Un tempo il tempo passava e qualcosa, inevitabilmente, si perdeva. Le immagini scolorivano, alcuni dettagli evaporavano, certe estati sopravvivevano soltanto in un profumo o in un colore. Oggi invece disponiamo di memorie enormi, esterne, immediate, che ci permettono di tornare indietro quando vogliamo. Ma quanto ci fa bene vivere con il passato a portata di mano? Sembra infatti che non riusciamo più a separarci da ciò che siamo stati anche quando ciò che solevamo essere non ci appartiene più. In questo modo non lasciamo che il passato vada via ma lo riapriamo continuamente. E probabilmente è anche per questo motivo che gli anni ci sembrano così vicini, quasi sovrapposti. Dal 2010 in poi il tempo sembra quasi essersi compresso; prima dieci anni avevano un peso preciso, oggi sembrano una manciata.
Come la memoria digitale ha cambiato il nostro rapporto col tempo
Ci troviamo per la prima volta nella storia a vivere dentro una memoria esterna continua. Non ricordiamo più ma consultiamo, non lasciamo sedimentare ma recuperiamo. Mentre prima il tempo aveva il compito di sbiadire i ricordi, facendo della dimenticanza una forma di igiene mentale e conservando solo quelle cose abbastanza forti da sopravvivere alla perdita dei dettagli, oggi il passato rimane intatto e pronto per essere riattivato a nostro piacimento. Ogni foto resta una porta socchiusa e il ricordo non si archivia ma si accumula, facendo gravare su di noi un peso spesso difficile da elaborare che smette di nutrire, schiacciando e paralizzando il movimento verso il futuro.
Memoria e bisogno di dimenticare
Nietzsche aveva intuito qualcosa di molto simile ben prima del digitale. “Chi non sa sedersi sulla soglia dell’attimo dimenticando il passato”, scriveva “non saprà mai che cosa sia la felicità”. E continua: “per ogni agire ci vuole oblio” cioè non si può vivere con pienezza restando continuamente schiacciati da ciò che è stato. Eppure oggi abitiamo una cultura che considera la conservazione un valore morale. Accumuliamo foto, screenshot, backup, storie in evidenza, gallerie infinite, chat che non cancelliamo mai. L’uomo contemporaneo deposita tracce continuamente e finisce per vivere più nella memoria che nel presente. Ma Nietzsche aveva capito anche che dimenticare non significa essere superficiali quanto piuttosto permettere alla vita di muoversi e, a tempo debito, di trasformarsi, di non restare immobilizzata sotto un peso.

La differenza tra conservare e ricordare
Conservare e ricordare non sono la stessa cosa. Anche se tendiamo a confonderli perché si muovono dentro lo stesso spazio semantico, in realtà indicano due movimenti diversi e quasi opposti. Conservare significa mettere via, lasciare qualcosa ferma lì, intatta. Ricordare invece significa rimettere al mondo, riportare qualcosa dentro il presente. Il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han direbbe che il nostro spazio mnemonico assomiglia ormai a un disco saturo di dati; una sorta di hard disk interiore continuamente attraversato da immagini, notifiche, screenshot, frammenti di qualsiasi genere che non smettiamo mai di conservare. Il problema, però, è che la vita non funziona come una somma di file conservati in ordine cronologico. La vita assomiglia molto di più a un racconto e noi a forza di aggiungere materiale, abbiamo finito per perderne il filo lasciando che l’addizione prendesse il posto della narrazione.
Per capire questo punto bisogna partire da una constatazione molto efficace di Ricoeur: “il passato diventa umano quando viene narrato” e non quando viene archiviato perfettamente nella sua interezza. Questo succede perché la memoria autentica non è perfetta, ma è selettiva e spesso persino ingiusta. Distorce alcune cose, altre le dimentica e alcune le enfatizza. Ed è proprio questa imperfezione a permettere al significato di emergere. La memoria, infatti, agisce come una sorta di cesura naturale: lascia svanire alcuni dettagli, fa sparire certi ricordi, ne consuma altri fino a perderli totalmente. Ed è esattamente così che deve andare per far sì che anche la perdita possa esercitare la sua funzione, permettendo alle esperienze di trasformarsi lentamente in memoria attraverso la distanza.
Da un po’ di tempo a questa parte però, sembra che non perdiamo più nulla. O forse, ancora di più, sembra che abbiamo sviluppato una paura costante della perdita. Possiamo tornare indietro continuamente, scavare tra fotografie e conversazioni di anni lontani come se stessimo riguardando le puntate di una serie tv sempre disponibile. Questa accessibilità permanente impedisce alle esperienze di sedimentare e cioè di trasformarsi in qualcosa che ci attraversa, ci modifica e infine ci permette di andare avanti. Un’idea molto autopoietica della vita.

Il passato sempre presente ci impedisce di percepire il cambiamento
Questa memoria continua non ci permette più di percepire il nostro cambiamento. Un tempo crescere significava anche perdere contatto con alcune versioni di sé. Le persone cambiavano città, voce, idee, corpi, abitudini e la maggior parte di quelle trasformazioni avvenivano senza una documentazione costante pronta a ricordarti ogni giorno chi eri dieci o quindici anni prima. Oggi invece conviviamo permanentemente con le nostre tracce e questa accessibilità continua finisce per tenerci emotivamente fermi, perché quel passato rimane sempre abbastanza vicino da impedirci di sentire davvero la distanza tra chi eravamo e chi siamo diventati.
Guardiamo una foto del 2012 e non la percepiamo lontana, non perché il tempo non sia passato, ma perché quella versione di noi continua a presentarsi con la stessa intensità del presente. Il risultato è che facciamo fatica a percepire la nostra evoluzione e restiamo spesso ancorati a vecchie relazioni, ferite o paure che avrebbero dovuto lentamente deformarsi nella memoria. Nietzsche direbbe che manca la giusta distanza col passato. Se tutto rimane sempre presente, allora nulla riesce davvero a finire e, di conseguenza, diventa difficile anche ricominciare.

Il vero problema è che abbiamo smesso di scegliere
Il punto però non è certo demonizzare gli archivi digitali o suggerire di smettere di conservare fotografie. La tecnologia ci offre possibilità straordinarie; il problema nasce quando la conservazione sostituisce l’esperienza e la necessità di trattenere tutto finisce per impedirci di riconoscere gli attimi. La fotografia analogica imponeva un esercizio di discernimento: pochi scatti e ben selezionati. Si fotografava ciò che sembrava degno di essere sottratto al fluire del tempo e, proprio per questo, ogni immagine aveva un peso specifico. Oggi invece registriamo tutto indistintamente. Le immagini si equivalgono e ogni momento può essere salvato senza alcuna selezione. Ma nel momento stesso in cui tutto diventa conservabile, nulla riesce più a distinguersi. Ed è qui che si nasconde il paradosso del nostro tempo: abbiamo smesso di scegliere i momenti importanti della nostra vita e, smettendo di sceglierli, abbiamo perso anche la capacità di riconoscerli.
Ariana Scotto Lavina
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