Altro che individualismo. Secondo i dati Istat del 2024 su Aiuti dati, ricevuti e reti di solidarietà, appena diffusi, in Italia la solidarietà informale è aumentata. La quota di persone maggiorenni che danno almeno un tipo di aiuto a individui non coabitanti è aumentata in maniera significativa fra il 1998 e il 2024: dal 22,8% è passata al 32,4%, senza considerare gli aiuti digitali e quelli sotto forma di cibo, vestiario e simili, che alla fine del secolo scorso non venivano calcolati. Includendo anche queste due categorie, la percentuale sale al 36,2%.
Sono aumentati anche il numero di aiuti prestati, passati da 1,7 a 1,9. La maggior parte di chi si mette a disposizione lo fa in autonomia (65,4%), mentre il 24,1% condivide l’attività con gli altri e l’8,2% opera nell’ambito del volontariato. I caregiver sono un quarto degli over 18 che vivono in Italia: il 24,9%.
«Questi dati dimostrano che la struttura fondamentale del welfare nel nostro Paese si basa ancora in larga parte sull’impegno dei singoli e sulle famiglie», commenta Fabio Ferrucci, professore di Sociologia dei processi all’università del Molise e co-curatore della recente pubblicazione Dal caregiver al caregiving. Relazioni di cura, capitale sociale e politiche di welfare (EDUCatt – Università Cattolica).
Qual è il motivo dell’aumento nelle reti informali di aiuto? È semplicemente legato all’aumento di persone anziane – che hanno mediamente maggior bisogno di sostegno – oppure c’è di più?
Ci sono una pluralità di fattori che spiegano questo incremento, che è decisamente consistente. C’è la struttura demografica della popolazione, che fa salire i bisogni, in special modo quelli di chi è più anziano, che spesso in Italia vive da solo. Collegherei però questo dato anche alla difficoltà del nostro sistema di welfare di farsi carico delle crescenti necessità. Questo non fa altro che portare sempre più in evidenza uno dei pilastri portanti della solidarietà del nostro Paese, le reti informali. Lo dico anche in riferimento ai caregiver familiari, a chi presta cura a un proprio caro, a una persona anziana o in condizione disabilità, ai bambini, ai nipoti.
Uno dei pilastri portanti della solidarietà nel nostro Paese sono le reti informali
Fabio Ferrucci, professore di Sociologia dei processi all’università del Molise
Le modalità di aiuto prevalenti, secondo l’Istat, sono la compagnia, l’accompagnamento e l’ospitalità, col 29,8%. Poi c’è il supporto digitale, col 23,8%.
Il dato sulla compagnia è un indicatore della condizione di solitudine in cui vivono soprattutto le persone anziane del nostro Paese. È un dato strutturale, le famiglie hanno un numero di componenti più basso rispetto al passato, perché i figli sono soggetti a una mobilità maggiore sul territorio nazionale, legata al lavoro. L’altro dato interessante è il supporto che i giovani forniscono alle persone anziane nell’utilizzo dei device digitali e di internet. Questo elemento deve farci riflettere per due motivi.
Quali?
A fornire questo aiuto sono soprattutto giovani. In generale, il numero dei giovani coinvolti nel fornire aiuto e nel ruolo di caregiver va in controtendenza rispetto alla narrazione che li vorrebbe disinteressati. I giovani invece si impegnano e lo fanno a favore degli altri, sia all’interno della famiglia che nelle reti amicali. Se hanno delle competenze e delle conoscenze le mettono a disposizione. L’altro elemento di riflessione riguarda il digital divide nel nostro Paese, le cui vittime sono soprattutto le persone anziane. Oggi la maggior parte dei servizi – penso alle poste, alle banche, ma anche all’accesso al socio-sanitario – è mediato dalle nuove tecnologie. C’è una parte consistente della popolazione che non ha le competenze necessarie per accedervi.
Il numero di giovani coinvolti nel fornire aiuto e nel ruolo di caregiver va in controtendenza rispetto alla narrazione che li vorrebbe disinteressati. I giovani, invece, si impegnano e lo fanno a favore degli altri, sia all’interno della famiglia che nelle reti amicali
Un altro dato interessante è quello legato alle modalità di aiuto. La maggior parte delle persone lo fa in autonomia, il 24,1% lo fa collaborando con altri, mentre circa l’8% lo fa all’interno di attività di volontariato.
Questo dato dimostra che di solito i caregiver aiutano in autonomia, poi c’è una percentuale tra il 20 e il 25%, a seconda delle aree territoriali, che lo fa assieme ad altri. Questo, unito al tempo che le persone spendono nel sostegno ad altri, che per un terzo della popolazione va oltre le 20 ore alla settimana, ci dovrebbe far riflettere sul fatto che molto spesso chi offre il proprio aiuto si trova solo a sostenere questo impegno. Anche nella ricerca che abbiamo realizzato assieme ai colleghi dell’università Cattolica e dell’università di Verona il tema emerge in maniera eclatante: chi aiuta le persone che aiutano?
Impotenza è la cifra del nostro tempo, ma in Italia ci sono 4,7 milioni di persone che si spendono per gli altri.
Qual è il senso di questo impegno? Le risposte all’interno del magazine ‘‘Volontario, perché lo fai?”

Da questo punto di vista il nostro sistema di welfare si trova un po’ in difficoltà. Il fatto che poi le attività vengano svolte in maniera isolata e molto meno frequentemente all’interno di associazioni di volontariato o in forme organizzative di Terzo settore conferma un altro elemento del nostro studio. Le reti di aiuto in Italia sono sostanzialmente familiari e molto dense, con rapporti reciproci tra le persone che vengono aiutate ma scarsamente capaci di collegarsi con realtà esterne che forniscono servizi, sia istituzionali che di volontariato. La necessità di connettere questi due mondi è una delle maggiori sfide del nostro sistema di welfare.
Il problema è che le reti formali non ci sono o che non riescono a raggiungere le persone?
Ci sono, ma non riescono a connettersi con le reti di aiuto familiari e parentali, che tendono a essere un po’ chiuse. In Italia siamo fortemente dotati di capitale sociale bonding, cioè appunto quello legato all’aiuto dei propri cari, che però non si traduce in capitale sociale bridging, nelle relazioni di aiuto che si collegano a realtà del Terzo settore o a servizi pubblici. Abbiamo sintetizzato la necessità di fare questo salto con uno slogan: bisogna passare dal caregiver, dall’attenzione al singolo, al caregiving, cioè alla reti di soggetti – sia singoli che collettivi, pubblici e del privato sociale –, che si occupano di questo tema. Questo per sostenere tanto la persona che si trova in condizione di bisogno quanto la persona o le persone che la aiutano. Perché altrimenti, nel tempo, le risorse informali tendono a deperire.
Bisogna passare dal caregiver, dall’attenzione al singolo, al caregiving: questo per sostenere sia chi si trova in condizione di bisogno sia la persona o le persone che la aiutano
A cosa è dovuta la fatica nel connettere reti informali e reti associative e istituzionali? Ci sono problemi di comunicazione, anche nel far sapere ai singoli dell’esistenza delle realtà che possono sostenerli? Oppure i servizi sono in affanno per carenza di risorse e personale?
Non c’è un unico motivo. È un dato strutturale. C’è una diversa distribuzione sul territorio nazionale delle realtà del Terzo settore e dei servizi pubblici, ma a questo è da aggiungere un altro fattore: la fiducia delle reti informali nei confronti di quelle formali. C’è una tendenziale sfiducia nel sistema, anche se non è un dato omogeneo. Cosa cambia questa percezione? Il rapporto coi singoli operatori, vedere il loro approccio nel tempo con la persona anziana o con disabilità. Così si creano i ponti.
Foto in apertura RDNE Stock project su Pexels
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Veronica Rossi
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