Il gatto con gli stivali: la spy story del Mossad per rovesciare Khamenei


14 luglio 2026 – ore 16:45 – PremessaMentre a Parigi si celebra la festa nazionale, gli USA ci informano che il 13 luglio le forze statunitensi hanno colpito con successo obiettivi militari in tutto l’Iran al fine di indebolire ulteriormente la capacità di Teheran di attaccare il traffico marittimo commerciale, precisando altresì che attualmente oltre 50.000 militari statunitensi sono dispiegati in Medio Oriente. In tale quadro, il Parlamento ungherese ha votato per la rimozione dall’incarico del presidente Tamás Sulyok, ampiamente considerato un fedelissimo dell’ex primo ministro Viktor Orbán, mentre in Polonia non si placano le polemiche sulle formazioni ultranazionaliste ucraine. Infine, merita evidenziare che il presidente rumeno Nicușor Dan, dopo aver partecipato a una riunione della Coalizione dei Volenterosi a Parigi, lunedì 13 luglio, ha affermato che la Romania continuerà a sostenere l’Ucraina e gli sforzi per la sicurezza regionale, sostenendo che investire nella difesa dell’Ucraina significa anche investire nella sicurezza della Romania stessa. In un post su Facebook, Dan ha affermato che le discussioni tra i membri della coalizione hanno ribadito la necessità che l’Europa e i suoi partner continuino a impegnarsi nella costruzione di un solido quadro di garanzie di sicurezza per l’Ucraina. «Mentre procediamo con azioni concrete e una pianificazione coordinata, i nostri sforzi congiunti devono rimanere concentrati sul raggiungimento di un cessate il fuoco e, in definitiva, di una pace giusta, duratura e sostenibile».

Tuttavia, oggi dedicheremo il nostro spazio a una spy story decisamente intrigante, fatta esplodere recentemente dal quotidiano israeliano Haaretz.

Parleremo di operazioni del Mossad in Iran, di curdi, di Turchia e degli Stati Uniti.

All’interno del complotto del Mossad per insediare Ahmadinejad come leader dell’Iran.


Con questo titolo, Michael Hauser Tov, giornalista di Haaretz, quotidiano da sempre schierato contro il governo Netanyahu, descrive nei dettagli come il Mossad sarebbe riuscito a reclutare l’ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad per sostituire la Guida Suprema Ali Khamenei alla guida dell’Iran.

In questa spy story, come vedremo, entrano in scena i curdi dell’Iraq, le perplessità statunitensi e la netta opposizione della Turchia.

Il rapporto completo, decisamente lungo, lo potete leggere al link in descrizione.

In estrema sintesi, si afferma che il Mossad aveva individuato nell’ex presidente Ahmadinejad l’uomo giusto da reclutare, atteso che nel tempo era diventato uno dei maggiori critici del regime. Ahmadinejad, in particolare, aveva manifestato la convinzione che l’Iran non potesse continuare a sopravvivere sotto il regime di sanzioni e che il programma nucleare del Paese fosse diventato più un peso che una risorsa.

Malgrado la guerra con Hamas fosse al suo culmine, afferma sempre Michael Hauser Tov, con l’intensificarsi dei contatti con Ahmadinejad il direttore del Mossad, David Barnea, aveva deciso di concentrare il massimo sforzo sull’Iran, stabilendo che avrebbe supervisionato personalmente l’intera operazione, denominata “Gatto con gli stivali”.


Nella complessa pianificazione dell’intelligence israeliana, Ahmadinejad rappresentava solo un tassello del progetto più ampio volto al cambio di regime in Iran. Il piano prevedeva anche operazioni di influenza all’interno del Paese, un programma per armare e addestrare le forze curde in Iraq, l’attivazione di altri gruppi minoritari per destabilizzare il regime e piani dell’aeronautica militare per creare un corridoio terrestre destinato al movimento delle milizie curde.

Tuttavia, il piano, decisamente ardito, del Mossad non aveva trovato il pieno sostegno del generale di divisione Shlomi Binder, direttore dell’intelligence militare, né quello del generale di brigata Ofir Mizrahi-Rosen, capo della divisione di ricerca dell’intelligence militare. Inoltre, il capo di Stato maggiore delle Forze di Difesa Israeliane, Eyal Zamir, unitamente al consigliere per la Sicurezza nazionale, Tzachi Hanegbi, avevano espresso un netto parere negativo, ritenendo l’intera operazione assolutamente non attuabile.

Netanyahu, malgrado tali pareri negativi, aveva deciso di assecondare il progetto del Mossad, autorizzando l’operazione.

L’operazione “Gatto con gli stivali” prendeva così slancio.

Il Mossad, in estrema sintesi, decideva pertanto di rivolgere la massima attenzione verso le popolazioni curde, sia irachene sia iraniane, con le quali mantiene rapporti stabili fin dagli anni Settanta, facendo molta attenzione a non includere quelle fazioni che si identificavano con un’agenda antiturca, allo scopo di non allarmare eccessivamente Ankara.


Il Mossad prevedeva la partecipazione diretta all’operazione di oltre 16.000 combattenti curdi.

Nel frattempo, parallelamente ai preparativi per la formazione delle unità curde, il Mossad aveva continuato a sviluppare la propria campagna di influenza all’interno della società iraniana, con l’obiettivo di infiltrare la galassia dei commercianti iraniani gravitanti attorno al noto Gran Bazar di Teheran.

Merita ricordare che il Gran Bazar è costituito da una vasta rete di vicoli coperti e vie commerciali che si estende per circa 10 chilometri nel cuore della capitale, da sempre considerato un indicatore del polso dell’opinione pubblica e luogo dal quale si sono sviluppati i più importanti movimenti di protesta in Iran.

Nel corso del 2025, il Mossad dedicava notevoli risorse all’espansione della propria influenza nel Gran Bazar attraverso la continua infiltrazione di agenti. L’obiettivo era quello di accelerare le condizioni necessarie all’esplosione di un clima di protesta popolare che avrebbe dovuto partire dal basso.

Ma, all’inizio dell’estate, con l’avvio della guerra del 2025 contro l’Iran, l’intero progetto si spostò decisamente dall’influenza alla forza. I piani furono rivisti. L’attenzione si concentrò sull’assassinio dei leader iraniani, sui bombardamenti aerei e sulle incursioni delle milizie curde.


Il rapido successo di Al-Julani in Siria rappresentava più di una semplice iniezione di fiducia per Netanyahu. Nei giorni successivi alla caduta del regime di Assad, l’aviazione israeliana distruggeva i sistemi di difesa aerea di fabbricazione russa presenti in Siria, aprendosi un corridoio aereo sicuro verso l’Iran. Il 13 giugno, gli aerei da guerra israeliani si dirigevano verso est, dando inizio all’operazione.

Per dodici giorni veniva martellato il regime degli ayatollah, che si era trovato indifeso. Nel centro di comando sotterraneo delle Forze di Difesa Israeliane a Kirya, noto come “la Fossa”, gli alti ufficiali si erano detti soddisfatti dei risultati. Netanyahu, tuttavia, operava su un piano completamente diverso.

«L’attacco iniziale ebbe successo. Poi si unirono gli americani. Si aveva la sensazione che fosse troppo bello per essere vero», racconta uno di loro. «Fu allora che Netanyahu cominciò a credere che il regime potesse davvero essere rovesciato.»

Tuttavia, il quadro dell’intelligence emerso dopo la guerra dei dodici giorni era completamente diverso. Israele e gli Stati Uniti avevano individuato un ampio e significativo sforzo di ricostruzione in tutto l’Iran. Il regime di Teheran sembrava nuovamente quanto di più lontano si potesse immaginare da quello di Damasco, caduto da poco. Mentre il regime di Assad dipendeva interamente dalla Russia, l’Iran occupava la posizione opposta, rifornendo Mosca di missili e droni. L’industria della difesa iraniana era tornata a produrre a pieno regime.

Netanyahu, a sua volta, decideva di innestare una marcia più alta: la leadership iraniana doveva essere decapitata.


Sei mesi dopo la guerra con l’Iran del giugno 2025, due sviluppi convinsero Israele che gli eventi stavano accelerando. Il primo si verificò all’inizio dell’inverno, quando l’intelligence israeliana si convinse che il programma iraniano di ricostruzione dei missili balistici aveva ricevuto un notevole impulso. A Gerusalemme si giunse pertanto alla conclusione che un’altra campagna militare sarebbe stata inevitabile entro l’estate successiva.

Il 28 dicembre si verificò una seconda svolta. Nel Gran Bazar di Teheran erano scoppiate proteste di vaste proporzioni, alimentate dall’inflazione galoppante e dal crollo del rial, che avevano portato migliaia di persone in piazza. Le manifestazioni si diffusero rapidamente. Il regime rispose con una repressione senza precedenti. L’8 gennaio, dopo aver bloccato internet e imposto un blackout totale delle comunicazioni, le Guardie Rivoluzionarie iniziarono a massacrare i manifestanti. Nel giro di 48 ore migliaia di persone erano state uccise.

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, prometteva agli iraniani che gli aiuti erano in arrivo, manifestando la propria disponibilità a lanciare un’operazione militare.

Netanyahu comprese che i tempi si erano improvvisamente accelerati. Convocò il capo di Stato maggiore delle Forze di Difesa Israeliane, Eyal Zamir, e il capo del Mossad, David Barnea, per una valutazione della situazione.

«L’esercito sarebbe in grado di preparare un piano d’attacco in tempi brevi?», chiese a Zamir.


«Il regime potrebbe essere effettivamente rovesciato se la campagna iniziasse quell’inverno?», domandò invece a Barnea.

Il Mossad era ancora ben lontano dall’avere un piano operativo da presentare. Zamir, tuttavia, fu categorico: «Diamo priorità alle opportunità rispetto alla prontezza».

Kurdistan, gennaio 2026

La disponibilità degli Stati Uniti a entrare in guerra con l’Iran accelerava i preparativi nella regione curda dell’Iraq.

Nelle settimane precedenti al conflitto, agenti del Mossad e alti comandanti delle milizie curde pianificavano insieme l’operazione.


«I funzionari israeliani rimasero colpiti dall’apparente organizzazione delle forze curde, pur essendo composte da guerriglieri. Si trovarono di fronte a comandanti in giacca e cravatta che avevano studiato in prestigiose università degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, a numerose donne impiegate nelle unità combattenti e a un’organizzazione che proiettava un’immagine di ordine e solidità.»

«Le basi curde sembrano campi militari sotto ogni aspetto. C’è una recinzione perimetrale, torri di guardia, pattuglie, campi di addestramento e aree di raduno. Sono come le basi delle Forze di Difesa Israeliane, solo più pulite e organizzate.»

La fase di pianificazione, afferma sempre Haaretz, «si è svolta parallelamente a un’operazione per armare i curdi con armi catturate a Hezbollah durante la guerra in Libano. Gli agenti del Mossad hanno istruito i comandanti curdi sull’utilizzo dei sistemi e, dopo diversi giorni di addestramento estenuante, è stato girato un video che documentava i preparativi».

«Abbiamo visto enormi hangar pieni di armi e attrezzature», ricorda una fonte che ha visionato il filmato. «C’erano file di soldati impeccabilmente vestiti, camion carichi di rifornimenti. Si vedeva che tutto era organizzato meticolosamente.»

Secondo il piano, le forze curde avrebbero invaso l’Iran occidentale sfruttando i raid aerei israeliani, volti a creare un corridoio libero dalle forze iraniane. Il loro obiettivo iniziale era conquistare due città della regione curda dell’Iran, Kermanshah e Marivan, entrambe vicine al confine iracheno. Lì avrebbero dovuto unirsi ai residenti locali e ai combattenti curdi del posto, che avrebbero sostenuto la causa.


Contemporaneamente, altri gruppi minoritari che collaboravano con il Mossad avrebbero dovuto lanciare operazioni in altre zone del Paese. L’idea era quella di attirare le forze iraniane dal centro verso la periferia e avviare una campagna aerea congiunta tra Stati Uniti e Israele per colpire la leadership e l’apparato di sicurezza del regime. Successivamente, una volta che le forze iraniane fossero state indebolite e disperse, la fase seguente sarebbe stata quella di destabilizzare Teheran e le altre grandi città, segnalando all’opinione pubblica iraniana che il regime era sotto attacco da ogni lato e incoraggiandola a prendere le redini del potere nel caos che ne sarebbe seguito.

Il Mossad intendeva combinare quella fase di proteste e disordini con una serie di operazioni volte a stabilizzare un nuovo ordine di governo in modo controllato e pianificato. La fase finale prevedeva operazioni di influenza che avrebbero posizionato Ahmadinejad come naturale successore.

Con l’avvicinarsi dell’attacco, il personale del Mossad e i comandanti curdi esaminarono i piani dettagliati, tracciarono sulle mappe le vie d’invasione e ripassarono i raid di copertura pianificati dall’Aeronautica. Con l’avvicinarsi dell’ora H, il direttore del Mossad in persona partecipò a un incontro faccia a faccia con i leader dei gruppi curdi. Tutto sembrava pronto. Non restava che attendere il via libera della Casa Bianca.

Washington, febbraio 2026

Un rigido inverno aveva attanagliato la capitale americana. Era stato il febbraio più freddo che Washington avesse vissuto in oltre un decennio. Ma l’11 febbraio, quando Netanyahu arrivò alla Casa Bianca, fu accolto da una brezza leggera. Le temperature erano salite sopra lo zero, la neve aveva smesso di cadere e un presidente accogliente lo attendeva nello Studio Ovale.


I piani di guerra erano all’ordine del giorno. Netanyahu riteneva che l’operazione non dovesse limitarsi a danneggiare il programma nucleare iraniano e trascorse gran parte dell’incontro cercando di convincere Trump che il piano del Mossad avrebbe potuto portare a un cambio di regime in Iran. Barnea partecipò all’incontro in videoconferenza dal quartier generale del Mossad a Glilot.

L’esito si rivelò ingannevole: Trump sembrò convinto che i tempi fossero maturi per rovesciare il regime. Ma quando riunì i suoi consiglieri il giorno successivo, l’atmosfera era completamente diversa.

Il vicepresidente JD Vance si mostrò scettico riguardo al piano israeliano. Il segretario di Stato Marco Rubio fu ancora più diretto, definendolo «una sciocchezza». Il direttore della CIA, John Ratcliffe, ridacchiò e lo liquidò come una «farsa». Alti funzionari dell’intelligence presenti nella stanza ritennero che l’aspettativa secondo cui un’invasione curda avrebbe portato a un cambio di regime fosse «lontana dalla realtà». Trump, apparentemente convinto dai suoi consiglieri, concluse affermando che il cambio di regime sarebbe stato «un problema loro».

Non fu soltanto a Washington che il piano incontrò una forte opposizione. Secondo una dettagliata valutazione dell’intelligence, preparata dal generale di brigata Mizrahi-Rosen, capo della Divisione di ricerca dell’intelligence militare israeliana, e dal colonnello N., responsabile della Sezione Iran della stessa Divisione, le probabilità di successo erano basse. Una valutazione separata, condotta dal generale di divisione Binder, anch’egli ai vertici dell’intelligence militare, giunse alla stessa conclusione: la probabilità di un crollo del regime era ridotta.

In realtà, gli alti funzionari dell’intelligence militare ritenevano che un cambio di regime fosse semplicemente irrealizzabile nel breve termine. L’operazione del Mossad, sostenevano, non avrebbe portato a termine il compito: soltanto sforzi prolungati e costanti avrebbero potuto produrre risultati. Il loro maggiore scetticismo si concentrava sulla fase finale, vale a dire l’insediamento di Ahmadinejad. I vertici dell’intelligence ritenevano che cercare di prevedere complessi sviluppi politici nel corso di pochi giorni di caos fosse intrinsecamente inutile.


Binder sostenne inoltre che fosse difficile valutare l’effettivo impegno dei curdi e degli altri gruppi minoritari, rendendo impossibile prevedere come si sarebbero comportati nel momento decisivo. Osservò anche che l’entità del sostegno americano rimaneva incerta e che la posizione degli Stati Uniti avrebbe avuto un impatto determinante sull’intera operazione.

Netanyahu, dal canto suo, era determinato. A differenza del suo consueto approccio, questa volta si concentrava sulle opportunità anziché sui rischi. I curdi avrebbero seminato il caos, l’aviazione avrebbe paralizzato le Guardie Rivoluzionarie e l’industria bellica iraniana, le bombe antibunker statunitensi avrebbero eliminato il programma nucleare e gli americani avrebbero risolto la questione dello Stretto di Hormuz. Ben presto, però, avrebbe scoperto che nulla di tutto ciò si sarebbe avverato.

L’intelligence militare israeliana, al contrario, cercò di enfatizzare i rischi, presentando scenari nei quali l’operazione avrebbe peggiorato la situazione di Israele. I vertici dell’intelligence avvertirono che la caduta del regime di Khamenei avrebbe potuto spianare la strada a un governo militare, privo di istituzioni civili in grado di controbilanciare le Guardie Rivoluzionarie.

Anche un’operazione di successo, sostenevano, avrebbe potuto avere vita breve qualora il nuovo leader fosse stato assassinato. Era già accaduto in Libano, dove Bachir Gemayel fu ucciso nel 1982, e più recentemente a Gaza, dove Yasser Abu Shabab, a capo di una nuova milizia sostenuta da Israele che sfidava il controllo di Hamas sulla Striscia, morì per le ferite riportate in seguito agli scontri tra miliziani rivali nel dicembre 2025.

Una serie di conversazioni avute da Haaretz con alti funzionari della Difesa delinea il seguente quadro: i curdi erano armati e pronti, così come l’aeronautica israeliana. Il via libera definitivo da Washington, però, non arrivò mai. I curdi si rifiutarono di accontentarsi di un semaforo giallo.


Le valutazioni pessimistiche dell’intelligence non indussero Netanyahu a riconsiderare la propria posizione. Con l’avvicinarsi della campagna, convocò il Gabinetto di sicurezza e chiese a Barnea di presentare la fase finale del piano. Quando i ministri appresero che Israele intendeva insediare Ahmadinejad, i loro volti si incupirono all’istante.

«Tutti i membri del Gabinetto di sicurezza erano seduti lì e ognuno aveva un’espressione del tipo: “Che diavolo sta succedendo qui?”», ha ricordato un partecipante alla riunione. «Erano sbalorditi.»

Il rapporto tra il Mossad e Ahmadinejad era stato coltivato in segreto per lungo tempo e, persino tra la manciata di persone che ne erano a conoscenza, ci si riferiva a lui soltanto attraverso nomi in codice. Quando Barnea rivelò l’informazione ai ministri, lo fece soltanto dopo che questi ebbero firmato accordi di riservatezza.

Le reazioni furono accese. I ministri misero Barnea di fronte ad alcuni dettagli del passato di Ahmadinejad ed espressero forti obiezioni al piano.

«Perché preoccuparsi di cambiare il regime, se l’alternativa è altrettanto negativa?», si chiese uno dei partecipanti.


Barnea aveva previsto la reazione. Spiegò pazientemente come si fosse sviluppato il rapporto con l’ex presidente, ne delineò i punti deboli, descrisse il valore che avrebbe potuto apportare e insistette sul fatto che il completamento dell’operazione avrebbe potuto giovare enormemente a Israele. Furono necessari molti minuti e numerose domande prima che il colore tornasse sui volti dei ministri.

Fonti americane che hanno parlato con Haaretz hanno affermato che i funzionari di Washington erano a conoscenza del rapporto con Ahmadinejad. Secondo una fonte, il direttore della CIA avrebbe dato il via libera all’ampliamento della cooperazione con il Mossad sul piano. Lo stesso Trump avrebbe avuto diverse conversazioni con Barnea per monitorare l’andamento dei preparativi. Voleva tenere la situazione sotto controllo.

Verso la fine di febbraio, tutto era pronto. Netanyahu procedeva a passo spedito. Non aveva più bisogno dell’approvazione di nessuno. Il Gabinetto di sicurezza aveva autorizzato il governo ristretto a gestire la guerra.

Durante una delle ultime riunioni di valutazione della situazione, alla quale parteciparono il Gabinetto di sicurezza interno e alti funzionari della Difesa, Barnea ripassò gli ultimi dettagli dell’operazione, prima di sorprendere il capo di Stato maggiore Zamir, affermando che il successo del piano dipendeva dall’assassinio di Khamenei.

Zamir rimase sbalordito. Sebbene le Forze di Difesa Israeliane avessero effettivamente pianificato di assassinare il leader iraniano, operazioni di questo genere, per loro natura, non sempre vanno a buon fine. Soltanto pochi mesi prima, un’operazione simile contro i leader di Hamas in Qatar si era conclusa con un completo fallimento.


«In tal caso, fermate tutto», disse il capo di Stato maggiore.

I piloti dell’aeronautica israeliana stavano per decollare per una missione in profondità nel territorio nemico, a circa 1.500 chilometri da Israele. Una grande responsabilità gravava sulle spalle di Zamir e l’ultima cosa di cui aveva bisogno era che Barnea gli scaricasse addosso anche la responsabilità dell’operazione del Mossad.

La tensione era altissima. Secondo fonti presenti all’incontro, Zamir esplose, affermando che, se l’eliminazione di Khamenei costituiva un prerequisito per il successo del piano del Mossad, allora l’intera operazione doveva essere messa in discussione. Furono necessari diversi minuti prima che gli animi si calmassero. Netanyahu chiarì che, in un modo o nell’altro, avrebbero proceduto.

Baku, marzo 2026

Il finale è noto. Israele e gli Stati Uniti lanciarono un attacco congiunto contro l’Iran. Il primo attacco ebbe un successo inaspettato. Khamenei fu eliminato e gli iraniani subirono pesanti perdite. L’aviazione uccise le guardie incaricate di far rispettare gli arresti domiciliari di Ahmadinejad, spianandogli la strada verso la libertà.


L’invasione curda, tuttavia, non si concretizzò mai. Non si ribellarono neppure gli altri gruppi minoritari. Il grande piano del Mossad avrebbe potuto benissimo non essere mai esistito.

Nelle settimane successive, Israele continuò a sperare in un cambiamento di posizione da parte del governo di Baku. Secondo la CNN, l’Azerbaigian, Paese confinante a nord con l’Iran, aveva permesso al Mossad di stabilire una base sul proprio territorio, da utilizzare come punto di intervento in caso di emergenza. In seguito, il ruolo della base fu ampliato per includere operazioni con droni e attività di intelligence.

Il 18 marzo, al culmine della guerra, Israele effettuò anche un raro attacco isolato contro obiettivi nel Mar Caspio. Tuttavia, anche le speranze riposte in questo canale si rivelarono vane. L’Azerbaigian rimase ai margini e non intensificò il proprio coinvolgimento nel conflitto.

Quali furono le cause del fallimento del piano ideato da Netanyahu e Barnea? Perché i curdi rimasero nelle loro basi?

Il 7 marzo Trump chiarì pubblicamente che non avrebbe dato il via libera all’operazione.


«Non vogliamo che i curdi intervengano», disse Trump ai giornalisti a bordo dell’Air Force One. «Sì, l’ho escluso. Non voglio che i curdi intervengano. Sono disposti a farlo, ma ho detto loro che non voglio che lo facciano. La guerra è già abbastanza complicata senza coinvolgere i curdi.»

Trump potrebbe aver firmato la condanna a morte dell’operazione, ma, in realtà, i piani del Mossad avevano incontrato problemi già da tempo.

Barnea attribuisce il fallimento dell’operazione a due fattori. Il primo fu una telefonata tra Trump e Recep Tayyip Erdoğan, durante la quale il presidente turco esortò il leader statunitense a non collaborare con i curdi. Erdoğan temeva che il successo delle minoranze curde in Iran e in Iraq avrebbe potuto ispirare la minoranza curda presente in Turchia.

Il secondo fattore, secondo Barnea, fu un discorso pronunciato da Trump all’inizio della guerra, nel quale il presidente invitò i cittadini iraniani a rimanere nelle proprie case fino alla conclusione dell’offensiva.

Secondo una fonte che partecipò alle discussioni del Gabinetto di sicurezza interno, «il Mossad aveva fissato diverse tappe fondamentali per l’avanzamento dell’operazione, ma ogni volta non riuscì a raggiungerle. Aveva promesso di coinvolgere i curdi, ma non ci riuscì; aveva promesso di coinvolgere altre minoranze, ma anche questo non funzionò; aveva promesso di condurre varie operazioni di influenza, ma neppure queste ebbero successo. Ogni volta si verificava un ulteriore ritardo».


In realtà, l’inchiesta di Haaretz rivela che l’operazione curda fu rinviata due volte prima che Trump la annullasse definitivamente. Il piano originario prevedeva l’invasione a partire dal sesto giorno di guerra. Dopo l’attacco iniziale, si decise che i curdi sarebbero partiti due giorni prima. Con l’avvicinarsi della nuova ora H, tuttavia, divenne chiaro che l’aeronautica militare non era pronta a fornire copertura aerea secondo la nuova tempistica e l’operazione fu rinviata di diversi giorni.

Prima della nuova ora H, Barnea arrivò alla Fossa di Kirya per monitorare da vicino gli ultimi preparativi necessari alla creazione di un corridoio sterile per le milizie. L’aeronautica era pronta. Questa volta, però, furono i curdi a rifiutarsi di muoversi. Inizialmente si parlò di un rinvio di 48 ore. Dopo un giorno, tuttavia, tutti compresero che l’invasione era stata annullata.

Una serie di conversazioni avute da Haaretz con alti funzionari della Difesa delinea il seguente quadro: i curdi erano armati e pronti e l’aeronautica era pronta a intervenire. Ma il via libera definitivo da Washington non arrivò mai. I curdi si rifiutarono di accontentarsi di un semaforo giallo.

I leader delle milizie avevano chiarito fin dall’inizio che l’approvazione americana era di primaria importanza. Negli incontri con il personale del Mossad avevano ricordato la precedente cooperazione tra i gruppi curdi e gli Stati Uniti, conclusasi disastrosamente dopo il ritiro del sostegno da parte di Washington. Gli uomini erano stati massacrati e le donne violentate.

Mentre alcuni alti ufficiali israeliani erano disposti a tollerare la possibilità di un tiro al bersaglio, partendo dal presupposto che, «nella peggiore delle ipotesi, non avrebbe funzionato», i curdi non avevano alcuna intenzione di diventare facili bersagli.


Quando Barnea si rese conto del fallimento dell’iniziativa, ordinò al personale del Mossad di preparare un piano alternativo per il cambio di regime entro 48 ore. I funzionari rimasero sbalorditi. Operazioni di questo tipo richiedono anni di pianificazione. Ciononostante, due giorni dopo presentarono a Barnea una nuova proposta, sebbene incomparabilmente più modesta rispetto al piano curdo.

L’operazione alternativa si concentrò sul Chaharshanbe Suri, una festività iraniana preislamica divenuta nel tempo associata all’opposizione al regime. Durante questa ricorrenza, che quell’anno cadeva il 17 aprile, vengono accesi falò e sparati fuochi d’artificio. Il Mossad riteneva che l’occasione potesse offrire un’opportunità per innescare proteste e propose di attivare a tale scopo alcune delle proprie risorse chiave.

Durante l’anno precedente alla guerra, gli agenti israeliani avevano stabilito contatti con leader locali in Iran in grado di mobilitare la popolazione e spingerla a scendere in piazza.

L’intelligence militare si oppose, sostenendo che non vi fosse alcuna possibilità concreta di scatenare una protesta significativa durante la guerra. I funzionari avvertirono che l’attivazione di tali risorse le avrebbe esposte e che l’operazione avrebbe avuto maggiori probabilità di causare danni anziché benefici. Netanyahu accettò la loro valutazione e il piano fu abbandonato con la stessa rapidità con cui era stato concepito.

Il sogno di portare Ahmadinejad al potere svanì. Nei giorni successivi, il Mossad spostò la propria attenzione sull’attacco alle basi e ai posti di blocco dei Basij, utilizzando droni dispiegati sul territorio iraniano parallelamente ai raid dell’aviazione israeliana.


In Israele, i funzionari parlavano di «reprimere i repressori», nella speranza che l’indebolimento dei Basij avrebbe incoraggiato le proteste, se non durante la guerra stessa, almeno una volta terminata. Dopo pochi giorni, anche questo tentativo fu abbandonato.

L’indicazione più chiara della gravità della situazione venne dallo stesso Barnea. Il direttore del Mossad smise semplicemente di partecipare alle riunioni quotidiane di valutazione della situazione. Durante i primi giorni di guerra dormiva alla Kirya. Quando non ebbe più nulla da riferire, mandò il proprio vice. In alcune riunioni furono i capi Divisione a rappresentare il Mossad.

I presenti compresero che era finita.

Epilogo – Una cronaca di fallimenti

C’è qualcosa di ingannevole nel piano del Mossad. Da un lato, i risultati ottenuti furono impressionanti: Barnea e i suoi agenti riuscirono a persuadere un ex presidente, che godeva di un autentico sostegno popolare, a servire gli interessi di Israele. Si assicurarono la collaborazione di diversi gruppi curdi per un’offensiva di terra, armandoli e addestrandoli. Coltivarono una rete di collaboratori a Teheran, dispiegarono droni in tutto il Paese e stabilirono una base in Azerbaigian. Eppure, al momento decisivo, nulla funzionò. Del grande piano non rimasero che castelli in aria.


«Questo è un fallimento del Mossad», afferma una fonte di alto livello della sicurezza, «e deriva dalla convinzione di poter rovesciare un regime con capacità così limitate». Altre fonti hanno espresso opinioni simili. Hanno sottolineato che questo ambizioso piano, che avrebbe dovuto essere il frutto di molti anni di lavoro, era stato in realtà concepito in pochi mesi.

Secondo una fonte a conoscenza del piano, il problema era che ogni fase dipendeva da quella precedente. «La pietra angolare era l’operazione curda e, senza di essa, i progressi erano impossibili. Una buona operazione non si costruisce in questo modo, facendo dipendere tutto da un singolo anello della catena.»

Un altro fattore evidenziato dalle fonti è la superbia, unita alla determinazione di raggiungere l’obiettivo a qualsiasi costo, fino al punto di ignorare i rischi. Proprio come Netanyahu non consultò i suoi predecessori e rimase indifferente agli avvertimenti dell’intelligence militare, anche i vertici del Mossad si comportarono in modo molto simile.

Altri sostengono che sia troppo presto per giungere a un verdetto definitivo. Il piano potrebbe non essersi concretizzato, ma le conseguenze della campagna più ampia potrebbero non essere chiare per anni. Sottolineano che anche Israele uscì dalla seconda guerra del Libano con l’amaro in bocca, per poi godere di 17 anni di relativa tranquillità.

Barnea stesso continua a credere che il regime sia destinato a crollare e prevede che ciò avverrà entro uno o tre anni. Tuttavia, ammette anche che, in caso di un accordo tra Stati Uniti e Iran che porti allo sblocco dei beni e alla revoca delle sanzioni, vi siano buone probabilità che il regime sopravviva. E non soltanto sopravviva. Sarebbe un regime che ha resistito a proteste diffuse, a un attacco della più grande potenza mondiale e a una prolungata campagna di pressione sulla questione dello Stretto di Hormuz. Il denaro affluirebbe e la produzione di armamenti aumenterebbe vertiginosamente. La scommessa di Netanyahu potrebbe comunque costare cara a Israele.


https://www.haaretz.com/israel-news/israel-security/2026-07-13/ty-article-magazine/.premium/inside-the-mossad-plot-to-install-ahamadinijad-as-irans-leader/0000019f-5b28-de66-a5bf-5b7b3bbd0000?fromLogin=success

Perché i retroscena dell’incontro tra il Mossad e Ahmadinejad vengono resi pubblici proprio ora?

In merito al conflitto in Iran, Yonah Jeremy Bob, brillante giornalista del Jerusalem Post, con questo titolo in prima pagina ci offre un’attenta analisi della situazione, che desidero proporvi in alcuni passaggi, unitamente ai contenuti di un’intervista che l’ex capo dell’intelligence militare israeliana, il generale Tamir Hayman, oggi direttore del prestigioso Institute for National Security Studies di Tel Aviv, ha recentemente rilasciato all’emittente televisiva americana Public Broadcasting Service (PBS).

Sia l’analisi del Jerusalem Post sia l’intervista a Hayman possono essere consultate in originale ai link presenti in descrizione.

Da queste valutazioni emerge con chiarezza la significativa incrinatura esistente tra l’Amministrazione americana e Israele, nonché il ruolo decisivo assunto dalla Turchia nell’intera vicenda iraniana. Non dimentichiamo mai il peso di Ankara, Paese membro della NATO che, con l’ascesa al potere di Erdoğan, si è schierato sulle posizioni della Fratellanza Musulmana, di fatto antisioniste, seppure abilmente mascherate da una retorica politico-diplomatica particolarmente efficace.


Merita ricordare che la rinnovata «vicinanza» oggi esistente tra Washington e Ankara è stata plasticamente confermata dalle recenti dichiarazioni rilasciate da Trump nella capitale turca, nel corso dell’ultimo vertice della NATO.

Il generale Tamir Hayman, nell’occasione, aveva evidenziato che «nella pianificazione operativa israeliana in Iran erano state previste una serie di operazioni speciali, davvero uniche, che avrebbero dovuto avere luogo. Il reclutamento di Ahmadinejad faceva parte di quella sequenza. Il resto delle operazioni non è mai stato completamente reso pubblico, ad eccezione dell’invasione curda».

Interrogato sul motivo per cui il piano volto a sostituire Khamenei con Ahmadinejad fosse fallito, Hayman aveva risposto: «Perché il fulcro di tutta la sequenza avrebbe dovuto essere l’invasione curda. Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, che considerava i curdi una vera minaccia strategica per la stabilità della Turchia, convinse il presidente statunitense Donald Trump che concedere uno Stato ai curdi fosse una cattiva idea. Sostenere i curdi va contro gli interessi della Turchia e credo che questo abbia influito sulla decisione di Trump di annullare l’operazione».

In tale cornice, il Jerusalem Post dedica ampio spazio alla crisi nei rapporti tra Washington e Gerusalemme, citando continue fughe di notizie che non proverrebbero da parte israeliana. Il tentativo, afferma sempre l’autorevole organo di stampa israeliano, potrebbe essere chiaro: «Israele, non ci fidiamo di voi, quindi lasciateci in pace».

L’Amministrazione Trump, afferma sempre Yonah Jeremy Bob, o almeno una parte di essa, mantiene ancora stretti legami con alti funzionari israeliani. Tuttavia, molti di questi funzionari, compresi alcuni esponenti della classe politica e del Mossad, si sono inimicati diverse persone da quando la guerra con l’Iran è precipitata. Hanno alienato il vicepresidente statunitense JD Vance, molti ufficiali del Pentagono, funzionari della CIA e certamente chiunque fosse affiliato all’ex direttrice dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard o agli inviati speciali Jared Kushner e Steve Witkoff, a causa delle loro aspettative esagerate.


Sebbene i funzionari della Difesa israeliana possano addurre argomentazioni plausibili a sostegno della tesi secondo cui l’ultima guerra abbia giovato ad alcuni interessi di Israele, allontanando per anni le minacce nucleari e missilistiche balistiche e indebolendo l’esercito iraniano, l’Amministrazione Trump e gli Stati Uniti la considerano sempre più un fallimento.

I danni economici per gli Stati Uniti sono stati devastanti, mentre quelli politici per Trump potrebbero rivelarsi duraturi. A quasi cinque mesi dall’inizio della guerra, la situazione nello Stretto di Hormuz non è ancora stabile e gli obiettivi fondamentali in materia di armi nucleari sono ben lungi dall’essere definiti, sebbene potrebbero ancora essere raggiunti in un secondo momento, qualora Trump avesse la pazienza di portarli a termine.

Tutto ciò significa che, sebbene sia affascinante scoprire come il Mossad sia riuscito a reclutare Ahmadinejad, un tempo considerato il più grande nemico di Israele, il finale di questa vicenda non appare altrettanto favorevole per lo Stato ebraico.

https://www.jpost.com/middle-east/iran-news/article-902387

https://www.pbs.org/video/tamir-hayman-aar6ta/


Israele e Turchia si contendono l’egemonia regionale

Desidero concludere questo articolo, decisamente amaro per Israele, richiamando alcune considerazioni espresse il 14 luglio da Yoni Ben Menachem, autorevole analista del Jerusalem Center for Security and Foreign Affairs, perché offrono la possibilità di comprendere il punto di vista strategico di Gerusalemme sull’intero quadrante mediorientale, anche alla luce delle forti polemiche interne suscitate da Haaretz con il suo lungo articolo che, nel giro di poche ore, ha fatto il giro delle redazioni europee e internazionali.

Yoni Ben Menachem sostiene che, secondo diversi diplomatici, lo stretto rapporto tra il presidente Donald Trump e il presidente Recep Tayyip Erdoğan deriverebbe principalmente da due fattori.

Il primo sarebbe rappresentato dall’ottimo rapporto personale esistente tra i due leader, determinato, forse, dalla nota inclinazione di Trump a privilegiare i rapporti con leader forti, capaci di esercitare un saldo controllo politico.

Il secondo riguarderebbe un più ampio cambiamento strategico nel pensiero dell’amministrazione statunitense, che considera sempre più la Turchia come un attore regionale in grado di assumere alcuni dei ruoli tradizionalmente svolti da Israele, in particolare nella gestione degli affari mediorientali e nel dialogo con gli Stati arabi preoccupati dall’influenza iraniana.


All’interno dell’amministrazione americana, afferma ancora Yoni Ben Menachem, si sta diffondendo la consapevolezza che riprendere lo scontro con l’Iran con gli stessi metodi impiegati in passato difficilmente produrrà risultati diversi. Anche una campagna militare di più ampia portata potrebbe comportare un elevato costo politico, economico e militare per gli Stati Uniti. Di conseguenza, Washington starebbe valutando la possibilità di fare maggiore affidamento sui partner regionali, primo fra tutti la Turchia, anziché dipendere quasi esclusivamente da Israele.

Nonostante la storica rivalità con l’Iran, Ankara non ha alcun interesse in uno scontro militare con Teheran, né mira a costruire un’alleanza strategica con la Repubblica islamica. I due Paesi mantengono invece una competizione silenziosa per l’influenza regionale, preservando al contempo aree di interesse comune che richiedono una gestione prudente. Secondo fonti diplomatiche, i responsabili politici turchi ritengono che gli Stati del Golfo abbiano commesso un errore strategico durante la recente guerra, affidandosi prevalentemente agli Stati Uniti e a Israele.

La Turchia cerca ora di capitalizzare il mutato scenario regionale per affermarsi come potenza guida del mondo sunnita e come principale centro di influenza nel Levante, non soltanto nei confronti dell’Iran, ma anche in competizione con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti.

Il 9 luglio il primo ministro Benjamin Netanyahu ha parlato telefonicamente con il presidente Trump e, tra gli argomenti affrontati, figuravano anche le relazioni tra Israele e Turchia. Secondo l’ufficio del primo ministro, Netanyahu ha sottolineato «la gravità delle dichiarazioni del presidente Erdoğan e dei suoi collaboratori, che mettono in discussione la legittimità dello Stato di Israele».

Israele è inoltre sempre più preoccupato dalla possibilità che gli Stati Uniti possano approvare la richiesta della Turchia di acquistare caccia stealth F-35 e motori F110 destinati al KAAN, il velivolo da combattimento di nuova generazione sviluppato dall’industria nazionale turca.


Il primo ministro Netanyahu si è ripetutamente rivolto direttamente al presidente Trump affinché blocchi la vendita proposta, sostenendo che essa comprometterebbe il vantaggio militare qualitativo (QME) di Israele. Parallelamente, Gerusalemme sta esercitando pressioni sui membri del Congresso appartenenti a entrambi i partiti per impedire l’approvazione dell’accordo.

L’apparato della difesa israeliano si sta preparando anche all’eventualità che tali sforzi falliscano. In quel caso, Gerusalemme cercherà di ottenere che la Turchia riceva una configurazione meno avanzata del velivolo, mentre l’aeronautica israeliana continuerà a utilizzare la versione più sofisticata.

Parallelamente, Israele sta chiedendo agli Stati Uniti un pacchetto di compensazioni che comprenda ulteriori munizioni a guida di precisione, sistemi d’arma avanzati, una maggiore cooperazione nei settori della sicurezza e della tecnologia e limitazioni al dispiegamento militare turco in Siria.

La rivalità tra Israele e Turchia si sta sviluppando contemporaneamente su diversi fronti.

Sul fronte palestinese, Israele accusa la Turchia di sostenere Hamas ospitando alcuni dei suoi principali leader e fornendo all’organizzazione sostegno politico e finanziario. Gerusalemme si oppone inoltre a qualsiasi futura partecipazione turca a una forza internazionale nella Striscia di Gaza ed è sempre più preoccupata dalla crescente influenza di Ankara all’interno del sistema politico palestinese.


Israele guarda con crescente attenzione anche al ruolo assunto dalla Turchia in Siria. Sta lavorando per impedire ad Ankara di stabilire basi militari permanenti e sistemi di difesa aerea nel Paese, temendo che tali dispiegamenti possano limitare la libertà operativa dell’aeronautica israeliana.

Anche nel Mediterraneo orientale la competizione si è intensificata. La Turchia si oppone alla crescente cooperazione nei settori della sicurezza e dell’energia tra Israele, Grecia e Cipro, mentre Israele continua ad approfondire il proprio partenariato strategico con Atene e Nicosia, promuovendo iniziative energetiche regionali senza coordinarsi con Ankara.

Alti funzionari della sicurezza israeliana stanno monitorando attentamente la continua espansione dell’industria della difesa turca, il crescente dispiegamento di forze militari in Siria e in altri teatri operativi, nonché la rapida modernizzazione dell’aeronautica militare turca.

Secondo le valutazioni di diversi alti diplomatici, Israele e Turchia non si trovano attualmente sull’orlo di uno scontro militare diretto. Ciononostante, sono impegnati in una competizione strategica di lungo periodo per definire il futuro equilibrio regionale del Medio Oriente.

Israele cerca di preservare la propria posizione di potenza dominante nella regione attraverso la superiorità militare, la speciale alleanza strategica con gli Stati Uniti, l’espansione degli accordi di normalizzazione con gli Stati arabi e la continua marginalizzazione della questione palestinese nell’agenda regionale.


La Turchia, al contrario, sta lavorando per plasmare un nuovo ordine regionale nel quale possa fungere da principale centro di potere del mondo sunnita, espandere la propria influenza in tutto il Levante e diventare uno dei principali artefici del sistema regionale emergente.

Con il progressivo scontro tra queste due visioni strategiche contrapposte, la rivalità tra Gerusalemme e Ankara è destinata a intensificarsi, emergendo come una delle principali linee di faglia geopolitiche del Medio Oriente nei prossimi anni.

Conclusione

Questo lungo articolo, intessuto di spy story, fughe di notizie, operazioni del Mossad, del fallimento dell’operazione in Iran, repentini cambi di strategia e devastanti ricadute politiche, sembra confermare plasticamente la precarietà e la fragilità del periodo storico che stiamo vivendo.

Mancano punti di riferimento, manca una rotta certa. Si naviga a vista e l’incertezza sembra assumere un ruolo dominante, diventando l’unica costante di una realtà complessa, instabile e in continua trasformazione.


Le alleanze cambiano rapidamente. Gli Stati Uniti incidono su ogni scenario, modificando continuamente i rapporti di forza, forse con il desiderio ultimo di disimpegnarsi, ma finendo invece per rimanere impigliati in reti geopolitiche sempre più fitte, nelle quali sia il conflitto in Ucraina sia il Medio Oriente li vedono inevitabilmente protagonisti.

L’Europa appare in difficoltà anche in questo quadrante mediorientale allargato. Interessi divergenti si scontrano persino all’interno delle cancellerie europee, rendendo ancora più complessa l’elaborazione di una strategia comune.

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di cinque saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; “Un altro mondo” (2025) e “Ultimo Miglio” (2026), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.


Articolo di Stefano Silvio Dragani




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