Azzardo, chiamarlo “gioco” è pura propaganda. Ma lo Stato continua a fare il biscazziere


Cè un filo rosso che unisce tante famiglie che fanno fatica a pagare il mutuo o l’affitto, e persino le bollette, a fine mese; tante coppie che si separano; tanti giovani che hanno problemi a scuola; tanti anziani che rinunciano alle cure sanitarie, perché la pensione non basta; tanti professionisti che perdono il lavoro. Questo filo rosso si chiama: gioco d’azzardo. Eppure rimane ancora invisibile. 

«La politica spesso si misura sui grandi temi identitari. L’azzardo non fa rumore allo stesso modo. Non divide in modo spettacolare. Ma incide lentamente». Così Stefano Vaccari, deputato del Partito Democratico e capogruppo nella Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e altri illeciti ambientali e agroalimentari, in Non è un gioco, è azzardo. Molto più di un libro. Un invito alla consapevolezza, a una scelta ben precisa e all’azione collettiva. Non è un gioco, è azzardo è davvero uno strumento, chiaro e accessibile, che oggi abbiamo a disposizione tutti, perché ormai nessuno può dirsi neutrale nei confronti del fenomeno. Non possiamo infatti più ignorare che riguarda la salute pubblica. 

Lei ha cominciato l’attività politica proprio negli anni in cui lo Stato ha iniziato ad allargare sempre più le maglie della tolleranza verso quello che il nostro codice penale definisce illegale…


Sì, praticamente uno Stato biscazziere…Nel 1993 sono diventato assessore alla Cultura e alle Politiche giovanili del comune di Nonantola in provincia di Modena e poi sono stato sindaco dal 1995 al 2004. Durante quelle due legislature ricevevo i cittadini i giovedì e i sabato mattina. In particolare c’era un uomo, molto più anziano di me – sono stato eletto sindaco a 28 anni – che mi parlava delle sue difficoltà di indebitamento, causate dalle continue perdite al ‘gioco’. Chiedeva aiuto economico e un supporto da parte dei servizi sociali. Allora questa tipologia di casi si verificava saltuariamente, eppure erano le prime inesorabili avvisaglie di quello che vediamo oggi, a causa della legalizzazione e del conseguente aumento esponenziale dell’offerta di gioco. Quando poi sono diventato assessore provinciale per qualche anno ho seguito meno direttamente il tema dell’azzardo, anche se non l’ho mai dimenticato.

Come mai questa attenzione?

Avevo capito che l’azzardo avrebbe impattato in modo devastante sulle famiglie e ne sono sempre stato preoccupato, anche perché come amministratori del bene pubblico avevamo le armi spuntate.

In che senso?

Nel senso che mancava tutto l’aspetto della prevenzione. E poi c’è sempre stato il grosso scoglio della comunicazione istituzionale che avvallava, e avvalla tutt’ora, la favoletta del gioco legale che fa da baluardo a quello illegale. Falso. Eppure questa narrazione rendeva e rende difficile da contrastare il dilagare dell’azzardo, anche sul piano della comunicazione e, mi permetta di dire, della propaganda.

Questa sua continua attenzione al tema azzardo è stata influenzata anche da esperienze personali?

Durante gli anni del mio assessorato in Provincia ho saputo di un amico con cui giocavo a calcio da ragazzo che era diventato dipendente dall’azzardo. È una delle testimonianze che ho raccolto nel libro. 

Poi entra in Commissione Antimafia…

C’era appena stata l’inchiesta giornalistica di Giovanni Tizian della Gazzetta di Modena sul controllo della cosca locale sul comparto dell’azzardo. Erano gli anni 2012-2013. Il gancio era stato il soggiorno obbligato a Ravenna di Nicola Femia, ‘ndranghetista calabrese, che da lì gestiva un ampio traffico di slot machine truccate, coinvolgendo alcuni circoli Arci della mia provincia. Il traffico illegale trovava “gioco” facile quando un circolo Arci faticava ad arrivare alla fine mese con le entrate ordinarie. L’inchiesta giornalistica di Nicola Femìa diventò poi l’inchiesta giudiziaria Black Monkey e, a quel punto, il collega Franco Mirabelli, allora capogruppo della Commissione Parlamentare Antimafia, e Rosy, Bindi, presidente della Commissione, mi chiesero di coordinare e presiedere il comitato che si occupava di approfondire proprio i legami tra la criminalità organizzata e l’azzardo, legalizzato e illegale.

Nella prefazione del libro Non è un gioco, è azzardo il cardinale Zuppi scrive che l’azzardo è una «questione antropologica». Cosa vuol dire?

Il rapporto dell’uomo con l’azzardo è antico e, pur subendo evoluzioni nel corso dei secoli, è sempre stato parte della nostra attività ludica ed economica. 

Quindi il proibizionismo non serve?

Per questo sono antiproibizionista da sempre e, proprio per questo, credo che l’unica possibilità per ridurre il danno alle persone sia ridurre l’offerta, dato che non potrà mai essere eliminata. 

Cosa risponde a chi dice che una drastica riduzione sarebbe una limitazione della libertà economica?

Che non ha senso. Si tratta piuttosto di una vera e propria politica di riduzione del danno. Quando si è deciso di legalizzare l’azzardo, il presupposto era contrastare le organizzazioni criminali. Ma questa politica si è trasformata in una palla di neve che rotola, rotola e intanto si ingrossa e va sempre più veloce. Come se non bastasse, nei primi 12 anni circa del processo di legalizzazione non si è mai messa mano a una riforma organica che desse regole e limitasse l’espansione del fenomeno. E così siamo andati fuori controllo. 

Oltre alla riduzione dell’offerta di gioco, quali sono le soluzioni per non rimanere sepolti dalla valanga di neve?

Anzitutto la riduzione dell’esposizione, soprattutto per i giovani e i più fragili, quindi la tracciabilità totale dei flussi finanziari con controlli tecnologici avanzati che implica anche l’accesso completo ai dati. Poi la responsabilizzazione dei concessionari anche sul piano sociale. Serve perciò una cornice normativa nazionale organica, ma serve anche un coordinamento europeo più efficace. Perché l’azzardo online non conosce frontiere. 

Quanto pesano le lobby dell’azzardo nel porre un vero argine?

A parole tutti abbiamo a cuore la salute delle persone. Ma quando scendi nel merito, quando guardi davvero cosa pregiudica quella salute, allora cominciano i “se”, i “ma”, i “però”. La difficoltà sta qui: bisogna affrontare il tema con una consapevolezza precisa. 

Quale?

Non si può usare unicamente la logica della difesa del gettito fiscale dello Stato, perché, se seguiamo questa strada, non ne usciamo più. Quando si affronta un tema soltanto da un punto di vista, senza vederne la complessità, è molto più facile che chi detiene il potere economico del settore condizioni le scelte. L’Italia ha sviluppato il comparto dell’azzardo con grande capacità tecnologica e di software. Ma se guardiamo i grandi concessionari, oggi, non ce n’è uno italiano. Sono tutte multinazionali. E se si andrà davvero in fondo con la riforma del gioco fisico, cosa di cui dubito, queste aziende metteranno in ginocchio le piccole e medie imprese italiane. La soglia di accesso al mercato infatti è altissima, tarata proprio su aziende come Lottomatica.

Eppure, dopo a legge per il riordino del gioco online, l’offerta di azzardo digitale è aumentata del 180%. Come è possibile?

Con questa riforma del gioco online sono state messe a gara nuove concessioni e ovviamente dentro ogni singola concessione ci sono numerose possibilità di nuovi giochi online. Quindi l’offerta aumenta ancora e ancora. Parallelamente si è riorganizzata anche la criminalità organizzata, mettendo anch’essa a disposizione nuove offerte di gioco con bonus, loot box ecc. per stare al passo. C’è poi un fenomeno che in pochi riportano: molti siti con in home page immagini di slot machine in realtà sono siti porno. Clicchi, pensando di entrare in un casinò online, e invece sei in tutt’altro ambiente. È significativo il fatto che un mercato come il porno abbia capito quanto l’azzardo sia un settore da cui attingere a piene mani.

Perché è così difficile avere tutti i numeri del settore in chiaro e aggiornati dall’Agenzia del Monopoli (Adm) che gestisce il comparto legalizzato?

Abbiamo ottenuto l’accesso ai dati pubblici con un emendamento al decreto fiscale che il Governo ha accettato, ma il primo anno dopo l’approvazione della delega fiscale i dati non sono arrivati. Il Terzo settore li chiede, noi non capiamo perché li neghino. Allora facciamo un’interrogazione parlamentare nel 2024 sui dati 2023. Alla fine li otteniamo. L’anno dopo… la stessa storia. Poi, il 13 maggio 2025, il direttore di Adm emette una circolare, in cui si legge che le previsioni della delega fiscale non si possono attuare con la trasparenza prevista per ragioni di “privacy degli operatori”. Da quel momento la situazione peggiora. Facciamo di nuovo un’interrogazione parlamentare. Ci danno dati del Libro Blu, ma non sono quelli giusti. Insistiamo e qualche mese dopo otteniamo quelli corretti. Però siamo ancora indietro, visto che sono i numeri del 2023. Ci mancano 2 anni.

Possiamo dire che si tratta di un comportamento incostituzionale?

Certo, è incostituzionale. Questi dati riguardano la salute pubblica. Non sono dati privati delle imprese; anche se le aziende li hanno e li gestiscono come vogliono. Non si capisce perché lo Stato non possa metterli a disposizione delle realtà che operano effettivamente sul territorio, dove l’impatto dell’azzardo è maggiore. Comuni, Terzo settore: sono loro che anzitutto hanno bisogno di questi numeri per agire.

Servirebbe un bilancio sociale sull’azzardo?

Assolutamente sì. L’ho chiesto più volte. Per capire il reale impatto dell’azzardo, bisogna fare un bilancio sociale serio. Servono numeri precisi, non stime sia dallo Stato che dalle aziende del settore. Rendiamoci conto che questi dati riguardano le condizioni economiche delle persone.

E sulla compartecipazione al gettito delle Regioni, anche alla luce della approvazione delle intese con Veneto, Lombardia, Liguria e Piemonte sull’autonomia differenziata?

Una vergogna. Le Regioni sono partite con una richiesta legittima allo Stato, ossia di compartecipare a tutti i gettiti fiscali che abbiano una ricaduta sul territorio. Peccato che si sono dimenticate e di dire: tranne quello dell’azzardo! Secondo me questo è un errore politico, culturale ed etico, perché non puoi andare dai cittadini a dire che fai le politiche di prevenzione e di cura, quando prendi i soldi dall’azzardo. È un’incoerenza intollerabile.

Azzardo e democrazia sono compatibili?


No. Le offerte d’azzardo vengono vissute come scorciatoie personali per un riscatto prima economico, poi di conseguenza, sociale. 

In che senso?

È una scorciatoia che ha a che fare con il fatto che non scegli più i percorsi che la democrazia di questo Paese ti offre, ossia costruirti un futuro attraverso la formazione scolastica, universitaria, professionale; attraverso il lavoro, la dignità del lavoro, un proprio percorso d’impresa… Perché l’azzardo ti dice che al contrario puoi anche non fare niente nella vita, tanto c’è la lotteria che, se vinci, ti dà migliaia di euro al mese per un certo numero di anni. Nel mio Comune conosco una famiglia che ha vinto a una lotteria istantanea di questo tipo: avevano un’azienda, l’hanno venduta, non lavorano più e vanno in giro per il mondo. Quando la scorciatoia diventa questa, tutto il resto – la partecipazione civica, l’attività politica e sindacale, il voto stesso – non conta più niente, o conta molto meno, perché non è più concepito come uno strumento per emanciparti, per contare nella vita pubblica, per costruire e rendere viva la democrazia. Non a caso, a questo atteggiamento si legano altri fattori, come le disuguaglianze: più aumentano e più si allarga la distanza tra le persone e gli strumenti di partecipazione. E il voto diventa un problema serio.

Un podcast per comprendere le radici delle disuguaglianze italiane e interrogarsi su come ridurre i divari che attraversano le nostre comunità. Tra patrimoni che crescono e redditi che ristagnano, tra chi eredita opportunità e chi eredita svantaggi.

Il ministro dello Sport Andrea Abodi ha parlato di “diritto alla scommessa” mentre calciatori come Baggio e Cannavaro fanno da testimonial per le aziende di scommesse. Cosa ne pensa?”


Il punto è questo: si arriva a giustificare calciatori di Serie A che scommettono in modo illegale sulle partite in cui giocano. Lo sanno benissimo che è illegale e lo fanno attraverso faccendieri che prendono i loro soldi promettendo di farli rendere ancora di più. Ma l’opinione pubblica pensa: «Poverini, non lo sapevano». Siamo arrivati a questo livello.

Come mai?


Io sono cresciuto con la schedina del Totocalcio che richiedeva di conoscere il campionato, le squadre, di fare previsioni sul risultato… Certo, c’erano i faccendieri anche dietro il Totocalcio, ma era un’altra cosa, impensabile da immaginare oggi, perché adesso si scommette sul fallo laterale, sulla sostituzione, su chi prende un cartellino giallo o rosso… È troppo! Siamo arrivati a livelli di esasperazione della scommessa, allo scopo di strappare quanti più soldi possibili dalle tasche degli italiani. 

Cosa auspica possiamo fare da subito tutti noi?

Quello che scrive Filippo Torrigiani, consulente della Commissione Parlamentare Antimafia, nell’appendice sui dati in Non è un gioco, è azzardo, ossia cominciare davvero a «discernere ciò che è sostenibile da ciò che non lo è», perché solo questa «appare l’unica via percorribile in grado di restituire senso e dignità al concetto di bene comune».

Foto in apertura di Randy Fath su Unsplash

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 Stefano Arduini

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