BOLOGNA/COSENZA: STESSA TRAGEDIA, STESSO FALLIMENTO
DUE CITTÀ, DUE MORTI, UN SOLO FALLIMENTO: LO STATO CHE NON SA ASCOLTARE IL DOLORE – QUANDO LE DIVISE DIMENTICANO CHE DIETRO UN VERBALE C’È UNA PERSONA
C’è qualcosa di profondamente sbagliato in un Paese che riesce a distinguere un infarto da un ictus, ma continua a non riconoscere la disperazione. C’è qualcosa di osceno in uno Stato che dispone di protocolli, linee guida e procedure operative che sembrano perfette sulla carta e che, troppo spesso, si sgretolano nel momento esatto in cui incontrano un essere umano fragile.
A Bologna un uomo è morto dopo un intervento di polizia. A Cosenza un ragazzo di ventidue anni, affetto da una grave depressione secondo quanto riferito dai familiari, si è lanciato dal balcone della propria abitazione durante un’attività dei Carabinieri. Le indagini dovranno accertare ogni eventuale responsabilità individuale e nessuno ha il diritto di anticipare il lavoro della magistratura. C’è però una responsabilità che appartiene già a tutti e che non necessita di una sentenza per essere riconosciuta. È il fallimento di un sistema che continua a guardare la fragilità mentale con gli occhi sbagliati.
IL PROBLEMA NON SONO LE DIVISE. IL PROBLEMA È COSA C’È DIETRO LE DIVISE – Questo non è un articolo contro la Polizia o contro i Carabinieri. È molto peggio. È un articolo contro l’indifferenza istituzionale. Perché il problema non è il colore di una divisa. Il problema nasce quando una persona in evidente stato di sofferenza psichica viene trasformata esclusivamente in un problema di ordine pubblico, in un arrestato, in un detenuto ai domiciliari, in un soggetto agitato o in un fascicolo da chiudere il più rapidamente possibile. La legge italiana parla chiarissimo. I protocolli parlano chiarissimo. Le linee guida parlano chiarissimo. Un soggetto psichiatrico, un paziente seguito dai Centri di Salute Mentale o una persona affetta da una grave depressione devono essere considerati innanzitutto pazienti. Soltanto dopo vengono tutte le altre qualificazioni giuridiche e procedurali. Eppure accade troppo spesso il contrario. Prima si vede il problema e poi, forse, si vede la persona.
COSA DICE LA NORMATIVA – La normativa italiana e i protocolli operativi regionali sono abbastanza chiari su un punto: una persona affetta da un disturbo psichiatrico, seguita dal CSM (Centro di Salute Mentale) o affetta da una grave depressione non deve essere trattata come un criminale, ma innanzitutto come un paziente. Quando le forze dell’ordine intervengono, il loro ruolo principale è quello di garantire la sicurezza della persona, dei familiari e degli operatori sanitari. L’intervento dovrebbe essere multidisciplinare, coinvolgendo il 118 e, quando necessario, il Dipartimento di Salute Mentale. La coercizione fisica costituisce l’extrema ratio e deve essere limitata ai casi in cui esista un pericolo concreto e attuale per l’incolumità propria o altrui.
Le linee guida e i protocolli locali in materia di ASO (Accertamento Sanitario Obbligatorio), TSO e comunque quando si ha a che fare con una persona mentalmente fragile, prevedono che si debba:
> privilegiare il dialogo e la de-escalation verbale;
> ridurre al minimo gli stimoli ambientali che possano aumentare lo stato di agitazione;
> evitare atteggiamenti intimidatori, provocatori o inutilmente autoritari;
> consentire, quando possibile, la presenza di familiari o persone di fiducia che possano favorire la collaborazione del paziente;
> coinvolgere tempestivamente il personale sanitario competente;
> utilizzare misure coercitive soltanto quando strettamente indispensabili e proporzionate al rischio concreto presente.
Polizia e Carabinieri hanno invece funzioni di garanzia della sicurezza e di supporto all’esecuzione dei provvedimenti eventualmente disposti dall’autorità sanitaria.
A BOLOGNA SI È PERSA LA CENTRALITÀ DELLA PERSONA – La magistratura dovrà stabilire se siano stati commessi errori, omissioni o altro. Quello che possiamo già affermare è che un uomo che lamenta difficoltà respiratorie durante un intervento non può mai trasformarsi in un semplice rumore di fondo. La sofferenza non è un dettaglio operativo. Quando una persona manifesta un evidente stato di alterazione psico-fisica non bastano la forza e le procedure di contenimento. Servono prudenza, valutazioni sanitarie adeguate e la capacità di comprendere che, qualche volta, la differenza tra la vita e la morte si misura in pochi secondi e in poche decisioni. Le divise hanno il dovere di garantire la sicurezza. I sanitari hanno il dovere di garantire la tutela della salute. Quando questi due mondi smettono di dialogare tra loro, chi paga il prezzo più alto è sempre il più fragile.
A COSENZA SI È DIMENTICATO CHE LA DEPRESSIONE UCCIDE – La depressione non è malinconia. Non è tristezza. Non è una giornata storta. La depressione grave è una malattia che può trasformare una parola, uno sguardo o una situazione di particolare stress in una tragedia. Questo avrebbero dovuto insegnarci decenni di psichiatria moderna e la lezione straordinaria lasciataci da Franco Basaglia. Un ragazzo gravemente depresso non smette di essere un paziente perché si trova agli arresti domiciliari. Un detenuto ai domiciliari non smette di essere una persona vulnerabile soltanto perché deve essere sottoposto ad una legittima attività investigativa. La fragilità non va in pausa davanti ad un decreto dell’autorità giudiziaria. Ed è forse proprio questo l’aspetto più inquietante dell’intera vicenda. Ci siamo soffermati sulle procedure, sugli orari, sulle responsabilità individuali e sugli aspetti investigativi dimenticando che al centro della storia c’era un ragazzo di ventidue anni che stava già combattendo una battaglia enorme contro sé stesso. La domanda che dovremmo porci è devastantemente semplice. Qualcuno, in quei drammatici momenti, ha guardato Mohamed Amin vedendo prima di tutto la sua sofferenza?
LA SALUTE MENTALE È LA GRANDE SCONFITTA DELLE ISTITUZIONI – L’Italia continua ad affrontare le emergenze psichiatriche come se fossero un fastidioso incidente di percorso tra una procedura e l’altra. Abbiamo protocolli per tutto, ma continuiamo a morire di solitudine istituzionale. Ci riempiamo la bocca con la parola inclusione e poi finanziamo sempre meno la salute mentale. Organizziamo convegni e celebrazioni una volta all’anno, salvo dimenticarci che dietro ogni diagnosi psichiatrica esistono famiglie terrorizzate, operatori sanitari lasciati troppo spesso da soli e persone che combattono quotidianamente contro demoni invisibili. Il vero scandalo non è soltanto quello che potrebbe essere accaduto a Bologna o a Cosenza. Il vero scandalo è che continuiamo a stupirci ogni volta che accade.
NON CHIAMATELE FATALITÀ – La parola fatalità è diventata il rifugio preferito delle nostre coscienze. È una parola comodissima. Assolve tutti senza processare nessuno. Noi non sappiamo cosa accerteranno le indagini. Sappiamo però cosa dicono la medicina, la legge e i protocolli operativi. Dicono che davanti ad una persona fragile occorrono prudenza, de-escalation, sensibilità, formazione e l’immediata consapevolezza che la sofferenza mentale non è mai un elemento secondario. Se una persona sta precipitando nel proprio dolore, non è il momento della fretta. È il momento dell’ascolto.
DUE MORTI CHE DEVONO FARCI VERGOGNARE – Bologna e Cosenza non sono soltanto due pagine di cronaca. Sono due specchi che ci stanno restituendo l’immagine di un Paese ancora incapace di riconoscere la fragilità quando questa indossa il volto della sofferenza psichica. La politica non osi utilizzare queste tragedie come munizioni ideologiche. Le istituzioni non si rifugino dietro il rassicurante slogan del “abbiamo fatto tutto ciò che era previsto“. E nessuno si permetta di liquidare queste morti come semplici fatalità.
Quando una persona fragile incontra lo Stato, quest’ultimo ha il dovere di essere infinitamente più prudente, infinitamente più umano e infinitamente più preparato. Perché un uomo che chiede aiuto non è un problema da risolvere. Un ragazzo gravemente depresso non è un fascicolo giudiziario. Sono persone. Ed è forse questa la più clamorosa delle sconfitte che Bologna e Cosenza ci stanno sbattendo in faccia. Nel momento in cui avrebbero avuto più bisogno di essere considerate persone, sono finite per essere considerate soprattutto altro. Per uno Stato civile questa non è una sconfitta qualsiasi. È la peggiore di tutte.
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