell’assistenza sociale cittadina.

In questa prospettiva, il Comune potrebbe assumere un ruolo di vera cabina di regia, collaborando con la Caritas diocesana, con le associazioni del Terzo settore e con tutti gli attori impegnati nel contrasto alla povertà. Un modello fondato sul coordinamento, sulla condivisione delle informazioni e sulla costruzione di una banca dati aggiornata consentirebbe di evitare sovrapposizioni, migliorare la distribuzione delle risorse e garantire che gli aiuti raggiungano in modo più efficace le famiglie realmente bisognose. Solo attraverso una governance unitaria e una rete capace di dialogare costantemente sarà possibile trasformare l’assistenza alimentare da risposta emergenziale a strumento strutturato di inclusione sociale e di contrasto alla povertà.

Ma le emergenze sociali non si esauriscono certamente con il tema della povertà alimentare. Esistono altre fragilità che richiedono attenzione, programmazione e interventi strutturali: la povertà che colpisce le famiglie con persone disabili, quella sempre più diffusa nei nuclei con figli minori, il fenomeno della solitudine che interessa anziani e soggetti vulnerabili, oltre al persistente disagio abitativo che continua a rappresentare una delle principali criticità del territorio.

Si tratta di questioni che non possono lasciare indifferenti le istituzioni e che chiamano in causa, in primo luogo, il servizio sociale comunale, chiamato a svolgere un ruolo sempre più centrale nella presa in carico dei bisogni e nella costruzione di percorsi di inclusione e autonomia.

In questa prospettiva, una risposta importante potrebbe arrivare dal potenziamento dei Distretti socio-sanitari. Le risorse economiche disponibili non mancano, ma troppo spesso il loro utilizzo è rallentato da procedure burocratiche complesse e da meccanismi amministrativi che ne limitano l’efficacia. Per questo sarebbe necessario avviare una riflessione seria sull’opportunità di garantire ai Distretti una maggiore autonomia organizzativa e gestionale, consentendo una programmazione più rapida e aderente ai bisogni reali dei territori.

Solo così le ingenti risorse destinate alle politiche sociali potrebbero tradursi più facilmente in servizi e opportunità concrete per disabili, anziani, minori, persone senza dimora e famiglie in difficoltà economica. Una sfida decisiva per il futuro del welfare locale, che meriterebbe da sola un approfondimento dedicato. Il testimone adesso passa alla nuova amministrazione comunale che oggi ha  una nuova bruciante prospettiva: bocciare  gli abusivi e promuovere i poveri.


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