Il libro Gli angeli degli eroi dell’artista Flavio Favelli


Nel 2020, in piena pandemia, Flavio Favelli (Firenze, 1967) mi chiese di presentare al Maxxi Bologna la rossa, libro d’artista sulla città dove Favelli non era nato, ma cresciuto e vissuto, e che lui raccontava attraverso i traumi che avevano punteggiato la sua (e nostra) storia politica: le stragi, le uccisioni, gli incidenti «entrati in modo differente un giorno nel mio quotidiano» scrisse. La nostra presentazione fu fissata il 4 marzo 2020: l’ultimo giorno di apertura del museo e appena cinque prima del lock down che avrebbe chiuso in casa tutto il territorio nazionale. Un giorno strano. Attraversai una Roma già mezza vuota. Bartolomeo Pietromarchi, allora direttore, mi salutò con goffo colpetto di gomito. Mi sembrò un gesto quasi maleducato e improprio in un signore di buone maniere quale lui è. Ma fu il primo di una lunga, infelice, serie. Il pubblico, uno sparuto gruppetto militante dell’arte con mascherina e gel antisettico, sparso nella sala a distanza di sicurezza, sembrava il set di una performance.

Allora non immaginavo che quello sarebbe stato l’inizio di un lungo incubo e ancora mi stupisce ricordare la coincidenza che mi vedeva presentare un libro sui traumi passati in bilico sul bordo di uno, enorme, che stava per cominciare.

Flavio Favelli, Gli Angeli degli Eroi, 2015. Courtesy MAXXI. Piazza del Quirinale, Roma

Il libro di Flavio Favelli, gli angeli degli eroi

Una strana e doppia coincidenza che vide quel giorno un inconsapevole Favelli al centro di questo intreccio di storia e microstoria, che è poi il filo rosso di tutta la sua ricerca. Una metafora della straordinaria capacità di Flavio di riconoscere nel più piccolo segno di cultura materiale il riflesso di un più grande percorso che ci unisce in un comune destino.

Ho tra le mani in questi giorni il suo nuovo libro dove ritrovo l’alta qualità di scrittura che mi aveva catturato sei anni fa. Bologna la rossa era un libro importante come lo è oggi Gli angeli degli eroi- un caso di arte e politica in Italia. (ed. Castelvecchi – collana Fuoriuscita a cura di Christian Caliandro).

Anche qui la scrittura di Favelli indaga e racconta con un ritmo felice e pulito. Un’esattezza nei vocaboli e nelle aggettivazioni essenziali che riesce a narrare e al tempo stesso a far nascere quasi spontaneamente immagini ad ogni pagina, o meglio in tutte queste intense 60 pagine divise in capitoli; l’artista, l’opera, il potere, il monumento o anti-monumento….

Flavio Favelli. Photo Lorenzo Palmieri
Flavio Favelli. Photo Lorenzo Palmieri

Chi è Flavio Favelli: autobiografia di un artista

Si comincia dunque con l’autobiografia dell’artista e con la storia del nonno militare che si mescola a quella di Favelli, obiettore di coscienza affascinato dalla bellezza della divisa. “Chi si occupa di faccende estetiche comprende bene che il mondo militare ha dei punti forti… il nitore delle forme, i simboli, il messaggio che da qualche parte arriva… un non so che di grandioso con pieno equilibrio che tocca certe corde difficili da tenere buone. Il mondo militare infonde forza e potere”, scrive.

E sebbene questo sentimento sia altamente contradditorio in lui, tanto da farlo vomitare alla vista di una pistola e rischiare una crisi di panico a Predappio di fronte alla tomba del Duce (“mi sentii in pericolo. Il cuore batteva …andai via scosso svuotato dentro, esausto”), è forse da lì che arriva quel cappellino che lo caratterizza da sempre. Un berretto con una piccola visiera trapezoidale e rigida, trovato in un tendone militare e fatto rifare identico nella forma ma in colori diversi. “Sono con Favelli che ha un cappello dell’Afrikakorps”, diceva ai collezionisti ridendo Emilio Mazzoli.

Flavio Favelli: un libro politico

Ma è da questo gomitolo di contraddizioni che nasce Gli Angeli degli Eroi che è un’opera ma anche una storia, un racconto ma anche un’immagine, libro d’artista ma anche libro politico, riflessione sull’arte e J’accuse contro il potere.

Come spesso nella produzione di Favelli, all’inizio c’è un reperto che arriva dalla marea di cose che noi tutti incontriamo e lasciamo andare ogni giorno e che lui, invece, individua e raccoglie. In questo caso fu un cartello, scritto a penna blu su un cartone, e visto su una foto pubblicata in occasione del funerale di Luca Sanna, militare in missione in Afghanistan ucciso nel 2011. “Caro Luca, grazie. Gli angeli degli eroi ti sorridono mentre ti fanno la scorta d’onore fino alla luce di Dio in Paradiso!!! Viva l’Italia”. Quel cartello tenuto malamente dritto da familiari e amici, quel velo di poesia semplice della frase “gli angeli degli eroi” per Favelli ha una spontaneità che gli appartiene.

E poi c’è la storia del nonno appunto, un’esperienza a Sarajevo nel dopoguerra balcanico che lo ha segnato, quell’attrazione e repulsione verso un mondo a suoi occhi tanto bello quanto terribile. “Decisi di fare un’opera sui militari. Dovevo metterci le mani prendere il toro per le corna, scendere agli inferi. E gli inferi mi hanno ascoltato”.

Il murale con i nomi dei militari caduti nelle missioni di pace

Da qui nasce il progetto di un murale con tutti i nomi dei militari caduti nelle cosiddette missioni di pace e accanto l’elenco dei luoghi per i quali sono andati a morire. Un murale alla Favelli con i colori magri che affiorano improvvisi su muri non trattati di borghi, periferie, centri storici sparsi tra i comuni d’Italia. Lo immagina inciso, ad esempio, in un “tunnel, un sottopasso con due muri da attraversare così da avere i nomi a destra e a sinistra …”.

Lo farà invece in formato del tutto diverso nel 2015 al Maxxi su proposta di Anna Mattirolo, allora direttrice e in occasione della mostra “Architettura in uniforme”. Qui i nomi degli angeli ordinati cronologicamente sulla data di morte occuperanno ben nove pannelli, per un’altezza di due metri e una lunghezza di dodici e mezzo.

Un’opera celebrativa che va oltre le intenzioni dell’artista, tanto da conquistare il cuore dei funzionari del Ministero della Difesa, che solo grazie a Favelli si accorgono di non aver mai onorato la memoria dei militari caduti “in tempi di pace”.

L’architettura in uniforme

Ed ecco che parte il grande equivoco (perché di questo tratta il libro) fra arte e politica, fra un artista che concettualmente riflette sul ruolo di un monumento e punta a costruire un “contro-monumento” e il potere che se ne appropria e lo usa nella più retorica e scontata delle forme possibili.

Il 4 novembre del 2015 in occasione della Giornata delle Forze Armate e della fine della Prima Guerra Mondiale l’opera viene portata dal Maxxi alla piazza del Quirinale e lì montata per la ufficiale celebrazione. Un super evento trasmesso sulle reti della Tv nazionale alla presenza del Presidente Sergio Mattarella, dei più alti gradi dell’Esercito, di tutti i familiari delle vittime e di un frastornato Flavio Favelli.

Del resto come poteva non esserlo. Lo spiega bene Cecilia Canziani nella postfazione del libro, dove, riflettendo sul senso di un monumento in tempi complessi come i nostri, precisa che siamo di fronte a un madornale fraintendimento, sia perché l’opera non nasce da una commissione pubblica ma da un’iniziativa individuale e privata dell’artista e in secondo luogo perché quei pannelli neri con i nomi in oro dei caduti, non sono l’opera ma una maquette di un contro-monumento ancora da fare.

Che cos’è un monumento

“Gli Angeli degli Eroi non è un monumento. Non ha nessuna caratteristica del monumento, non vuole celebrare nessuno, ma solo creare nuove immagini, pensieri, concetti senza fini precisi. Del resto, questo è il compito dell’arte libera. Quella meramente celebrativa appartiene alla politica e al potere”, sentenzia a pag., 34 in uno statement praticamente definitivo.

Favelli, infatti, aveva avuto l’intenzione di ricordare questi soldati e questi luoghi in un sottopasso da percorrere in macchina, una commemorazione da percepire come un attimo fuggente, un simbolo anche del nostro collettivo rimosso, una garbata denuncia dell’ipocrisia di credere di vivere nella pace mandando a morire uomini in guerra. Ma il suo progetto è ingoiato da una macchina più grande di lui, che prima ne cambia la natura e poi con altrettanta velocità lo butta in un magazzino e lo dimentica. Non poco fatica l’artista a farsi rimandare i resti della sua maquette mentre il progetto del vero monumento entra in un’odissea burocratica di richieste di permessi, autorizzazioni, consensi, diritti e proibizioni, ma soprattutto opportunità politiche.

Storia di un monumento

Nessuno lo vuole. I politici di sinistra temono che un tema così possa diventare facile strumento per la propaganda della destra. Quelli di destra invece non lo capiscono proprio. I cattolici di sinistra pongono obiezioni tipo “perché i soldati e non i medici o le suore?”. Un grande diplomatico lo liquida dicendo all’autore “Ma lei cosa vuole di più? La sua opera è stata già celebrata dal Capo dello Stato?”. A “Bologna la rossa”, una commissione per l’arte pubblica composta da stimati critici d’arte boccia l’idea di installare l’opera nel sottopasso di via Ernesto Maserati come “inopportuna”. “Ma tutta la buona arte è inopportuna. Quale opera può essere inopportuna in un paese democratico e libero?” Si chiede l’artista a pag. 60 dopo aver fatto tutti i nomi di storici dell’arte, assessori e sindaci che gli hanno detto “non possumus”.

Ma cosa davvero disturba il potere? Ricordare che queste “missioni di pace”, in verità di pace non sono? La fragilità e l’umiltà da affresco francescano che propone Favelli nel suo murale povero? La diffidenza che nutre la sinistra per il mondo militare e la destra invece per il mondo dell’arte?

O meglio come scrive Favelli quello che disturba davvero e nel profondo è che Gli Angeli degli Eroi parla “di un mondo lontano da quello civile, da quello della cultura e dell’arte. Il mondo della guerra. Un mondo che abbiamo creduto finito ma invece è tornato prepotentemente nella nostra vita”.

Alessandra Mammì

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