E’ un fenomeno nuovo da cui i Paesi devono ancora imparare, o hanno da poco imparato, a proteggersi. Si tratta della repressione transnazionale (Tnr), vale a dire l’attività di istituzioni di Paesi – in particolare di Russia, Bielorussia, Iran, Cina, Georgia e Turchia – in altri Paesi, per perseguire, con azioni e minacce ibride che includono spionaggio, stalking, intimidazione, persone che vi hanno trovato rifugio. Le pratiche sono simili e si ripetono. Le autocrazie apprendono velocemente l’una dall’altra. Si passano le modalità di intervento più efficaci.
“L’Italia e il Giappone sono gli unici paesi che ancora non hanno introdotto misure per fare fronte alla Tnr. Ma il Giappone sta facendo qualcosa. l’Italia ancora no”, spiega Eleonora Mongelli, vice presidente e segretario generale della Federazione italiana diritti umani (Fidu) che, insieme all’International Partnership for Human Rights (Iphr), ong fondata a Bruxelles nel 2008 che segue in modo particolare la Russia e i Paesi dello spazio ex sovietico, ha organizzato questa mattina a Roma la conferenza “Repressione transnazionale: una sfida per i diritti e la sicurezza della democrazia”. “L’Italia ha tuttavia una opportunità , che è quella di avvalersi dell’esperienza maturata da altri Paesi”, aggiunge Nuvola Galliani, ‘legal officer’ di Iphr.
I contesti nazionali sono diversi, ma le lacune nel riconoscere, e quindi contrastare, la Tnr tendono a ripetersi. Manca un riconoscimento completo del fenomeno. La repressione transnazionale viene letta con categorie già esistenti, come per esempio lo spionaggio. Un altro problema è che la risposta dei Paesi è troppo incentrata sulla sicurezza dello Stato, senza il coinvolgimento delle comunità in esilio, precisano le organizzatrici della conferenza.
Fra le diverse forme di repressione oltre i confini dei Paesi che la mettono in campo, vi è l’abuso dell’Interpol e dei mandati di arresto internazionali. Ma anche campagne di disinformazione organizzata e coordinata contro il rifugiato, la repressione dei familiari rimasti in patria, il rifiuto, da parte delle sedi diplomatiche nel Paese in cui la persona ha trovato rifugio, di rilasciare documenti, a partire dai passaporti. Una azione, quest’ultima, a cui la Bielorussia ricorre sistematicamente, costringendo gli oppositori a tornare in patria, dove li attende l’arresto. L’inclusione di una persona negli elenchi di chi viene considerato come terrorista, o anche solo estremista – con tale aggettivo che viene amplificato ad arte sui social. In Georgia si è iniziato a effettuare, in questi giorni di nuove manifestazioni di piazza, il riconoscimento facciale e a usare strumenti di intelligenza artificiale per individuare persone che meritano, secondo le autorità , una speciale attenzione, anche se non hanno commesso alcun reato.
“La repressione transnazionale è la persecuzione di rifugiati politici, e non solo. Di persone che vivono fuori dal loro paese. In Bielorussia, vi è una chiara volontà delle autorità di colpirci, anche se ci troviamo in altri Paesi”, spiega all’Adnkronos Yuliya Yukhno, direttrice del centro della comunità democratica bielorussa in Italia presso l’ufficio di Svetlana Tsikhanouvkaya che, prima di lasciare il suo Paese era stata in carcere due volte, la prima per aver esposto la bandiera ‘storica’ del Paese usata dall’opposizione ad Aleksandr Lukashenko, e la seconda, senza neanche conoscerne il motivo.
“Ci perseguitano prima di tutto facendo in modo che il nostro nome sia inserito nell’elenco delle persone ricercate dall’Interpol, e quindi con una richiesta di estradizione a loro carico. Basta l’apertura di un semplice procedimento di natura finanziaria. Poi, anche dichiarandoci estremisti – più di seimila persone sono state inserite in questo elenco in Bielorussia – o terroristi, aggettivi che ci complicano la vita nei Paesi in cui ci troviamo. In Bielorussia è stato introdotto il decreto 278, che toglie il diritto dei bielorussi di chiedere qualsiasi tipo di documento nel paese in cui si trovano. Ci costringono a tornare in patria dove ci arrestano”, sottolinea.
“Stiamo lavorando per proteggere i nostri concittadini all’estero. Ho seguito almeno due casi di persone ricercate dall’Interpol qui in Italia che alla fine non sono state estradate. Anche se a Napoli, in uno dei due casi, una ragazza è ancora in attesa di processo, avendo la doppia nazionalità polacca e bielorussa. Io ora ho lo status di rifugiata. Ma tra un anno e mezzo potrò chiedere la cittadinanza italiana. Con due passaporti, l’Interpol potrà ricercarmi, nel caso di un mandato di arresto in Bielorussia. E allora mi interrogo: tengo davvero alla cittadinanza? Perché in seguito non avrò più la protezione internazionale”, non sarò più protetta dai mandati di arresto internazionale, conclude Yukhno, ‘ambasciatrice’ ombra del suo Paese in Italia. Non è considerata, per ora, estremista in Bielorussia. Ma ha collaborato con organizzazioni considerate tali. “E avere contatti con una persona che collabora con organizzazioni estremiste può portare a una condanna ad almeno 15 giorni di carcere”.
“Tutti si concentrano sulla repressione interna in Iran ma si parla poco della repressione transnazionale”, denuncia, nel corso della conferenza, Shervin Haravi, avvocata e attivista per i diritti umani. “Sin dal 2022, dalla nascita del movimento ‘Donna, vita e libertà , si sono verificati sempre più episodi di minacce ad attivisti all’estero e rappresentanti della diaspora. In particolare in questi ultimi mesi, su siti associati ai Pasdaran sono pubblicate le foto di chi partecipa a manifestazioni all’estero”, sottolinea, ricordando che in Italia la diaspora iraniana è composta da circa 20mila persone, la maggior parte studenti. “Molti non possono recarsi in ambasciata. Io non oso andare. Mi hanno visto alle manifestazioni. Ho ricevuto pressioni”.
“In Russia ora sono bloccate le app di messaggistica, i siti, Internet. Questo ha conseguenze anche per noi. Non riusciamo a comunicare con le nostre famiglie normalmente. Le conversazioni sono ascoltate. Abbiamo paura. E anche questa è una forma di repressione”, spiega Darya Kryukova, che ha lasciato la Russia poche settimane dopo l’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina e ha trovato rifugio in Italia, dove si è laureata e ora lavora. Kryukova denuncia anche la repressione subnazionale in atto in Cecenia dove vengon perseguiti i familiari dei dissidenti che trovano rifugio all’estero (come nel caso di Zarema Musaeva, ndr).
Sono state presentati in Parlamento due diversi documenti sulla Tnr. Una mozione firmata dal senatore Filippo Sensi è da tempo in attesa di essere assegnata. “Fino a che non c’è una Commissione che se ne fa carico, è come se questo documento non esistesse”, sottolinea. Un secondo testo è stato depositato da Federica Onori, deputata, segretario della Commissione esteri, e rappresentante speciale dell’assemblea parlamentare dell’Osce per l’intelligenza artificiale. Il testo è stato accolto dalle Commissioni esteri e costituzionale che lo valuteranno congiuntamente, anche se per il momento è difficile prevedere quando sarà messo in calendario.
“Non solo la Tnr è un tema non ad alta visibilità , ma è anche un tema molto delicato e scomodo”, sottolinea Onori. “La questione delle minacce ibride è molto importante e ci sono aspetti che non stati ancora messi a fuoco in tutta la loro criticità e pericolosità potenziale. Uno di questi è quello della sorveglianza legata alla polizia predittiva. Che fra l’altro on riguarda solo i Paesi impegnati in attività di repressione transnazionale”.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 webinfo@adnkronos.com (Web Info)
Source link


