Il costo dell’energia resta la principale zavorra sulla competitività dell’industria italiana. Nella prima metà del 2025 le imprese del Paese hanno pagato l’elettricità 203 euro/MWh, terzo valore più alto dell’Unione Europea e ben sopra la media comunitaria di 164 euro/MWh, secondo i dati della Commissione europea. Una distanza che nel 2026 rischia di tradursi per l’industria in extracosti fino a 10 miliardi di euro, a colpire soprattutto i distretti manifatturieri dove l’energia pesa come voce di costo strutturale. Non stupisce che il Governo sia intervenuto con il decreto-legge 21/2026 sulla riduzione del costo dell’energia e la competitività delle imprese, mentre il meccanismo Energy Release ha coperto nel primo trimestre 2026 tra il 15% e il 20% del fabbisogno delle industrie più esposte alla concorrenza internazionale.
È qui che la transizione energetica si conferma sempre più una leva di politica industriale oltre che ambientale. E il suo motore è rappresentato dalle migliaia di piccole e medie imprese che scelgono di produrre e consumare direttamente l’energia necessaria alle proprie attività. In un contesto di crescente volatilità dei mercati energetici, la capacità di autoprodurre elettricità diventa infatti un fattore strategico tanto quanto l’innovazione di prodotto o di processo.
È quanto emerge dallo studio “Il ritorno socio-economico della generazione altamente distribuita“, realizzato dal Centro Studi di EnergRed Renewables, che analizza il valore economico generato dai diversi modelli di produzione energetica. La conclusione è chiara: più la produzione è vicina ai consumi, maggiore è il valore creato per imprese, territori e sistema economico.
Un impianto fotovoltaico realizzato in configurazione SEU (Sistema Efficiente di Utenza), quindi destinato all’autoconsumo, offre un ritorno economico fino all’11,9% rispetto ai capitali investiti. Una grande centrale turbogas, al contrario, si ferma allo 0,7%. La differenza diventa ancora più evidente quando si considera il grado di distribuzione degli impianti. Un sistema fotovoltaico di taglia compresa tra 100 kW e 2,5 MW, installato direttamente presso un’impresa, può soddisfare mediamente tra il 40% e il 50% dei consumi aziendali e generare, per unità di capacità installata, fino a 70 volte più valore economico rispetto a una grande centrale turbogas e fino a sei volte quello prodotto da un impianto rinnovabile utility scale.
Secondo lo studio, è proprio questo modello di generazione altamente distribuita a rappresentare la leva più efficace per rafforzare la competitività delle imprese italiane. Per raggiungere gli obiettivi fissati dal Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) sarà infatti necessario sviluppare ancora tra 17 e 28 GW di nuova capacità fotovoltaica destinata all’autoconsumo fisico (SEU) e alle Comunità Energetiche Rinnovabili (CER). Un potenziale che potrebbe generare fino a 7,5 miliardi di euro di valore economico ogni anno, creando benefici diretti per il sistema produttivo, riducendo strutturalmente il costo dell’energia e rafforzando la competitività delle PMI italiane.
Il fenomeno, del resto, è già in accelerazione: secondo il monitoraggio PNIEC, a gennaio 2026 le configurazioni CER attive in Italia erano 1.839, per 178,3 MW di potenza installata e oltre 18.000 aderenti, più del doppio rispetto alle 904 comunità registrate dal GSE a fine 2025. A sostenere la crescita è arrivato anche un nuovo stanziamento: a fine gennaio 2026 il Governo ha sbloccato 795,5 milioni di euro di fondi PNRR destinati a CER e gruppi di autoconsumo collettivo, con contributi a fondo perduto fino al 40% delle spese ammissibili.
“Per anni abbiamo valutato la transizione energetica soprattutto in termini di megawatt installati” commenta Moreno Scarchini, ceo di EnergRed. “Oggi è necessario iniziare a misurarla anche in base al valore economico che riesce a generare. Il nostro studio dimostra che la competitività industriale non dipende soltanto dalla quantità di energia rinnovabile prodotta, ma soprattutto da dove viene prodotta e da chi la utilizza. Quando l’energia nasce vicino ai consumi, il valore rimane nelle imprese, rafforza i territori e rende il sistema produttivo più resiliente. È per questo che le PMI rappresentano il vero motore della transizione energetica italiana”.
Un altro aspetto rilevante è che negli impianti fotovoltaici di taglia compresa tra 100 e 999 kW il punto di massimo equilibrio tra efficienza economica, rapidità di diffusione e capacità di creare valore. È su questa fascia di impianti, destinata prevalentemente alle esigenze del tessuto produttivo, che secondo il Centro Studi di EnergRed Renewables si giocherà una parte decisiva della competitività industriale italiana e della capacità del Paese di raggiungere gli obiettivi della transizione energetica.
Nota metodologica. Le elaborazioni del Centro Studi di EnergRed Renewables si basano sullo studio “Il ritorno socio-economico della generazione altamente distribuita” e confrontano il valore economico, finanziario, ambientale e sociale delle principali configurazioni di produzione elettrica oggi presenti nel mix energetico italiano: centrali turbogas, impianti rinnovabili utility scale e impianti fotovoltaici destinati all’autoconsumo fisico (SEU) e virtuale (CER). L’analisi è sviluppata sulla base degli obiettivi del PNIEC 2030 e considera benefici economici diretti, rendimenti finanziari e valorizzazione economica delle emissioni evitate sull’orizzonte 2026-2040.
L’articolo Le PMI trainano la transizione energetica: l’autoconsumo è leva di competitività industriale da 7,5 miliardi l’anno proviene da Economy Magazine.
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