Gli agenti che a Bologna hanno immobilizzato Abderrahim Fakir fino alla sua tragica morte, erano preparati ad affrontare un’emergenza comportamentale? Sapevano intervenire nei contesti della salute mentale in modo efficace, collaborando con – e non sostituendosi a – gli operatori del pronto intervento?
Da maggio 2026 esistono delle linee guida, elaborate dal Dipartimento di pubblica sicurezza, per contenere le «persone non collaborative». Un documento di 18 pagine, in cui si individuano le modalità di intervento. Si consiglia, per esempio, di «procedere al contenimento a terra (del soggetto, ndr), avendo l’accortezza di porlo, subito dopo averlo ammanettato, in condizione supina». Dopo il posizionamento delle manette, infatti, la persona non dovrebbe più essere considerata pericolosa: lo sancisce anche una sentenza della Corte di Cassazione legata al caso dell’omicidio di Federico Aldrovandi da parte di alcuni agenti della Polizia di stato.
Criminalizzare tutto vs psichiatrizzare tutto: non è un aut aut
Al di là delle responsabilità individuali, il caso mette in luce una fragilità del sistema: soggetti istituzionali che non dialogano, non si mettono in rete, non si contaminano in modo da dare risposte adeguate alle emergenze e alle situazioni più critiche. «È sotto gli occhi di tutti: gli episodi di microcriminalità e di discontrollo comportamentale stanno divenendo sempre più diffusi», commenta Fabrizio Starace, direttore del Dipartimento di salute mentale dell’Asl To5, nell’area sud-est del capoluogo piemontese, e presidente della Società italiana di epidemiologia psichiatrica – Siep. «A fronte di questa crescita, dobbiamo evitare quello che si sta già verificando, il rimpallo di responsabilità e competenze tra chi vede il fenomeno come un problema di ordine pubblico e chi come un problema di assistenza psichiatrica. Da un lato c’è chi vuole criminalizzare tutto, dall’altro chi vuole psichiatrizzare tutto. Si tratta però di una situazione complessa, difficile da decodificare: una persona non ha scritto in fronte “Sono un delinquente”, oppure “Io sono una persona con un disturbo”».
Gli episodi di microcriminalità e di discontrollo comportamentale stanno divenendo sempre più diffusi. Dobbiamo evitare il rimpallo di responsabilità e competenze tra chi vede il fenomeno come un problema di ordine pubblico e chi come un problema di assistenza psichiatrica
Fabrizio Starace, presidente della Società italiana di epidemiologia psichiatrica
Serve più formazione. Congiunta
Per questo serve formazione. «Nel 2022 sono state assegnate alle Regioni italiane delle risorse per i Dipartimenti di Salute mentale», spiega Starace, «e una linea specifica di questo finanziamento prevedeva come obiettivo la formazione degli operatori per la riduzione della contenzione meccanica; in molti casi queste attività sono state condotte in concerto con la Polizia municipale, che è quella che interviene nei casi di Trattamento sanitario obbligatorio – Tso, o con le forze dell’ordine. Ricordo che a Modena, di cui ho diretto il Dsmdp, ancora prima, abbiamo avuto occasioni di formazione congiunta con Polizia di Stato, Polizia municipale e carabinieri, proprio per la corretta gestione delle condizioni di agitazione». Questa collaborazione, tuttavia, dovrebbe essere strutturale, non parcellizzata e occasionale: la gestione necessita di essere coordinata e congiunta.
Bisogna attivare a livello regionale attività periodiche di formazione e revisione dei casi, in maniera congiunta tra forze dell’ordine, operatori sanitari, magistratura e giudice tutelare, per uniformare e condividere le procedure
«Serve un protocollo di intesa tra ministero dell’Interno e ministero della Salute, che definisca criteri di attivazione, tempi di risposta e competenze reciproche tra il personale sanitario e quello che interviene per la sicurezza», afferma Starace. «Bisogna attivare a livello regionale e territoriale attività periodiche di formazione e revisione dei casi che si sono presentati, in maniera congiunta tra forze dell’ordine, operatori sanitari, magistratura e giudice tutelare, per uniformare e condividere le procedure. Questo non significa che gli operatori sanitari vogliano sottrarsi al loro mandato di cura e di terapia, ma per curare le persone bisogna che ci siano gli elementi minimi di sicurezza. Tutte le istituzioni dovrebbero concorrere a determinare un clima di collaborazione, più che mai necessaria». Ci dovrebbero essere formazioni periodiche, esercitazioni congiunte, referenti istituzionali e strumenti decisionali sintetici dedicati agli operatori; servirebbe anche un monitoraggio, per analizzare le criticità nei casi di mancato, ritardato o controverso intervento.
Il caso Bologna
E uno di questi casi è sicuramente quello di Bologna, in cui saranno gli inquirenti a determinare mancanze, responsabilità e colpe. «Non mi voglio sostituire ai giudici, che stanno esaminando tutta la documentazione», chiosa il presidente della Siep. «Vorrei piuttosto stigmatizzare le reazioni a caldo che certa politica sta diffondendo senza avere gli elementi di riferimento. Per esempio, quando si invoca la necessità che il medico intervenga con un trattamento farmacologico sedativo, evidentemente sfugge che non tutti gli interventi del 118 prevedono la presenza di un medico. Si contesta che a Bologna ci fossero solo i volontari della Croce Rossa. Sì, adeguatamente formati, ma non erano personale medico che poteva somministrare medicinali. Ma anche nel caso in cui ci fosse stato qualcuno titolato a farlo, non si può dare un farmaco senza conoscere le condizioni di base della persona. Non si tratta di caramelle, ci sono precauzioni ed effetti collaterali da considerare. Per esempio, bisogna conoscere le condizioni cardiocircolatorie del soggetto».
Le condizioni di agitazione hanno una genesi multifattoriale, che non è legata esclusivamente alla presenza di un disturbo psichiatrico: anche se ci fosse stato un medico, non si può dare un farmaco senza conoscere le condizioni di base della persona
Le condizioni di agitazione, precisa per esempio Starace, hanno una genesi multifattoriale, che non è legata esclusivamente alla presenza di un disturbo psichiatrico: da un lato è necessaria cautela nelle decisioni – come quelle di somministrare farmaci o di scegliere tipi di intervento potenzialmente lesivi – dall’altro è importante che ci sia una conoscenza approfondita delle modalità di interazione e comunicazione efficace, quella che chiamiamo “contenzione relazionale”. È per questo che serve formazione specifica, seria e strutturata, che permetta di gestire le situazioni con gli strumenti giusti e in maniera corretta. Avere protocolli e competenze chiare aiuta sia gli operatori sanitari che quelli delle forze dell’ordine, ma soprattutto chi si trova in una situazione di evidente sofferenza che viene espressa con comportamenti agitati.
Più coordinamento con le forze dell’ordine
È anche per andare in questa direzione che la Siep e l’associazione Luca Coscioni hanno presentato al ministero dell’Interno un’istanza di riesame in autotutela della Circolare della direzione anticrimine del 6 novembre 2019, che, tra le altre cose, definisce come «assolutamente eccezionale» l’intervento delle forze dell’ordine negli Spdc e il ricorso al Trattamento sanitario obbligatorio – Tso tra gli strumenti per gestire la violenza in questi contesti. All’iniziativa hanno aderito anche la Società italiana di psichiatria – Sip, la Società italiana di psicopatologia e il Collegio nazionale dei dipartimenti di Salute mentale.
Abbiamo chiesto che l’intervento delle forze dell’ordine negli Spdc non sia più “assolutamente eccezionale”. Non si tratta di immaginare che i luoghi della sanità pubblica vengano militarizzati, ma di fissare un principio secondo il quale questi luoghi non siano considerati spazi dove non vige il diritto
«Questa circolare rischia di determinare confusione e mancata definizione dei compiti reciproci, che possono causare problemi pesanti in situazioni delicate», spiega Starace, «che invece potrebbero essere gestiti meglio, avendo la piena consapevolezza dei ruoli e avendo un coordinamento delle azioni e degli uni e degli altri. Non si tratta di immaginare che i luoghi della sanità pubblica vengano militarizzati, ma di fissare un principio secondo il quale questi luoghi, che sono un elemento fondamentale per il buon funzionamento della vita pubblica e della comunità, non siano considerati zone franche dove non vige il diritto».
In apertura, la via del Pilastro, a Bologna, in cui Abderrahim Fakir è morto dopo un arresto da parte delle forze dell’ordine (foto di Guido Calamosca/ LaPresse )
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Veronica Rossi
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