European Innovation Act: cosa cambia per startup e imprese


L’Europa non ha un problema di idee. Ha un problema nel trasformarle in imprese, prodotti e mercati.

È questa, in estrema sintesi, la diagnosi alla base dello European Innovation Act, la proposta presentata il 9 settembre dalla Commissione europea per cercare di ridurre uno dei gap che da anni penalizzano la competitività del continente: la distanza fra la capacità di produrre ricerca e innovazione e quella di trasformarle in valore economico.

La Commissione parte da un paradosso ormai noto. L’Europa dispone di ricerca scientifica di livello mondiale, talenti, università, centri di ricerca e startup innovative. Eppure, scrive Bruxelles, troppo spesso le idee nate in Europa vengono trasformate in successo economico altrove.

La risposta dello European Innovation Act è interessante soprattutto per ciò che non è. Non è semplicemente un nuovo grande programma di finanziamenti per startup e ricerca. C’è il tentativo di intervenire sui meccanismi che impediscono all’innovazione già esistente di arrivare al mercato e crescere: accesso ai capitali, valorizzazione della proprietà intellettuale, domanda pubblica, procurement dell’innovazione e sperimentazione regolatoria.

È quindi un intervento sull’execution gap europeo.

Secondo le stime del Joint Research Centre della Commissione, tre sole riforme previste dall’Act potrebbero generare, nello scenario più favorevole, fino a 452 miliardi di euro di PIL aggiuntivo cumulato e oltre 500mila posti di lavoro nell’Unione in dieci anni. Anche nello scenario più prudente, l’impatto stimato sfiora i 256 miliardi di PIL e 238mila occupati.

Il problema dell’Europa: inventare (e investire) non basta

La discussione sulla politica europea dell’innovazione si è concentrata finora soprattutto su una domanda: quanto investiamo in ricerca e innovazione?

È una domanda che rimane fondamentale. Ma lo European Innovation Act ne aggiunge un’altra: che cosa succede dopo che l’innovazione è stata prodotta?

Il problema è il percorso che separa il laboratorio dal mercato.

Una tecnologia può nascere in un’università europea, essere sviluppata da uno spin-off, ricevere un primo finanziamento pubblico o privato e tuttavia non trovare le condizioni per trasformarsi in un prodotto industriale e successivamente in una scaleup.

Il risultato è quello descritto dalla Commissione: l’Europa continua a generare innovazione, ma una parte insufficiente riesce a trasformarsi in nuovi campioni industriali europei.

È una distinzione importante anche per la politica dell’innovazione. Aumentare gli incentivi non basta se l’ecosistema nel quale deve crescere un’impresa innovativa continua a essere frammentato, se manca la domanda, se gli asset tecnologici sono difficili da finanziare e se le regole rendono complicato sperimentare nuove soluzioni.

Lo European Innovation Act prova ad agire precisamente su alcuni di questi ostacoli.

Primo problema: abbiamo brevetti e conoscenza, ma è difficile finanziarli

Uno dei punti più interessanti riguarda la proprietà intellettuale.

Il problema è particolarmente evidente per startup deep tech, spin-off universitari e imprese innovative asset-light. Possono possedere brevetti, tecnologie e know-how di grande valore ma avere pochi degli asset tradizionalmente utilizzati dal sistema finanziario come garanzia.

Una fabbrica può essere valutata. Un immobile può essere dato in garanzia. Ma quanto vale un brevetto?

L’assenza di criteri sufficientemente condivisi rende difficile utilizzare la proprietà intellettuale per ottenere finanziamenti.

La soluzione proposta dalla Commissione è creare innanzitutto un framework europeo comune per la valutazione economica della proprietà intellettuale.

A questo si aggiungerebbero un marketplace digitale europeo per mettere in contatto compratori e venditori di IP e un centro di competenza presso l’EUIPO, l’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale, per supportare imprese e operatori finanziari.

L’obiettivo è trasformare brevetti e altri asset intangibili in qualcosa di più facilmente finanziabile.

Secondo la Commissione, il nuovo sistema potrebbe sbloccare fino a 10,2 miliardi di euro l’anno di finanziamenti aggiuntivi basati sulla proprietà intellettuale.

Non è un dettaglio tecnico. Significa provare a modificare il rapporto fra innovazione e capitale.

La proprietà intellettuale come capitale per le startup

Il principio è semplice: se un’impresa innovativa possiede un brevetto di valore, quel brevetto dovrebbe poter contribuire alla sua capacità di finanziarsi.

Per una startup tecnologica può fare una grande differenza.

La Commissione vuole quindi ridurre quella distanza che oggi esiste fra valore tecnologico e valore finanziario.

Ed è significativo che, secondo il JRC, proprio la valorizzazione della proprietà intellettuale potrebbe essere la misura con il maggiore impatto macroeconomico fra quelle analizzate. Rendere finanziabili questi asset consentirebbe alle imprese di aumentare investimenti e capacità produttiva, producendo effetti che si accumulerebbero nel tempo.

Per startup e spin-off italiani la questione è evidente: non si tratta soltanto di produrre brevetti, ma di riuscire a trasformarli in capitale per crescere.

Secondo problema: l’Europa finanzia l’offerta di innovazione ma utilizza poco la domanda

Il secondo pilastro dello European Innovation Act cambia completamente prospettiva.

Invece di chiedersi soltanto come finanziare chi produce innovazione, Bruxelles si domanda chi possa comprarla. La risposta è: innanzitutto il settore pubblico.

Il procurement di ricerca e sviluppo permette alle amministrazioni pubbliche di commissionare alle imprese lo sviluppo di soluzioni che ancora non sono disponibili sul mercato.

Non significa acquistare semplicemente tecnologia già esistente. Significa utilizzare una necessità pubblica per generare innovazione.

Un ospedale potrebbe aver bisogno di una soluzione che oggi non esiste. Una città potrebbe cercare un nuovo sistema di mobilità. Un’amministrazione potrebbe avere bisogno di nuove tecnologie per energia, sicurezza o servizi pubblici.

Invece di definire nel dettaglio quale prodotto comprare, il soggetto pubblico può porre un problema e creare un mercato nel quale imprese e startup competono per trovare la soluzione.

La PA può diventare il primo cliente dell’innovazione

È probabilmente il passaggio più interessante dello European Innovation Act.

La pubblica amministrazione viene considerata non soltanto come regolatore o finanziatore, ma come cliente dell’innovazione.

Il procurement R&D è ancora poco utilizzato nell’Unione. Il JRC ricorda che attualmente la spesa europea in questo campo vale circa 17,3 miliardi di euro l’anno. Le analisi utilizzate dalla Commissione indicano inoltre che ogni euro speso attraverso il procurement R&D può generare circa tre euro di ritorno per i fornitori grazie all’apprendimento tecnologico, allo sviluppo di nuove tecnologie e al miglioramento dei processi produttivi.

Lo European Innovation Act punta perciò a creare un approccio europeo comune al procurement di ricerca e sviluppo, aumentando la certezza giuridica e rendendo più semplice per soggetti pubblici di Paesi diversi realizzare acquisti congiunti.

Le conseguenze potenziali sono notevoli.

La Commissione stima 25,92 miliardi di euro di profitti aggiuntivi annuali per le imprese e circa un miliardo di risparmi ogni anno per gli acquirenti pubblici.

Dal finanziamento dell’innovazione alla creazione di un mercato

È qui che emerge forse il cambiamento culturale più interessante. Una startup può ricevere un grant. Può vincere una call. Può entrare in un acceleratore. Può ottenere un investimento venture capital. Ma alla fine deve trovare qualcuno disposto a comprare quello che produce.

La domanda è una politica dell’innovazione tanto quanto l’offerta.

Utilizzare la spesa pubblica per creare un primo mercato può essere particolarmente importante nelle tecnologie emergenti, dove un cliente iniziale consente all’impresa di validare la soluzione, costruire referenze e successivamente raggiungere clienti privati.

Il procurement diventa così una forma indiretta di politica industriale. E Bruxelles vuole aggiungere un’altra dimensione: rendere più semplice la collaborazione fra amministrazioni di diversi Paesi.

Una startup non avrebbe più davanti soltanto il mercato pubblico nazionale. In teoria potrebbe sviluppare una soluzione richiesta contemporaneamente da più soggetti pubblici europei.

Il mercato iniziale diventerebbe europeo.

Una politica industriale per trattenere l’innovazione in Europa

C’è poi un aspetto politicamente rilevante.

Il nuovo procurement R&D dovrebbe prevedere meccanismi favorevoli alle soluzioni prodotte nell’Unione europea, rafforzando la capacità tecnologica e industriale europea. Il JRC parla esplicitamente di procedure di procurement favorevoli all’innovazione e di una preferenza per soluzioni realizzate nell’UE.

L’obiettivo va quindi oltre le startup. È una questione di sovranità tecnologica.

Se l’Europa utilizza miliardi di euro di domanda pubblica per acquistare tecnologie innovative sviluppate fuori dal continente, quella spesa contribuisce indirettamente alla crescita di ecosistemi industriali concorrenti.

Utilizzare il procurement per creare lead market europei significa invece provare a generare contemporaneamente domanda, innovazione e capacità industriale.

È la stessa logica che sta progressivamente entrando nella più ampia politica europea sulla competitività, nella quale la Commissione prevede anche di rivedere le regole degli appalti pubblici per consentire, in determinati settori strategici, di privilegiare prodotti europei.

Terzo problema: come innovare quando le regole non prevedono ancora l’innovazione?

C’è infine una questione che chiunque lavori nella corporate innovation conosce bene.

Molte innovazioni arrivano prima delle regole. Succede nell’intelligenza artificiale, nella mobilità, nel fintech, nella salute digitale, nell’energia e in numerosi altri settori regolati.

Un’impresa può avere una tecnologia pronta per essere sperimentata ma non sapere con certezza quali regole applicare. Il regolatore, a sua volta, deve decidere come disciplinare qualcosa che non ha ancora potuto osservare concretamente sul mercato.

La risposta europea sono le regulatory sandbox.

In parallelo allo European Innovation Act, la Commissione propone un quadro per accelerare la trasformazione delle idee innovative in soluzioni di mercato attraverso questi ambienti controllati di sperimentazione.

Il principio è importante: non aspettare che l’innovazione arrivi sul mercato per capire come regolarla, ma consentire a innovatori e regolatori di imparare durante la sperimentazione.

Dalla sandbox alla regolazione come leva dell’innovazione

Una regulatory sandbox non significa una zona senza regole.

Significa creare uno spazio controllato nel quale sperimentare una soluzione innovativa sotto la supervisione delle autorità, comprendendone rischi e opportunità prima della diffusione su larga scala. È un cambio di prospettiva anche per il regolatore.

La regolazione non interviene soltanto dopo l’innovazione. Può contribuire a renderla possibile.

La Startup and Scaleup Strategy europea aveva già indicato regulatory sandbox, Innovation Stress Test e semplificazione normativa come strumenti necessari per creare condizioni migliori per le imprese innovative.

Lo European Innovation Act porta questa logica dentro un disegno più ampio.

La novità più importante: non c’è un altro fondo europeo

È forse questo l’aspetto che distingue maggiormente il nuovo intervento.

L’Europa dispone già di Horizon Europe, European Innovation Council, InvestEU e numerosi programmi nazionali e comunitari.

Il problema che Bruxelles prova ad affrontare non è soltanto quanto denaro pubblico mettere nell’innovazione, ma quanto efficacemente l’ecosistema riesca a trasformare ricerca, finanziamenti e tecnologia in imprese capaci di crescere.

Ed è interessante il risultato dell’analisi economica realizzata dal JRC: interventi regolatori relativamente poco costosi possono produrre, secondo i modelli utilizzati dalla Commissione, effetti economici paragonabili a quelli di grandi programmi di investimento.

Il JRC arriva a una conclusione significativa: una regolazione ben progettata può produrre ritorni economici comparabili, e in alcuni scenari superiori, a quelli dei programmi di investimento diretto, con un costo per il bilancio pubblico molto inferiore.

È una considerazione che può cambiare il modo stesso di intendere la politica dell’innovazione.

Innovation Act, EU Inc. e capitali: i pezzi di un unico progetto

Lo European Innovation Act non va però letto isolatamente.

Fa parte del Competitiveness Compass, la strategia con cui Bruxelles vuole affrontare il ritardo europeo in innovazione e produttività e rafforzare la sovranità tecnologica dell’Unione.

Altri tasselli stanno cercando di affrontare altre parti dello stesso problema.

Con EU Inc., per esempio, Bruxelles punta a creare un regime societario europeo opzionale che permetta alle imprese innovative di operare più facilmente nel mercato unico, con procedure digitali e la possibilità di costituire una società in 48 ore per meno di 100 euro.

La Savings and Investments Union dovrebbe invece mobilitare una quota maggiore del risparmio europeo verso investimenti produttivi e innovazione.

Lo Innovation Act interviene su commercializzazione, IP, domanda pubblica e sperimentazione.

Presi insieme, questi interventi suggeriscono un’ambizione più grande: costruire progressivamente un vero mercato unico europeo dell’innovazione.

Perché avere 27 ecosistemi nazionali, 27 mercati, differenti procedure e differenti condizioni per crescere significa continuare a competere con Stati Uniti e Cina partendo da una frammentazione strutturale.

Che cosa può cambiare per startup e imprese italiane

Per l’Italia le implicazioni sono almeno tre.

La prima riguarda le startup deep tech e gli spin-off della ricerca. Un sistema europeo di valutazione dell’IP potrebbe rendere più semplice trasformare brevetti e tecnologie in strumenti di accesso al capitale.

La seconda riguarda il procurement dell’innovazione. Se realmente sviluppato, può aprire alle startup un mercato molto più grande delle call e degli incentivi: quello dei bisogni della pubblica amministrazione europea.

La terza riguarda le corporate. Sandbox, procurement innovativo e marketplace dell’IP possono creare nuovi strumenti di collaborazione fra grandi aziende, startup, ricerca e settore pubblico.

In altre parole, l’open innovation potrebbe non dipendere soltanto dall’iniziativa delle singole aziende, ma trovare infrastrutture di mercato che rendano più facile sperimentare, acquistare e finanziare innovazione.

Il problema resta l’execution gap

Lo European Innovation Act non risolve naturalmente il problema dell’innovazione europea.

Una proposta normativa deve essere approvata, attuata e soprattutto utilizzata. Un marketplace della proprietà intellettuale funziona soltanto se banche, investitori e imprese iniziano davvero a considerare i brevetti asset finanziabili. Il procurement innovativo produce risultati soltanto se le amministrazioni acquisiscono competenze e disponibilità al rischio. Le sandbox funzionano se i regolatori riescono a utilizzarle con tempi compatibili con quelli delle imprese.

Ed è proprio qui che emerge il paradosso finale.

La Commissione sembra aver individuato uno dei problemi fondamentali dell’Europa: non basta produrre innovazione, bisogna essere capaci di eseguirla.

Ma la capacità di esecuzione sarà anche il banco di prova dello stesso European Innovation Act.

La questione non è più soltanto se l’Europa abbia abbastanza ricerca, startup, brevetti o programmi pubblici. La domanda diventa se riesca a trasformare tutto questo in prodotti, imprese, mercati e nuovi campioni industriali europei.

Perché la competizione globale sull’innovazione non si vince contando quante idee vengono prodotte.

Si vince contando quante riescono a diventare realtà.


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