Riforma del Ssn, i finanziamenti statali sono ancora inadeguati


Un’attesa di giorni su una barella del Pronto Soccorso prima di poter accedere a un reparto di degenza, oppure un viaggio di centinaia di chilometri per ottenere le cure adeguate. Sono gli scenari tangibili e quotidiani di un Servizio sanitario nazionale (Ssn) che, istituito nel 1978 con la legge 833 per garantire un’assistenza universale, uniforme e gratuita, affronta oggi una crisi strutturale profonda. L’emergenza pandemica aveva reso evidente alle istituzioni la necessità di costruire un solido filtro territoriale per allentare la pressione sulle reti ospedaliere, portando alla programmazione di nuovi assetti (come le Case della Comunità previste dal Pnrr) e di nuovi iter legislativi. Tuttavia, i tentativi di riorganizzazione si stanno arenando contro una persistente assenza di risorse. L’ultimo allarme arriva dal Forum delle Società scientifiche dei clinici ospedalieri ed universitari italiani (FoSSC), che denuncia lo stallo normativo e un divario finanziario sempre più incolmabile rispetto agli standard internazionali.

Il blocco istituzionale della riforma

Il tentativo più recente di modernizzare la sanità italiana risale all’inizio dell’anno. Il 12 gennaio 2026, il Consiglio dei Ministri ha approvato un Disegno di Legge Delega per la Riforma del Servizio Sanitario Nazionale. Il testo, nato inizialmente “a costo zero”, non ha però completato il suo iter parlamentare. “Il provvedimento è fermo in Senato da inizio 2026”, spiega Francesco Cognetti, coordinatore di FoSSC, sottolineando che “preoccupa il generale definanziamento statale sulla sanità pubblica che presenta numeri sempre più sconfortanti”. Dal punto di vista epidemiologico, l’urgenza di una riforma è dettata dal progressivo mutamento dei bisogni di salute: l’aumento dell’aspettativa di vita porta inevitabilmente a una maggiore incidenza di patologie croniche, che richiedono assistenza continuativa. “Riteniamo prioritario ottenere in Italia una reale e concreta integrazione tra il sistema di cure primarie e quelle ospedaliere”, prosegue Cognetti. “È una necessità emersa durante i difficili anni della pandemia e che è sempre più attuale visto anche l’invecchiamento generale della popolazione”.

Un divario da 36 miliardi

La radice dello stallo organizzativo risiede nella progressiva contrazione della spesa sanitaria pubblica rispetto al Prodotto Interno Lordo. Analizzando i dati internazionali, l’Italia si colloca al 19° posto in Europa per spesa sanitaria pro capite, posizionandosi dietro a nazioni come la Repubblica Ceca, la Slovenia e la Polonia, e risultando ultima tra i Paesi del G7. Il divario si traduce in cifre nette: “Mettiamo a disposizione del servizio sanitario nazionale mille dollari in meno per ogni singolo cittadino rispetto alla media Europea e dei Paesi OCSE”, sottolinea il Coordinatore di FoSSC. In termini assoluti, la differenza si attesta sui 36 miliardi di euro all’anno rispetto alla media occidentale. A fronte di questa lacuna strutturale, la recente richiesta del ministro della Salute, Orazio Schillaci, di prevedere un finanziamento aggiuntivo di 5 miliardi di euro per il Ssn nella Legge Finanziaria per il 2027 viene valutata dalla comunità clinica come “del tutto insufficiente”.

La crisi del personale e la fuga dalle corsie

La scarsità di risorse si riflette inevitabilmente sulla forza lavoro, elemento essenziale per la tenuta della rete assistenziale. “Tutto ciò produce la crisi profonda in cui versa il personale medico-sanitario con una gravissima carenza di medici ed infermieri e di altri professionisti sanitari”, constata Cognetti. La disaffezione verso il sistema pubblico inizia già durante il percorso di formazione, con “basse quote di iscrizioni in alcune scuole di specializzazioni mediche, tra l’altro di cruciale rilevanza, quali chirurgia generale, anatomia patologica, anestesia e rianimazione, microbiologia e virologia, patologia clinica o medicina d’urgenza”. A questo si somma l’abbandono da parte dei professionisti già formati: si assiste, spiega l’esperto, a “un costante esodo del personale sanitario, soprattutto dei più giovani, dal sistema sanitario pubblico verso l’estero o verso il privato perché ampiamente sottopagati rispetto ai loro colleghi europei e sottoposti a condizioni di lavoro intollerabili”. Di conseguenza, le aziende ospedaliere si affidano a contratti esterni: “Mentre negli ospedali pubblici, nonostante i divieti, continua il fenomeno dei gettonisti, che rappresenta del resto l’unico modo per evitare la chiusura di reparti e servizi indispensabili”.

Sanità territoriale fragile a rischio privatizzazione

Senza interventi strutturali ed economici, le ripercussioni sull’assistenza ospedaliera sono destinate ad aggravarsi. “In assenza di provvedimenti adeguati, che finora sono clamorosamente mancati, le liste di attesa non si ridurranno, i Pronto Soccorso continueranno ad essere intasati dal permanere per giorni di pazienti in attesa di trasferimento nei reparti di degenza ordinaria per acuti e/o in terapia intensiva”, avverte Cognetti. Questi trasferimenti sono resi difficili dal “bassissimo numero di posti letto disponibili rispetto alla dotazione media su popolazione di tutti gli altri Paesi Europei”. Le stesse iniziative di potenziamento del territorio mostrano forti criticità: “Gli ospedali pubblici si indeboliranno in modo irreversibile, la sanità territoriale non decollerà anzi appare sempre più evidente il fallimento delle iniziative in questo settore, finanziate con cospicue risorse, purtroppo andate sprecate, del Pnrr”. In questo contesto, la mobilità sanitaria regionale rischia di aumentare “a tutto svantaggio degli ammalati delle regioni del sud ma anche di altre regioni come in modo particolare il Lazio”. La tenuta del principio di universalità delle cure è dunque in bilico. “Il carattere pubblico ed universalistico del nostro Ssn inevitabilmente ne risulterà compromesso e l’idea sotterranea che si fa strada è che la Sanità possa essere consegnata in modo preponderante al sistema privato, come sta di fatto già avvenendo”, conclude il Coordinatore. Pur riconoscendo il ruolo virtuoso delle strutture private accreditate, la comunità clinica ribadisce che “lo Stato deve garantire altresì la sopravvivenza della Sanità pubblica che è attualmente compromessa da bassissimi livelli di finanziamento e che è l’unico sistema in grado di assicurare assistenza e prestazioni appropriate a tutti i malati più fragili ed ai cittadini indigenti”.


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