La rivoluzione dell’AI nella Pa parte dagli organici


L’intelligenza artificiale è destinata a trasformare profondamente la Pubblica amministrazione, ma il cambiamento non passerà semplicemente attraverso l’introduzione di nuovi software o l’approvazione di ulteriori regolamenti. La vera partita si giocherà sulla capacità di ripensare il funzionamento della macchina pubblica, modificando processi, competenze e modelli organizzativi.

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Attorno all’intelligenza artificiale convivono oggi grandi aspettative e altrettante preoccupazioni. Da una parte c’è chi la considera una soluzione quasi miracolosa, capace di risolvere inefficienze storiche della Pubblica amministrazione. Dall’altra si moltiplicano norme, linee guida, direttive e richiami contrattuali che cercano di disciplinarne l’utilizzo. Nessuna delle due strade, però, è sufficiente.

Nel settore privato questo principio è ormai consolidato. Le imprese utilizzano l’AI come leva per ripensare l’intera organizzazione aziendale, semplificare i processi e migliorare la produttività. Nel settore pubblico, invece, il rischio è differente: utilizzare l’intelligenza artificiale per digitalizzare procedure obsolete, frammentate e inefficienti senza modificarne la struttura. In questo scenario, gli uffici continuerebbero a operare secondo logiche del passato, spesso modellate più da esigenze politiche che funzionali.

Il pericolo è quello di ritrovarsi con strumenti tecnologicamente molto più avanzati, ma inseriti in un sistema che continua a produrre complessità amministrativa. Una sorta di “Google” più potente applicato a procedure che restano lente, ridondanti e burocratiche, mentre nel frattempo aumentano norme e vincoli destinati a regolamentare l’intelligenza artificiale. Un eccesso di regolazione potrebbe così alimentare un approccio prudenziale e conservativo, limitando proprio quel valore aggiunto che la tecnologia promette di generare.

L’esperienza degli ultimi anni dimostra quanto sia difficile intervenire realmente sull’organizzazione della Pubblica amministrazione. Le numerose iniziative dedicate alla revisione dei processi e alla spending review non hanno prodotto gli effetti sperati. La razionalizzazione è rimasta spesso sulla carta e gli interventi si sono tradotti prevalentemente in tagli lineari imposti per legge, realizzati senza una reale valutazione dell’efficienza delle strutture. Una volta terminata l’attenzione mediatica, il sistema ha ripreso a funzionare secondo le consuete dinamiche, con nuove assunzioni, proliferazione di uffici e incremento delle posizioni dirigenziali.

Per questo motivo l’intelligenza artificiale rappresenta oggi un’opportunità irripetibile. Se accompagnata da una vera revisione dell’organizzazione, potrebbe rendere la Pubblica amministrazione più semplice, efficiente e trasparente. Se invece si limiterà ad aggiungersi all’esistente, rischierà di diventare soltanto un ulteriore strumento di digitalizzazione senza incidere sulle criticità strutturali.

A differenza del settore privato, inoltre, la Pubblica amministrazione presenta caratteristiche particolari. Il rischio di utilizzi eticamente problematici dell’intelligenza artificiale viene considerato relativamente contenuto grazie all’elevato numero di norme che regolano i procedimenti amministrativi, alla limitata diffusione delle competenze digitali e alla scarsa integrazione dei dati tra le diverse amministrazioni. Allo stesso modo, il ricorso all’AI difficilmente produrrà licenziamenti o esuberi, considerato il sistema di tutele che caratterizza il lavoro pubblico.

La vera criticità riguarda piuttosto le competenze disponibili. Per sfruttare realmente il potenziale dell’intelligenza artificiale sarà necessario modificare profondamente le politiche di reclutamento. Serviranno sempre più professionisti specializzati nella raccolta, gestione, analisi ed elaborazione dei dati: informatici, statistici, economisti e data analyst dovranno progressivamente affiancare o sostituire parte delle figure amministrative tradizionali.

Oggi, invece, quando emergono esigenze particolarmente specialistiche, molte amministrazioni sono costrette ad affidarsi a soggetti esterni, pubblici o privati. Allo stesso tempo manca un programma strutturato di formazione che accompagni il personale già in servizio verso percorsi di riqualificazione, aggiornamento professionale e upskilling, indispensabili per adeguare ruoli e competenze alle nuove esigenze tecnologiche.

Il patrimonio informativo già presente nella Pubblica amministrazione rappresenta uno degli asset più importanti su cui costruire questa trasformazione. I dati amministrativi, se raccolti, condivisi e utilizzati in maniera efficace, possono migliorare significativamente la qualità delle informazioni disponibili, consentendo di elaborare politiche pubbliche più efficaci, decisioni meglio fondate e interventi più tempestivi. L’analisi dei dati può inoltre rafforzare la trasparenza delle scelte amministrative e rendere più misurabili gli effetti delle politiche pubbliche.

Anche il sistema di welfare potrebbe trarre vantaggi significativi dall’utilizzo dell’intelligenza artificiale, attraverso modelli predittivi e strumenti di analisi capaci di supportare decisioni più rapide e responsabili. Tuttavia, questo richiede una gestione integrata delle informazioni e infrastrutture interoperabili che permettano ai diversi enti pubblici di condividere i dati in modo efficace.

Per raggiungere questi obiettivi sarà inevitabile intervenire anche sull’assetto organizzativo della macchina pubblica. Le future politiche di reclutamento dovranno concentrare le competenze nei settori strategici, mentre molti uffici, cresciuti negli anni in maniera spesso disordinata, dovranno essere accorpati per ridurre la frammentazione dei processi. Solo una struttura più snella potrà favorire una governance dei dati realmente efficace, basata su dataset condivisi e infrastrutture aperte e interoperabili.

La trasformazione degli organici appare quindi inevitabile. Nel tempo, osserva Verbaro, la Pubblica amministrazione avrà bisogno di un numero inferiore di addetti alle attività amministrative tradizionali e di un maggiore apporto di economisti, informatici e statistici, figure in grado di governare la crescente centralità dei dati e dell’intelligenza artificiale.


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 Cristina Giua

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