Stablecoin e sovranità monetaria: la nuova competizione


Di Luigi Marsero, analista di European Youth Think Tank (EYTT)

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Tra qualche anno una parte della nostra liquidità potrebbe non essere detenuta soltanto sul conto corrente. Stablecoin, token bancari, valute digitali e wallet gestiti dalle Big Tech rappresentano una trasformazione in grado di ridefinire il rapporto tra Stati, banche commerciali e centrali nella gestione della moneta. Mentre gli Stati Uniti promuovono le stablecoin come strumento per rafforzare il ruolo internazionale del dollaro, altre economie, come l’Unione Europea e la Cina, stanno seguendo strategie profondamente diverse per preservare la propria sovranità monetaria. È già iniziata una nuova competizione geopolitica, nella quale la posta in gioco non è soltanto la diffusione di nuove tecnologie finanziarie, ma il controllo della moneta del XXI secolo.

In questo contesto, le stablecoin rappresentano uno dei fenomeni più rilevanti della finanza digitale. A differenza del Bitcoin, caratterizzato da un’elevata volatilità e da una forte componente speculativa, queste criptoattività sono progettate per mantenere un valore stabile nel tempo, generalmente ancorato a una valuta tradizionale. Questa caratteristica le rende sempre più utilizzatenei pagamenti, trasferimenti internazionali e altre operazioni finanziarie.

È anche grazie a questa stabilità che, negli ultimi anni, hanno conosciuto una crescita straordinaria. Il loro valore complessivo è passato da meno di 10 miliardi di dollari sei anni fa a oltre 300 miliardi oggi e questa diffusione apre interrogativi destinati ad andare ben oltre l’innovazione tecnologica, investendo il rapporto tra potere economico e sovranità degli Stati. L’esempio più rilevante è Tether (USDT), oggi la principale stablecoin a livello mondiale. A giugno 2026 la sua capitalizzazione superava i 180 miliardi di dollari, pari a circa il 60% dell’intero mercato delle stablecoin. Numeri di questa portata dimostrano che non si tratta più di un fenomeno di nicchia riservato agli operatori del settore crypto. Le stablecoin stanno assumendo una dimensione sistemica, tanto da attirare l’attenzione di banche centrali, autorità di vigilanza e governi.

Ma in che modo questi token digitali influiscono sul sistema bancario?

Finché una criptovaluta rimane un semplice investimento, il suo impatto sul sistema monetario è limitato. Il discorso cambia quando viene utilizzata per effettuare pagamenti, conservare liquidità o trasferire ricchezza, svolgendo così le funzioni tipiche della moneta. Una stablecoin adottata da milioni di persone può infatti ridurre la domanda della valuta nazionale, influenzare i flussi finanziari internazionali e sottrarre alle banche centrali una parte delle funzioni connesse all’emissione e alla circolazione della moneta. In altre parole, una quota crescente del potere monetario rischia di spostarsi dalle istituzioni pubbliche a operatori privati, che non rispondono agli stessi meccanismi di controllo democratico e responsabilità.

In particolare, la crescente diffusione delle stablecoin può incidere sul ruolo svolto dalle banche commerciali nell’economia. Pur essendo soggetti privati, queste ultime operano all’interno di un’infrastruttura pubblica composta da banche centrali, autorità di vigilanza, sistemi di garanzia dei depositi e regole prudenziali. Attraverso la raccolta dei depositi convogliano il risparmio delle famiglie verso il finanziamento di imprese, investimenti produttivi e acquisto di abitazioni, sostenendo così la crescita economica.Tuttavia, quando un cittadino converte euro o altre valute in USDT, la liquidità non rimane necessariamente nel circuito dell’intermediazione bancaria del Paese in cui vive, ma confluisce presso l’emittente della stablecoin, che la investe secondo una propria strategia finanziaria. Dal punto di vista macroeconomico, ciò significa che una quota di risparmio può uscire dal circuito nazionale dell’intermediazione bancaria senza tradursi in nuovi prestiti a famiglie e imprese. Questo potrebbe aumentare il costo della raccolta per le banche, ridurne la capacità di concedere credito e, di conseguenza, comprimere gli investimenti e la produzione nell’economia reale.

Inoltre, il report Stablecoins 2030 del Citi Institute Global Perspectives & Solutions evidenzia come una delle principali minacce per il sistema bancario sia rappresentata dalla disintermediazione, ossia dalla progressiva perdita del ruolo delle banche come principali intermediari nella raccolta del risparmio e nell’offerta di servizi. Un precedente significativo è rappresentato dalla diffusione dei Money Market Funds, fondi comuni che investono prevalentemente in attività finanziarie a breve termine e a basso rischio, offrendo ai risparmiatori un’alternativa per la gestione della liquidità ai tradizionali conti bancari. Negli Stati Uniti, tra il 1980 e il 1991, la quota dei depositi sul totale delle attività finanziarie delle famiglie è scesa dal 23,8% al 18,8%, mentre quella dei fondi monetari è aumentata dall’1,8% al 7,8%. Secondo la multinazionale americana Citi, le stablecoin potrebbero innescare una dinamica analoga, offrendo a famiglie e imprese un nuovo strumento per detenere liquidità al di fuori del sistema bancario tradizionale.

La società di consulenza statunitense Oliver Wyman in “Will Stablecoins Disrupt the Banking System?” afferma che il rischio più immediato per le banche non è tanto la disintermediazione, quanto la progressiva frammentazione del sistema finanziario. Se oggi risparmiatori e aziende gestiscono la propria liquidità prevalentemente attraverso il conto corrente e gli strumenti di pagamento tradizionali, in futuro essa potrebbe distribuirsi tra una pluralità di strumenti, tra cui stablecoin, token bancari, fondi monetari tokenizzati, valute digitali delle banche centrali (CBDC) e wallet gestiti dalle Big Tech. La liquidità finirebbe così per frammentarsi tra molteplici infrastrutture, ridimensionando il ruolo svolto dal conto corrente come principale punto di accesso al sistema finanziario.

Oliver Wyman invita tuttavia a evitare letture eccessivamente allarmistiche. Nello stesso articolo, osserva infatti che, anche nello scenario più ottimistico elaborato da Citigroup, nel quale la capitalizzazione delle stablecoin raggiungesse i 4.000 miliardi di dollari entro il 2030, esse rappresenterebbero comunque una quota modesta rispetto agli oltre 72.000 miliardi di dollari di depositi bancari commerciali previsti a livello globale (esclusa la Cina).

Le conseguenze delle stablecoin, tuttavia, non si fermano al sistema bancario. Se questi strumenti sono in grado di modificare il funzionamento dell’intermediazione finanziaria, quali potrebbero essere gli effetti sulla sovranità monetaria degli Stati e sugli equilibri geopolitici internazionali?

Oggi il mercato delle stablecoin è quasi interamente dominato da strumenti in dollari statunitensi che rappresentano circa il 99% dell’offerta in circolazione. Si tratta di una configurazione che produce un vantaggio diretto per gli Stati Uniti in quanto, con l’aumentare della diffusione di questi asset, gli emittenti incrementano gli acquisti di debito pubblico statunitense, sostenendo la domanda di Treasury securities e, più in generale, rafforzando il ruolo internazionale del dollaro. L’impatto non è soltanto teorico. Alcune stime indicano che un aumento di circa 3,5 miliardi di dollari nell’offerta di stablecoin è associato, nell’arco di due settimane, a una riduzione fino a 5 punti base del rendimento dei Treasury Bills a tre mesi. Ciò suggerisce che la crescente domanda di riserve da parte degli emittenti potrebbe contribuire, almeno in parte, a ridurre il costo di finanziamento del debito pubblico statunitense.

Non sorprende, quindi, che gli Stati Uniti abbiano scelto di favorire lo sviluppo di questo mercato. Con l’Executive Order del gennaio 2025, l’amministrazione Trump ha vietato alle agenzie federali di sviluppare o promuovere una Central Bank Digital Currency (CBDC), richiamando i possibili rischi per la privacy dei cittadini, la stabilità del sistema finanziario e la libertà economica.

Parallelamente, il Congresso ha approvato un quadro normativo favorevole alle stablecoin attraverso il GENIUS Act, imponendo agli emittenti l’obbligo di detenere riserve costituite prevalentemente da dollari e titoli del Tesoro statunitensi. In questo modo, la diffusione delle stablecoin diventa anche uno strumento di politica economica e geopolitica, capace di rafforzare il primato internazionale del dollaro attraverso operatori privati anziché direttamente attraverso la banca centrale.

Tuttavia, la circolazione di stablecoin ancorate a valute estere può ridurre l’efficacia della politica monetaria dei Paesi in cui vengono utilizzate. Se famiglie e imprese iniziano a risparmiare, effettuare pagamenti o persino fissare i prezzi in una stablecoin denominata in dollari, la banca centrale nazionale può continuare a modificare i tassi d’interesse, ma una parte crescente dell’economia finirà per rispondere alle condizioni monetarie statunitensi anziché a quelle domestiche.

Il rischio è particolarmente elevato nelle economie caratterizzate da inflazione persistente, instabilità valutaria o restrizioni ai movimenti di capitale. In questi contesti, ricorrere alle stablecoin può rappresentare una scelta razionale per il singolo individuo, ma, sul piano collettivo, favorire una progressiva erosione della sovranità monetaria. Esiste infatti il rischio di una dinamica autoalimentata: proprio i Paesi più vulnerabili alla sostituzione della valuta nazionale con strumenti digitali sono spesso quelli che dispongono di minori strumenti per contrastarla. A differenza della tradizionale dollarizzazione, che si sviluppa attraverso il sistema bancario ed è almeno in parte osservabile dalle autorità di vigilanza, quella alimentata dalle stablecoin può diffondersi attraverso canali più difficili da monitorare. Il rischio è che questa dipendenza si consolidi prima ancora che i decisori pubblici riescano a intervenire efficacemente.

Questa sfida, tuttavia, non riguarda soltanto le economie emergenti o in difficoltà. Anche l’Europa osserva con crescente attenzione la diffusione delle stablecoin, sebbene per ragioni in parte diverse. Il problema principale non è tanto il rischio di sostituzione dell’euro quanto la forte dipendenza da infrastrutture di pagamento controllate da operatori extraeuropei. Secondo la Banca centrale europea, nel 2022 circa il 61% delle transazioni con carta nell’Eurozona è stato elaborato attraverso circuiti internazionali e tredici Paesi membri non disponevano più di uno schema nazionale di pagamento.

È anche in questo contesto che si colloca il progetto dell’euro digitale. Più che una risposta alle criptovalute, esso può essere interpretato come un’infrastruttura pubblica europea pensata per ridurre la frammentazione del mercato dei pagamenti e rafforzare l’autonomia strategica dell’Unione. L’obiettivo non sarebbe sostituire banche e strumenti di pagamento privati, ma offrire una base comune e sicura sulla quale possano operare intermediari regolati e fornitori europei di servizi di pagamento. Per questo motivo, la BCE sostiene che l’euro digitale contribuirebbe a preservare il ruolo della moneta pubblica nell’economia digitale e a garantire ai cittadini un mezzo di pagamento europeo, sicuro e universalmente accettato.

Infine, la Cina ha imboccato una strada profondamente diversa. A differenza degli Stati Uniti, che hanno favorito lo sviluppo delle stablecoin private, e dell’Europa, che punta sull’euro digitale come complemento al sistema dei pagamenti, Pechino ha limitato l’utilizzo delle criptovalute private e sviluppato lo yuan digitale come unica rappresentazione digitale della valuta nazionale. Nel 2026 le autorità cinesi hanno inoltre rafforzato le restrizioni nei confronti delle stablecoin non autorizzate denominate in renminbi, ribadendo che soltanto la banca centrale può emettere moneta digitale nazionale.

Pur suscitando interrogativi in termini di privacy, sorveglianza e controllo statale, il modello cinese mette in evidenza un principio che sta emergendo con sempre maggiore chiarezza anche nelle economie occidentali: nell’era digitale la sovranità monetaria non dipende più soltanto dalla capacità di emettere moneta, ma anche dal controllo delle infrastrutture attraverso cui essa viene emessa, trasferita e utilizzata.

Tuttavia, come evidenzia il report di Citi, nonostante la crescente diffusione di stablecoin denominate in valute locali e digitali delle banche centrali, il dollaro è destinato a rimanere la principale valuta di riferimento del settore. Il suo ruolo dominante nel commercio e nella finanza internazionale continuerà infatti a sostenere la domanda di USD stablecoin, che con ogni probabilità resteranno il fulcro dell’ecosistema globale.

La questione centrale non è quindi impedire il rafforzamento del ruolo internazionale del dollaro, ma evitare che esso si traduca in una progressiva perdita di controllo sulla gestione del risparmio, dei pagamenti e degli investimenti europei. La vera sfida sarà quindi preservare uno spazio di autonomia monetaria in un sistema finanziario sempre più digitale e americanocentrico.

 European Youth Think Tank

European Youth Think Tank (EYTT) è un’organizzazione no profit che riunisce giovani ricercatori e studiosi provenienti da diversi ambiti disciplinari, dall’economia alle relazioni internazionali, dalle scienze sociali alle discipline STEM. Il nostro obiettivo è creare un ambiente interdisciplinare in cui i giovani possano collaborare a progetti concreti di ricerca e sviluppare competenze utili per il mondo accademico e professionale.

Autori

Luigi Capoani è economista, ricercatore e docente di Economia Internazionale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Economia presso l’Università di Salerno attraverso un percorso internazionale svolto in collaborazione con l’Università di Birmingham. È fondatore e presidente dell’European Youth Think Tank (EYTT), una piattaforma indipendente e senza scopo di lucro che connette giovani ricercatori europei e promuove progetti interdisciplinari orientati alla pubblicazione scientifica internazionale.

Luigi Marsero è analista presso l’European Youth Think Tank (EYTT) e si occupa di mercati finanziari, finanziamento dell’innovazione e politiche per la competitività. I suoi interessi di ricerca includono inoltre l’economia della cultura, mercato dell’arte e impatto della valorizzazione del patrimonio artistico sullo sviluppo e sull’attrattività dei territori.

 


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