Non tutti quelli che sono chiamati “educatore” svolgono la professione di educatore. È un punto fermo a cui Massimiliano Malè, pedagogista, formatore e direttore di servizi socio-sanitari per la disabilità, tiene molto. «La funzione educativa appartiene a tante figure: un insegnante, un allenatore, un prete, un collega più esperto, un fratello maggiore. Anche Schopenhauer veniva definito così. “Educatore” è una parola ampia, che non può essere blindata», sostiene. «Diverso è il caso della qualifica professionale, che è l’esito di percorsi e inquadramenti specifici sia contrattuali sia all’interno dei servizi». È anche per questo che, a chi gli chiede perché gli educatori oggi siano diventati introvabili, lui risponde: «Siamo sicuri che questa figura professionale sia ricercata per le sue effettive competenze e non sia invece utilizzata come jolly? Ci siamo mai chiesti se in certi contesti non si potrebbero integrare profili con una formazione educativa meno impegnativa?».

Il punto di domanda è pertinente in un momento storico in cui il reclutamento di educatori professionali sembra essere diventato un’ardua impresa. Sono 30mila gli educatori iscritti all’albo socio sanitario e 250mila quelli che hanno presentato domanda di iscrizione all’altro albo, socio-pedagogico, ancora in via di costituzione: 280mila professionisti che non bastano a colmare le richieste. A None, in provincia di Torino, in una residenza che ospita persone con disabilità, la direttrice ha fatto nell’ultimo anno 66 colloqui per raggiungere quota otto educatori. A Bologna, un’indagine condotta su 14 cooperative sociali ha rilevato che nei prossimi tre anni mancheranno oltre 1.300 educatori qualificati. E tra i socio-sanitari, servirebbe un’integrazione del 12,8% solo per coprire i pensionamenti da qui al 2028.
Il rapporto tra lavoro, demografia e qualità della vita
Quello che Malè sottintende con il suo spunto di riflessione è la necessità di analizzare la questione da più punti di vista. «In questo momento vengono richieste moltissime figure educative in tantissimi settori», spiega, «ma non sono certo che per coprire tutti questi ruoli sia sempre necessario l’educatore professionale nel senso stretto e attuale del termine. In parte questo è ancora un retaggio del passato». Che cosa significa? «Per molti anni il lavoro educativo è stato svolto da figure molto diverse: laureati in Filosofia, Lettere, Pedagogia, Psicologia, assistenti sociali e persone senza una formazione specifica ma con esperienza sul campo. È anche per questo motivo che nel tempo sono nate deroghe, sanatorie e allargamenti professionali».
In questo momento sono richieste moltissime figure educative in tantissimi settori, ma non sono certo che per coprire tutti questi ruoli sia sempre necessario l’educatore professionale nel senso stretto e attuale del termine
Massimiliano Malè, pedagogista, formatore e direttore di servizi socio-sanitari per la disabilità
Secondo il consigliere nazionale di Federsolidarietà-Confcooperative che da tempo segue le questioni normative legate alla professione, non è aumentata improvvisamente la richiesta educativa in senso assoluto: quello che è cambiato è il contesto demografico e occupazionale.
«Dal 2012 studio questa dinamica e il primo elemento fondamentale da osservare è la curva demografica italiana. Per la prima volta l’Italia sta vivendo una situazione in cui il numero delle persone che entrano nel mercato del lavoro è molto inferiore rispetto a quello delle persone che ne escono. Il “cancello” del mercato del lavoro resta più o meno della stessa dimensione, ma il numero dei lavoratori disponibili si restringe. I grafici Istat mostrano bene questa trasformazione: le fasce tra i 25 e i 35 anni si stanno schiacciando drasticamente, mancano persone e, se mancano i nati, inevitabilmente mancano anche i lavoratori. Al contrario, nella parte alta della piramide anagrafica ci sono numerosissimi over60 che stanno iniziando ad andare in pensione. E il vero “cuore” del fenomeno deve ancora arrivare: nei prossimi cinque anni uscirà dal mercato del lavoro una quantità enorme di persone».
Oggi il sistema si trova contemporaneamente con meno giovani disponibili, molti pensionamenti, requisiti formativi più rigidi e servizi che continuano ad aver bisogno di personale. Ma questo vale per tutti gli ambiti
Massimiliano Malè
Nel frattempo sono aumentati i laureati, «ma per decenni una parte molto consistente degli educatori che lavoravano nei servizi non possedeva la laurea specifica oggi richiesta. Quindi oggi il sistema si trova contemporaneamente con meno giovani disponibili, molti pensionamenti, requisiti formativi più rigidi e servizi che continuano ad aver bisogno di personale».
Il secondo punto è che questo fenomeno non riguarda solo il settore educativo, ma si riflette in tutta l’economia. «Si stanno creando posti di lavoro in moltissimi ambiti e spesso sono lavori più comodi, più regolari e con una migliore conciliazione vita-lavoro», aggiunge Malè. «Una professione organizzata h24, dal lunedì alla domenica, diventa inevitabilmente meno appetibile. A 25 anni può essere sostenibile lavorare di notte, nei weekend e su turni, a 40 o 45 anni la situazione cambia profondamente. Il lavoro su turni, oltre una certa età, è estremamente usurante e spesso entra in conflitto con i tempi della famiglia, della cura dei figli e della vita personale. La prima grande fuga dal settore nasce proprio qui: non tanto da una mancanza di vocazione, ma dalla difficoltà concreta di sostenere nel lungo periodo ritmi lavorativi così pesanti rispetto alle alternative che il mercato oggi offre».
Perché mancano educatori?
La carenza di educatori è concreta. «Sì, soprattutto nelle strutture residenziali e nei servizi ad alta intensità assistenziale. La maggiore richiesta oggi si concentra soprattutto nell’area della disabilità, delle tossicodipendenze e delle strutture per minori. Per i profili socio-sanitari pesa molto anche l’ambito della salute mentale: in quest’ultimo caso le maglie del setaccio si fanno ancora più strette, dato che viene richiesto il titolo squisitamente sanitario. Molto più contenuta, invece, la richiesta nell’area anziani».
Oggi il mercato del lavoro è cambiato radicalmente con la scarsità demografica e la crescita della domanda occupazionale in molti settori. Chi ha competenze relazionali, organizzative o educative trova alternative più sostenibili, meglio pagate o con orari più compatibili con la vita privata
Massimiliano Malè
Ma il punto centrale è capire perché mancano. «Avremmo bisogno di una maggiore disponibilità di laureati disposti ad accettare determinate condizioni lavorative: remunerazioni non maggiori di altri settori dell’economia, interventi domiciliari, turni serali, weekend, lavoro festivo, organizzazione h24. In molti servizi la carenza di personale è ormai endemica. Attenzione però a leggere il fenomeno semplicemente come “calo di appeal della professione”. In realtà questa professione non aveva un grande appeal nemmeno in passato. Per molti anni era anche una professione residuale: spesso ci si entrava perché non si trovava altro. La differenza è che oggi il mercato del lavoro è cambiato radicalmente con la scarsità demografica e la crescita della domanda occupazionale in molti settori. Chi ha competenze relazionali, organizzative o educative trova alternative più sostenibili, meglio pagate o con orari più compatibili con la vita privata».
Questo cambiamento radicale, Malè lo vede nella professione a partire dalla propria esperienza. «Ho iniziato a fare l’educatore nel 1985, senza titoli specifici. Mi ero iscritto a pedagogia e nel frattempo facevo il commesso. A un certo punto mi sembrava assurdo studiare pedagogia e continuare a fare il commesso, così sono entrato nel lavoro educativo». Era un mondo completamente diverso: «In quasi tutti i settori si sgomitava in 20 per un posto, mentre nell’ambito educativo si riusciva abbastanza facilmente a entrare. Oggi trovare occupazione in questo settore è ancora relativamente semplice, ma il punto è che si tratta di un lavoro complicato, con grandi responsabilità e un forte coinvolgimento diretto».
Ragionare per qualifiche professionali differenziate
Chi è l’educatore professionale? «Non è un impiegato “di concetto”: è una figura che attua concretamente i progetti educativi, si fa carico direttamente delle persone e lavora dentro situazioni spesso molto pesanti. Entra in contatto quotidiano con disagio, aggressività, compulsività, sofferenza psichica, dipendenze, disabilità gravi e anche con aspetti molto concreti e faticosi dell’assistenza: accompagnare, contenere, pulire, assistere persone non autosufficienti, gestire episodi difficili anche durante attività apparentemente semplici come una gita».


Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.
SOCIAL WORKER, SENZA DI LORO PERDIAMO TUTTI
E qui torniamo al punto di domanda iniziale. Abbiamo davvero bisogno di tutti questi educatori professionali per coprire qualsiasi attività con funzione di sostegno? «Ha davvero senso utilizzare una figura con questo tipo di formazione in modo indistinto dentro comunità alloggio organizzate su turni h24, dove spesso il lavoro quotidiano comprende attività assistenziali, di sorveglianza, accompagnamento e gestione ordinaria della vita comunitaria?», prosegue Malè. «Forse sarebbe necessario riservare all’educatore professionale uno spazio più specifico, progettuale e qualificato, distinguendo meglio tra funzioni educative ad alta competenza, funzioni assistenziali e funzioni di supporto quotidiano».
Forse sarebbe necessario riservare all’educatore professionale uno spazio più specifico, progettuale e qualificato, distinguendo meglio tra funzioni educative ad alta competenza, funzioni assistenziali e funzioni di supporto quotidiano
Massimiliano Malè
Per molti compiti, suggerisce il pedagogista, potrebbe essere più adeguato «ragionare non tanto in termini di “professioni” rigidamente universitarie, ma di qualifiche professionali differenziate, con percorsi formativi meno lunghi e meno onerosi, magari costruiti anche dagli stessi enti gestori attraverso formazione professionalizzante mirata. Questo è un punto centrale perché oggi il rischio è che la figura dell’educatore professionale venga utilizzata in modo eccessivamente estensivo e indistinto. E quando una professione viene impiegata per fare “di tutto”, finisce anche per dequalificarsi».
Un sistema che rischia di non reggere più
Malè porta un esempio pratico. «Molti educatori dicono “Mi fanno fare cose che non dovrei fare”. Ma la risposta dei servizi spesso è: “È quello di cui c’è bisogno”. Ed è qui che emerge la contraddizione strutturale del sistema: da una parte si chiede una professionalizzazione sempre più elevata, dall’altra si utilizzano queste figure per coprire bisogni organizzativi molto ampi, spesso lontani dall’idea originaria della professione educativa specialistica».


Poi c’è il tema retributivo, delicatissimo. Esiste una differenza molto forte tra i Paesi mediterranei (Italia, Spagna, Grecia, nda) e le nazioni mitteleuropee come Francia, Germania, Austria o Regno Unito. Nei Paesi del Centro-Nord Europa le professioni educative, sociali e assistenziali vengono generalmente pagate meglio e godono di un riconoscimento economico e sociale maggiore rispetto a professioni di analoga complessità. «Questo è un tema profondamente politico e culturale, perché alla fine la domanda vera è: per quale motivo non siamo disposti a pagare adeguatamente una persona che assiste, educa e si prende cura di altri esseri umani, spesso nelle condizioni più difficili? Si tratta di professioni ad altissima responsabilità emotiva, relazionale e pratica. Eppure continuano a essere considerate “vocazionali”, quasi come se la motivazione personale dovesse compensare stipendi bassi, turni pesanti e scarso riconoscimento. Ma un sistema basato solo sulla vocazione, in un contesto demografico come quello attuale, non regge più».
La fotografia in apertura è di Sandra Seitamaa su Unsplash
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Daria Capitani
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