nuove scritture al TXT Festival


Una voce capace di raccontare le nostre fragilità con una firma unica, sospesa tra ironia, buio e meraviglia. Napoletano, classe 1991, Pier Lorenzo Pisano, regista e autore di teatro, cinema, narrativa, è uno dei talenti più poliedrici e premiati della sua generazione: ha portato i suoi cortometraggi a Cannes, ha vinto il Premio Riccione per il Teatro ed è finalista al Premio Calvino con i suoi romanzi. I suoi testi teatrali sono tradotti in 14 lingue e rappresentati in teatri e festival internazionali, ricevendo molti riconoscimenti per la nuova sceneggiatura e drammaturgia.  Artista associato al Piccolo di Milano, Pier Lorenzo Pisano oggi è il primo direttore artistico junior under 35 del Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, istituzione per il quale firma la prima edizione di TXT FESTIVAL – Il piacere del testo, il nuovo progetto del Teatro partenopeo, in programma dal 2 al 5 ottobre.

LE JARDIN scrittura e regia di Thomas Dubot, produzione Collectif Greta Koetz, crédit Thomas Dubot

Che effetto fa, considerando la sua “giovane” età rispetto alla media molto più alta dei direttori artistici in Italia? Che responsabilità comporta?

«Sto cercando di creare quello che avrei voluto incontrare nel mio percorso artistico. Quindi: il TXT Festival, un nuovo momento d’incontro per capire cosa sta succedendo col testo nel teatro europeo; una nuova collana “TXT” in collaborazione con Editoria & Spettacolo per la diffusione cartacea della drammaturgia; Queequeg: una residenza per autori e autrici senza limiti d’età dedicata ad Annibale Ruccello, insieme a Casa del Contemporaneo. Mi sto concentrando su un percorso che favorisca l’ingresso nel teatro di nuovi autori e autrici».

Scrittore, drammaturgo, e regista. Come sono maturati questi elementi nel suo percorso umano e artistico?

«Credo che si tratti di forme di scrittura diverse ma complementari tra loro. Il processo è simile: scrivere simboli sulla carta, che poi si incarneranno nella scena, implica fare delle scelte. Restringere il numero di questi simboli. Capire quali siano quelli più efficaci per convogliare una certa immagine. Gestire il respiro del testo, e di chi lo fruisce, che sia il pubblico in sala o il lettore di un romanzo. E impostare le regole di un mondo cartaceo non è troppo distante dalla costruzione di una regia. Però quando scrivo un romanzo, o un testo teatrale, o progetto una scena, non mi ritrovo davanti alla stessa macchina da scrivere. L’immaginario e gli strumenti si contaminano, e sono adiacenti, ma non equivalenti».

La sua nomina prende forma con TXT Festival, il piacere del testo, un progetto dedicato alla drammaturgia contemporanea europea. Quali criteri hanno mosso la scelta dei diversi testi da mettere in scena?

«C’è molta eterogeneità negli spettacoli. Ci sono adattamenti, nuove drammaturgie. Messe in scena complesse, e altre più minimali che si basano sulla forza pura della parola. C’è lo spoken word, c’è “Il memato del giorno” una sorta di rassegna stampa quotidiana in formato memetico. E c’è anche la performance, e diversi modi di rapportarsi al testo, che qui ho inteso nella sua accezione più ampia. La drammaturgia è, come dicevo sopra, la gestione dei simboli. E questi simboli possono essere coreografici, musicali, parlati, e altro ancora».

Daniele Zinni e Giulio Armeni curatori di TXT memetico – Il memato del giorno

Quale presente raccontano? Che immagine fotografano del nostro tempo?

«Un presente fatto di estremi. Siamo nativi digitali, eppure immersi nella presenza fisica del teatro. Il tema del TXT Festival è la matrice, intesa come rapporto col passato, con le nostre radici culturali, ma anche biologiche, i nostri genitori, e con i classici, e il testo stesso, se lo intendiamo come fondamento del teatro occidentale. Uscirà, in coincidenza col Festival, un numero speciale di Perseo la rivista del teatro di Napoli, con interviste e approfondimenti scritti da tutti i protagonisti degli spettacoli. Appunto: parola scritta. Un buon modo per leggere, oltre che vedere sul palco, una fotografia del nostro tempo teatrale. E per ricollegarmi a quello che dicevo sopra, scoprendo come un artista scrive, si può capire anche il suo approccio alla messa in scena».

Martin Crimp, ph. Katrin Ribbe

Un focus del festival è dedicato a Martin Crimp, uno dei più importanti drammaturghi contemporanei. Perché ha scelto proprio lui?

«Crimp rappresenta esattamente il concetto alla base del Festival. Una scrittura multiforme, che ha attraversato narrativa, teatro, opera, poesia. E che è sufficiente a se stessa. I suoi testi sono delle costruzioni precise, formulari. Il Festival offre incontri e letture quotidiane e gratuite su Crimp. Mi piacerebbe che il pubblico, vedendo sfaccettature di uno stesso autore, apprezzasse proprio per questo il suo stile unico che si manifesta in ogni ambito di cui si è occupato. È un focus sulla voce di un autore. Presenteremo anche due volumi, il primo, il testo inedito Uomini addormentati, in apertura il 2 ottobre nella collana TXT. Il secondo, in chiusura il 5 ottobre, Martin Crimp: the writer and the work, durante un seminario sul suo lavoro».

Ave Medea, progetto su Medeamaterial di Heiner Müller, regia Federica Amatuccio, ideazione Diade, Ph Luca Del Pia

La parola a teatro – sempre più rara considerando la scarsa attenzione verso di essa, e un maggiore interesse per tutto ciò che è performativo – può ancora essere ascoltata, dire qualcosa, incidere sulle nostre coscienze?

«La parola in teatro ha una forza enorme. Una persona sola, immobile, davanti a una nutrita platea, può scatenare lacrime, risate, applausi, sdegno, paura, qualunque cosa, soltanto pronunciando dei simboli. Non credo che ci debba essere una divisione così netta tra i vari modi di affrontare la scena, anzi, il teatro ha la capacità di assorbire ogni modalità al suo interno».

Tradizione e innovazione, classici e nuove scritture, teatro e cultura digitale, possono convivere, contaminarsi e produrre qualcosa di inedito?

«Riprendendo quello che dicevo sopra, credo che siamo in un periodo storico particolarmente fertile per questo. Io stesso ho vissuto un’infanzia analogica e un’adolescenza digitale. La pluralità dei mezzi può essere sfruttata, e credo che il Festival faccia un buon lavoro su questo, sul mostrare i diversi approcci della scena contemporanea».

Christopher Brett Bailey in THIS IS HOW WE DIE, ph. Claire Haigh

Dal suo osservatorio come valuta la scena italiana? A che punto è?

«Quest’anno per una serie di circostanze mi sono ritrovato in molte giurie: il Premio Leo De Berardinis Under 35, la selezione del testo da produrre del Nuove Sensibilità 2.0, la selezione per la residenza Queeueg, per il Premio Giuseppe Bepo Maffioli, per il percorso fATTI, per P.S. Prossime Storie, ecc., oltre a tutte le proposte che mi arrivano come direttore artistico. Posso dire di aver letto molto di quello che sta bollendo in pentola, e se devo dire la verità, sono ottimista. E il Festival, la collana TXT, la residenza, i premi e le altre attività messe in campo dal Teatro di Napoli sono sinergiche in questo: la scena italiana chiede spazi di legittimazione e sostegno».

Marta Bogosavljević e Svetozar Cvetković in HOW I LEARNED TO DRIVE, regia di Tara Manić, ph. Marko Stojanović

Lei debutterà a dicembre con lo spettacolo Julius Caesar | Teologia Marziana, testo e regia sua. Cosa l’ha spinto a scrivere un testo sull’imperatore romano? Si è ispirato al testo di Shakespeare? Quel sottotitolo cosa sta a significare?

«Ho sempre molto amato il Giulio Cesare. C’è un taglio particolare che Shakespeare semina a partire dalla prima scena. Due tribuni si dicono che bisogna spogliare le statue di Cesare prima del suo Trionfo, perché quell’uomo ormai si crede un dio. Cioè un atto di iconoclastia. Tutta la prima metà parla di questo, anche letteralmente. Cassio continua a ripetere che quell’uomo che “tremava come una foglia” è diventato un dio. È la storia di un’apoteosi interrotta nel sangue. Per me il Giulio Cesare è una metafora dello stadio attuale dell’umanità. A un passo dalle stelle, e a un passo dall’autodistruzione.

Teologia Marziana è la seconda parte dello spettacolo. Dopo la morte di Cesare, storicamente, è arrivato Ottaviano, il primo imperatore, un’apoteosi riuscita. Il passaggio da Cesare a Ottaviano, da repubblica a impero, da mortale a immortale, è quello che potrebbe accadere nei prossimi decenni.

Cosa ci sarà dopo di noi? Un’intelligenza artificiale? un bambino incapace di morire? La seconda parte indaga questo, e lo fa con una mia drammaturgia originale, appunto la Teologia marziana, un testo-fiume che procede avanti e indietro nel tempo e nello spazio, un monologo di un dio appena nato, che ho scritto rifacendomi anche alle stesse fonti di Shakespeare, Svetonio, Plutarco e Appiano, e che sarà interpretato in scena da un bambino».


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