Calabria, bruciati gli ulivi secolari in un terreno confiscato alle mafie. “La politica ci supporti, il riutilizzo sociale toglie consenso ai clan”



di Sofia Lo Mascolo – Fonte: Il Fatto Quotidiano 

Un incendio ha distrutto alcuni uliveti secolari coltivati su un terreno confiscato alla ‘ndrangheta a Oppido Mamertina, in provincia di Reggio Calabria, e assegnato per riutilizzo sociale alla cooperativa Valle del Marro. Le fiamme hanno colpito tre appezzamenti, uno dei quali ha una superficie di circa nove ettari, dove è stato distrutto circa il 70% degli ulivi secolari. A scoprire il danneggiamento lunedì scorso sono stati i soci della cooperativa, parte della rete Libera Terra, una realtà imprenditoriale nata su impulso dell’associazione antimafia Libera che riunisce nove cooperative sociali e un consorzio per ottenere dai beni confiscati alla criminalità organizzata, soprattutto terreni agricoli, prodotti di alta qualità attraverso metodi rispettosi dell’ambiente e dei lavoratori.

I terreni, confiscati alla famiglia ‘ndranghetista Luppino, hanno una storia singolare. Domenico Fazzari, presidente della Cooperativa Sociale Valle del Marro, ha raccontato a Ilfattoquotidiano.it che la cooperativa nata nel 2004 riceve inizialmente alcuni beni confiscati in stato di abbandono, che si dedica a rimettere in sesto senza ricevere intimidazioni. Dopo due anni decide di fare un passo in più: “Siamo andati al Tribunale per le misure di prevenzione a Reggio Calabria e abbiamo chiesto di poter utilizzare anche i beni sequestrati, non ancora confiscati in via definitiva, di cui erano ancora titolari le famiglie mafiose”. “Una novità assoluta“, ma anche una mossa particolarmente strategica, perché, spiega Fazzari, “il problema è che lo stato di abbandono inizia già dalla fase finale del sequestro, perché quando i proprietari vengono a sapere della confisca li abbandonano per dare un messaggio chiaro al territorio: su quel terreno o ci siamo noi o non c’è nessuno. Così nessuno avrà il coraggio di andare su quei terreni e sarà sempre più difficile recuperarli”. Dopo l’ok dal tribunale la cooperativa arriva dunque su “un terreno pienamente produttivo” ben prima della confisca definitiva, arrivata quasi dieci anni dopo.

Nel momento in cui la cooperativa inizia a lavorare sui beni sequestrati, nel 2006, inizia l’incubo: il primo sabotaggio avviene durante la prima raccolta delle olive, quando durante la notte delle persone vicine agli ex proprietari dei terreni si introducono nella struttura videosorvegliata in cui erano parcheggiati i mezzi agricoli e inseriscono dello zucchero nei serbatoi. “La mattina abbiamo messo in moto i mezzi e i motori sono grippati completamente. Abbiamo dovuto sostituire quello del trattore, della raccoglitrice, dello scuotitore: un danno di circa 50mila euro, che abbiamo fronteggiato rinunciando ai nostri stipendi”. È solo il primo di una lunga serie di episodi, che nei 22 anni di attività della cooperativa ammontano a una cinquantina, con periodi particolarmente intensi come la seconda metà del 2025, in cui se ne contano ben sette. “È una corsa contro il tempo, appena inizia la stagione estiva dobbiamo correre ai ripari. In media ogni 6-7 mesi succede qualcosa, quindi almeno 2 volte all’anno, dall’incendio degli uliveti al danneggiamento degli impianti di irrigazione, il furto e l’incendio di alcuni mezzi, il taglio di nuovi impianti di uliveti, il furto delle arance e minacce anche indirette: i primi anni ci facevano trovare teste di pesce mozzate davanti all’azienda”.

Alla domanda su come riescano a fronteggiare economicamente danneggiamenti così frequenti, Fazzari racconta di una rete di realtà private e del terzo settore, ma anche di soggetti singoli, che uniscono le forze per aiutare la cooperativa a risollevarsi. Ma ammette di essere stanco di dover contare su aiuti privati per risollevare un bene che appartiene alla collettività: “Ci sono diverse famiglie che vivono di questa attività ed è necessario che ci sia una disponibilità di fondi pubblici per ristrutturare questi beni e intervenire quando succedono fatti come questo. Possibile che dopo 30 anni dalla legge 109/96 siamo ancora qui a lanciare campagne per chiedere di destinare il 2% del Fondo Unico Giustizia al riutilizzo sociale? Per la politica doveva essere naturale fare questo passo, e invece fatta la legge non ci si è preoccupati di chi avrebbe gestito questi terreni, di come avrebbe dovuto farlo”. Spiega inoltre che chiedere un supporto non è una forma di assistenzialismo, ma una risposta a una condizione di partenza svantaggiata per queste realtà, che per nascere e restare in piedi devono interfacciarsi con beni abbandonati da riqualificare e concorrenza sleale da parte di chi non offre condizioni di lavoro etiche.

Fazzari sostiene che un maggiore sostegno da parte delle istituzioni sarebbe un investimento culturale, ancor prima che economico. Ricordando il periodo delle guerre di mafia negli anni ’80 e ’90, dice che l’azione repressiva delle forze dell’ordine e della magistratura, pur fondamentale, non può bastare da sola. “Serve costruire una cultura alternativa e dimostrare che è possibile andare su bene confiscato, coltivarlo con prodotti di qualità e vivere di questo, senza dover scendere a compromessi o pensare di andare via. Noi lo facciamo e vogliamo essere un esempio per chi vuole aiutare il nostro territorio a crescere”. Ma interpreta queste intimidazioni anche come una conferma di essere sulla strada giusta, nonostante la preoccupazione crescente. Spiega che il riutilizzo sociale di un bene ha l’obiettivo di colpire la cultura mafiosa “nel suo punto debole, che è il consenso: la confisca toglie potere economico, il riutilizzo sociale toglie consenso”. E fa della sua storia un esempio: “Io, nato e cresciuto su questo territorio, grazie all’utilizzo sociale del bene confiscato posso dire di aver combattuto questa cultura, perché le ho tolto il potere economico e anche il mio consenso. Ci siamo creati il lavoro qui, non abbiamo abbandonato la nostra terra, abbiamo una cultura diversa, è proprio vincente. E se abbiamo il sistema per combatterla perché non lo applichiamo su larga scala?”.


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