Ottanta milioni di euro l’anno per quattro anni. È quanto lo Stato ha destinato alla nuova assicurazione sanitaria integrativa per il personale della scuola e del Ministero dell’Istruzione e del Merito. Una misura che riguarda una platea potenziale di oltre 1,2 milioni di lavoratori, tra docenti, personale amministrativo, tecnico e ausiliario, educatori, dirigenti scolastici e dipendenti ministeriali. Il contratto, del valore complessivo di 320 milioni di euro, è stato affidato a una coassicurazione composta da UniSalute, Intesa Sanpaolo Protezione e Poste Assicura.
Che cos’è l’assicurazione per insegnanti?
La copertura messa a disposizione dal Ministero è gratuita per il dipendente, nel senso che non prevede il pagamento individuale del premio assicurativo. Non è però automatica: i lavoratori interessati dovevano esprimere un’adesione volontaria attraverso il portale del Ministero. Alla chiusura della prima finestra, il 20 settembre, le adesioni erano circa 800.000, secondo quanto riportato da Orizzonte Scuola. Il dato però non parrebbe definitivo perché sembrerebbe prevista una riapertura dei termini fino al 30 settembre.
La misura quindi introduce un nuovo strumento di welfare in un settore caratterizzato da una vasta platea di lavoratori e da una quota significativa di contratti a tempo determinato. L’operazione ha però aperto una controversia sul finanziamento: secondo la FLC CGIL, parte delle risorse è stata destinata all’assicurazione a scapito del funzionamento delle scuole; il ministero sostiene invece che si tratti prevalentemente di stanziamenti aggiuntivi, collocati inizialmente su capitoli di bilancio già esistenti proprio per finanziare la polizza.
Cerchiamo quindi di capire meglio la vicenda. Ci sono tre aspetti separati: chi può accedere all’assicurazione, quali prestazioni sono effettivamente coperte e da dove provengono i soldi.
Chi può accedere all’assicurazione
Iniziamo dal primo. La polizza riguarda sia il personale a tempo indeterminato sia quello a tempo determinato con contratto fino al 30 giugno o al 31 agosto. Restano invece esclusi i supplenti brevi. L’estensione ai lavoratori con contratto fino al termine delle attività didattiche è arrivata successivamente al primo stanziamento, con ulteriori 15 milioni di euro annui destinati ad ampliare la platea dei beneficiari.
Per il personale di ruolo la copertura vale fino alla conclusione del contratto assicurativo, prevista per il 29 settembre 2030, salvo chiaramente la cessazione anticipata dal servizio. Per i lavoratori a termine, invece, è limitata alla durata dell’incarico. La prima finestra di adesione si è aperta il 10 settembre, mentre l’assicurazione diventerà operativa dal 30 settembre 2026.
La distinzione tra lavoratori stabili e precari non è secondaria. Alcuni supplenti con contratto al 30 giugno o al 31 agosto hanno incontrato difficoltà nell’adesione perché il loro incarico non risultava ancora registrato nei sistemi ministeriali. È anche per consentire loro di accedere alla polizza che è stata prospettata una nuova finestra di adesione.
Quali prestazioni sono coperte
La polizza è come una normale assicurazione sanitaria. Comprende quindi diverse prestazioni, dai ricoveri per grandi interventi chirurgici fino ad alcune forme di prevenzione, assistenza odontoiatrica e tutela in caso di non autosufficienza permanente.
Il piano sanitario prevede un massimale complessivo di 600.000 euro per annualità e per assistito, ma, come in tutte le assicurazioni, le singole prestazioni sono soggette a limiti specifici. Per il parto non a carico del Servizio sanitario nazionale, per esempio, sono previsti fino a 2.500 euro per quello naturale e 4.000 euro per il cesareo. La prevenzione odontoiatrica comprende una visita e una seduta annuale di igiene orale professionale, con un massimale di 100 euro, mentre per l’implantologia è previsto un limite di 2.400 euro all’anno. Ci sono poi anche programmi di prevenzione cardiovascolare e oncologica.
La gratuità dell’assicurazione non significa però che tutte le prestazioni siano gratuite. Per i grandi interventi chirurgici effettuati nelle strutture convenzionate, per esempio, rimane a carico dell’assistito uno scoperto del 10%, fino a un massimo di 4.000 euro per evento. Questo significa che per una prestazione coperta del costo di 20.000 euro, 2.000 resterebbero a carico del lavoratore.
Anche la possibilità di rivolgersi a strutture non convenzionate incontra delle limitazioni: per alcune garanzie, il rimborso è previsto soltanto quando nella provincia di residenza non siano presenti strutture convenzionate, previa verifica con la centrale operativa.
Da dove arrivano i 320 milioni?
Uno dei temi più caldi è sicuramente quello dovuto alla provenienza dei fondi. È proprio il finanziamento della polizza ad aver alimentato il confronto tra il Ministero dell’Istruzione e del Merito e alcune organizzazioni sindacali, in particolare la FLC CGIL, che non ha sottoscritto l’accordo integrativo.
La misura però nasce con l’articolo 14, comma 6, del decreto-legge 25/2025, che autorizza proprio una spesa di 65 milioni di euro all’anno dal 2026 al 2029. Di questi, 50 milioni annui sono finanziati attraverso una corrispondente riduzione del Fondo per il funzionamento delle istituzioni scolastiche e 15 milioni attraverso il fondo speciale di parte corrente. Successivamente vengono aggiunti altri 15 milioni annui per estendere la copertura anche ai lavoratori con contratto fino al 30 giugno.
La provenienza delle risorse è dunque esplicitata nella normativa ma la controversia riguarda soprattutto la loro destinazione originaria e l’effetto sulle disponibilità economiche delle scuole.
Nella precisazione pubblicata il 14 settembre, il MIM sostiene che 250 dei 320 milioni complessivi siano risorse nuove: 190 milioni inizialmente collocati sul Fondo per il funzionamento delle istituzioni scolastiche e 60 milioni provenienti dalla Tabella A del ministero. I restanti 70 milioni deriverebbero da economie di bilancio, di cui 60 milioni ottenuti attraverso la riduzione del numero dei commissari esterni degli esami di maturità.
Secondo il ministero, dunque, il Fondo sarebbe stato utilizzato come collocazione contabile temporanea per risorse già destinate all’assicurazione, senza sottrarre disponibilità ordinarie agli istituti.
La FLC CGIL contesta questa interpretazione: il sindacato ritiene che le risorse destinate alla scuola avrebbero dovuto contribuire direttamente al funzionamento degli istituti e critica la scelta di utilizzarle per acquistare una copertura sanitaria privata. Per stabilire se e in quale misura l’operazione abbia ridotto le risorse effettivamente disponibili per gli istituti, occorrerebbe confrontare le dotazioni del Fondo prima e dopo gli stanziamenti e le successive variazioni di bilancio. Il riferimento normativo alla sua riduzione, da solo, non ci permette però di quantificare eventuali minori assegnazioni alle singole scuole.
Resta infine da capire quanto la nuova copertura sarà effettivamente utilizzata. Gli 80 milioni annui, rapportati alla platea potenziale di oltre 1,2 milioni di persone, corrispondono a meno di 67 euro per lavoratore all’anno.
In questo caso il primo bilancio potrà essere tracciato quando, accanto alle adesioni, saranno disponibili i dati sulle prestazioni erogate, sui rimborsi effettuati e sull’accessibilità delle strutture convenzionate. Perché, al di là della controversia sui finanziamenti, sarà soprattutto nell’utilizzo concreto di questa assicurazione che si potrà misurare la nuova tutela sanitaria e vedere, soprattutto, quanti la utilizzano.
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