Dal 1990 a oggi le retribuzioni reali lorde dei lavoratori dipendenti in Italia sono diminuite dell’1,6%. Nello stesso periodo, invece, la media dei Paesi Ocse ha registrato una crescita del 35%. Significa che mentre le economie avanzate hanno visto aumentare il potere d’acquisto dei lavoratori, in Italia le buste paga sono rimaste sostanzialmente ferme, fino addirittura a perdere valore in termini reali.
È questa la fotografia scattata dall’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), che in un approfondimento dedicato all’evoluzione dei redditi e dell’Irpef negli ultimi 36 anni ricostruisce una delle principali fragilità strutturali del sistema economico italiano. Un problema che nessuna riforma fiscale è riuscita a risolvere e che, anzi, è stato in parte nascosto proprio attraverso un progressivo alleggerimento della tassazione sui redditi più bassi.
L’Italia resta ferma mentre gli altri accelerano
Il confronto internazionale è impietoso. Se la media Ocse registra un incremento del 35% delle retribuzioni reali, gli Stati Uniti guidano la classifica con un aumento del 50,5%, seguiti dal Regno Unito con il 48,4%. Anche le grandi economie europee hanno mantenuto una crescita robusta: la Francia segna un +33,4%, la Germania un +32,9%.
L’Italia rappresenta invece un’eccezione negativa. Le retribuzioni reali risultano oggi inferiori rispetto all’inizio degli anni Novanta, certificando un ritardo che si è consolidato nel tempo e che riflette la scarsa capacità del Paese di trasformare la crescita economica in salari più elevati.
Se si guarda al lavoro reale il quadro peggiora ancora
La situazione appare ancora più critica quando si abbandona il confronto teorico basato sui lavoratori equivalenti a tempo pieno e si osserva il mercato del lavoro nella sua composizione effettiva. Considerando infatti la diffusione del part time e delle nuove forme contrattuali, le retribuzioni reali lorde in Italia non risultano diminuite dell’1,6%, ma addirittura del 6,6%.
Dietro questa dinamica emerge anche un forte aumento delle disuguaglianze. Il 10% dei lavoratori con i redditi più bassi ha visto crollare il proprio salario reale del 40,8%, mentre il decimo più ricco della distribuzione ha registrato un incremento del 3,3%, risultando di fatto l’unica fascia capace di mantenere il passo con l’inflazione, pur restando lontana dalla crescita del Pil nazionale.
Part time e servizi hanno cambiato il mercato del lavoro
Per comprendere le ragioni di questa lunga stagnazione occorre osservare come è cambiata l’economia italiana. Negli ultimi tre decenni il peso dell’industria si è progressivamente ridotto, mentre quello dei servizi è aumentato in maniera significativa. Nel 1990 l’industria occupava il 35,3% dei lavoratori; oggi la quota è scesa al 26,6%. Parallelamente il settore dei servizi è passato dal 57,4% al 70% dell’occupazione complessiva. Questa trasformazione ha inciso direttamente sulle retribuzioni. Tra il 1990 e il 2026 gli stipendi medi nell’industria e nelle costruzioni sono cresciuti del 16,5%, mentre nel terziario sono diminuiti del 20,9%.
A pesare è anche l’esplosione del lavoro part time. Trentasei anni fa riguardava appena il 4,4% dei lavoratori; oggi coinvolge il 31,6% degli occupati. In molti casi non si tratta di una scelta volontaria, ma della conseguenza di esigenze familiari, soprattutto per le donne, oppure della mancanza di opportunità di lavoro a tempo pieno, fenomeno che interessa in particolare gli uomini.
L’intreccio tra maggiore diffusione dei servizi, part time e rapporti di lavoro più frammentati ha progressivamente eroso il livello medio delle retribuzioni.
Il fisco ha attenuato le perdite, ma non ha risolto il problema
Di fronte alla lunga stagnazione salariale, la politica ha scelto prevalentemente la strada fiscale. L’Irpef è stata modificata più volte nel corso degli ultimi decenni con l’obiettivo di alleggerire il peso tributario sulle fasce di reddito più basse. Il risultato, secondo l’Upb, è un sistema molto più progressivo rispetto a quello del 1990. All’epoca l’imposta iniziava a colpire già da un reddito equivalente agli attuali 8.257 euro. Oggi, invece, fino a circa 16.347 euro il prelievo è sostanzialmente nullo e, grazie a detrazioni e trasferimenti, può persino trasformarsi in un sostegno economico. La convenienza fiscale rispetto al sistema degli anni Novanta continua fino a un reddito di circa 35.100 euro annui. Oltre questa soglia il quadro cambia: il prelievo diventa più elevato rispetto al passato e, ad esempio, su un reddito di 100 mila euro l’aliquota effettiva sfiora il 35%, mentre nel vecchio sistema rimaneva inferiore al 30%.
Più dell’80% dei lavoratori beneficia della nuova Irpef
La scelta di rafforzare la progressività ha avuto effetti concreti. Secondo l’analisi dell’Ufficio parlamentare di bilancio, oltre l’80% di operai e impiegati dichiara un reddito inferiore ai 35.100 euro annui e beneficia quindi di un carico fiscale più leggero rispetto al passato.
Le simulazioni mostrano che la leva fiscale riesce effettivamente a limitare la perdita di reddito. Tra i lavoratori dei servizi a tempo pieno ma occupati meno di 52 settimane l’anno, ad esempio, il reddito reale lordo registra una riduzione del 15,1%, ma quella netta si limita al 5,9%. Lo stesso accade per il part time, dove il calo netto viene fortemente ridimensionato rispetto a quello lordo. Nel settore industriale, invece, l’effetto redistributivo è opposto. Chi lavora a tempo pieno vede la crescita del reddito ridursi leggermente una volta applicata l’imposta: l’aumento passa dal 17,9% lordo al 16,4% netto. Nel complesso dell’economia italiana la perdita media scende dall’8,2% lordo al 4,9% netto, confermando il ruolo dell’Irpef come strumento di compensazione.
Ma il fisco non può sostituire la crescita dei salari
L’Upb, tuttavia, lancia un messaggio chiaro. La politica fiscale ha svolto negli ultimi decenni una funzione che non le appartiene pienamente: quella di sostenere il potere d’acquisto dei lavoratori in assenza di una reale crescita delle retribuzioni. Le numerose riforme, dai primi interventi del governo Berlusconi al bonus degli 80 euro introdotto dal governo Renzi e successivamente ampliato, fino agli ultimi correttivi legati al taglio del cuneo fiscale e alla riforma Irpef, hanno progressivamente alleggerito il peso delle imposte sui redditi medio-bassi.
Questa strategia, secondo gli analisti dell’Upb, potrebbe aver contribuito anche a ridurre la pressione verso aumenti salariali più consistenti nelle trattative tra imprese e lavoratori, creando una sorta di equilibrio implicito basato su salari moderati e compensazioni fiscali. Un equilibrio che oggi sembra però arrivato al capolinea.
I margini per nuovi sconti fiscali sono ormai limitati
Il motivo è semplice: sui redditi più bassi il carico fiscale è già stato ridotto al minimo. Di conseguenza diventa sempre più difficile utilizzare l’Irpef come leva per sostenere ulteriormente il reddito disponibile delle famiglie senza compromettere gli equilibri della finanza pubblica. Il vero nodo resta quindi quello che accompagna l’economia italiana da oltre trent’anni: la debole crescita della produttività, la trasformazione del mercato del lavoro verso occupazioni meno remunerative e la difficoltà di generare salari più elevati.
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Cristina Giua
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