di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
Settantotto miliardi di euro. È la cifra che l’Italia riceverà dai fondi di coesione europei nel ciclo di programmazione 2028-2034, un valore nominale sostanzialmente in linea con quello del settennato precedente. Sulla carta, dunque, nessun arretramento. Nella sostanza, come ha avuto il coraggio di segnalare pubblicamente il presidente della Regione Siciliana Renato Schifani, il rischio è quello di una contrazione reale delle risorse effettivamente disponibili per i territori, che l’inflazione accumulata in questi anni, la riclassificazione di alcune voci di spesa e una maggiore centralizzazione decisionale a Bruxelles rischiano di erodere in modo silenzioso ma significativo.
Il tema merita di essere affrontato con la serietà che la sua complessità tecnica richiede, senza scadere né nell’allarmismo né nella rassicurazione di comodo. I fondi di coesione rappresentano, da oltre due decenni, uno degli strumenti principali attraverso cui l’Unione Europea sostiene la convergenza economica tra le proprie regioni, e per il Mezzogiorno italiano hanno costituito, pur tra luci e ombre nella capacità di spesa spesso lamentata dagli stessi osservatori europei, una delle poche leve strutturali di sostegno a un tessuto produttivo che sconta storicamente svantaggi infrastrutturali e occupazionali rispetto al resto del Paese. Una contrazione reale di queste risorse, anche se mascherata da una stabilità nominale che a prima vista rassicura, rischierebbe di tradursi in un indebolimento concreto delle politiche di sviluppo territoriale proprio nelle aree che più ne hanno bisogno.
L’appello di Schifani alla massima unità delle categorie produttive per evitare questo rischio merita di essere raccolto senza distinzioni di appartenenza politica, perché la posta in gioco travalica i confini di una singola regione o di una singola maggioranza di governo. Le piccole e medie imprese del Mezzogiorno, che rappresentano una quota significativa del tessuto produttivo di quei territori, hanno beneficiato in questi anni di strumenti di sostegno agli investimenti, alla digitalizzazione e all’internazionalizzazione finanziati proprio attraverso i canali della politica di coesione europea. Una riduzione, anche solo in termini reali, di queste risorse rischierebbe di rallentare processi di modernizzazione che, seppure con i ritmi non sempre soddisfacenti che l’Italia sconta da tempo nella capacità di utilizzo dei fondi europei, hanno comunque prodotto risultati misurabili in termini di competitività delle imprese beneficiarie.
C’è poi il tema, meno visibile ma altrettanto rilevante, della maggiore centralizzazione decisionale che sembra caratterizzare l’impostazione del nuovo ciclo di programmazione. Se le decisioni sull’allocazione e sulla gestione dei fondi dovessero concentrarsi maggiormente a Bruxelles, a scapito dell’autonomia gestionale che le Regioni hanno esercitato, con risultati alterni, negli ultimi cicli di programmazione, il rischio è quello di allontanare ulteriormente i centri decisionali dalla conoscenza puntuale dei fabbisogni territoriali che solo le amministrazioni regionali e gli enti locali possono garantire. È un tema che il governo italiano dovrebbe portare con determinazione nei tavoli negoziali europei nelle prossime settimane, prima che l’impianto del nuovo ciclo si cristallizzi in una forma difficilmente modificabile.
Le imprese italiane, e in particolare quelle che operano nelle regioni destinatarie principali di questi fondi, hanno bisogno di certezze sulla dimensione reale delle risorse disponibili per pianificare i propri investimenti nei prossimi anni. La trasparenza con cui verrà chiarito il reale valore, al netto dell’inflazione e delle riclassificazioni contabili, delle risorse assegnate all’Italia per il ciclo 2028-2034 rappresenterà un primo, importante banco di prova per valutare quanto l’appello di Schifani abbia trovato ascolto nelle sedi negoziali competenti. Il tema della coesione territoriale europea, dopotutto, non riguarda soltanto gli equilibri politici tra Nord e Sud del Paese: riguarda la capacità stessa dell’Unione di dimostrare che l’integrazione economica tra le sue regioni resta un obiettivo concreto, non soltanto un principio enunciato nei trattati.
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