Scopri i limiti della prova nel delitto di atti persecutori e perché la conflittualità reciproca può portare all’assoluzione dell’imputato.
La convivenza tra persone che hanno condiviso legami affettivi o familiari in passato può trasformarsi in un terreno di scontro durissimo, specialmente quando entrano in gioco nuovi rapporti sentimentali. In molti casi, la tensione sfocia in denunce per molestie che arrivano nelle aule dei tribunali, dove i giudici devono distinguere tra un semplice rapporto conflittuale e una vera e propria attività criminale. Di qui il problema dell’onere della prova nello stalking e l’eventuale contrasto tra dichiarazioni dei testimoni per stabilire quale di queste prevalga.
La legge protegge chi subisce persecuzioni, ma richiede che le accuse siano supportate da elementi solidi e non solo da dichiarazioni cariche di risentimento. In assenza di prove esterne o quando le versioni delle parti sono speculari e opposte, il sistema giudiziario adotta un criterio di estrema prudenza per evitare che il processo diventi lo strumento di una vendetta personale tra ex coniugi o nuovi partner.
Quali sono gli elementi che definiscono gli atti persecutori?
Il delitto di atti persecutori, noto comunemente come stalking, punisce chiunque rivolge a un’altra persona condotte reiterate di minaccia o molestia (art. 612 bis cp). Queste azioni devono essere tali da provocare uno di questi tre eventi alternativi: un perdurante e grave stato d’ansia o di paura, un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto, oppure la costrizione a alterare le proprie abitudini di vita. La legge non richiede che si verifichino tutti e tre, ma ne basta uno solo affinché il comportamento sia punibile.
Per fare un esempio pratico, se una persona subisce continui appostamenti sotto casa o riceve insulti quotidiani, e a causa di ciò smette di uscire da sola o cambia strada per andare al lavoro, ci troviamo di fronte a un possibile scenario di stalking. Tuttavia, la giurisprudenza precisa che le condotte devono essere “reiterate”, ovvero devono ripetersi nel tempo. Un singolo episodio di lite, per quanto violento verbalmente, non basta a configurare questo specifico delitto. La norma serve a tutelare la libertà morale e la serenità individuale, ma impone al giudice di verificare che esista un nesso diretto tra il comportamento dell’agente e il turbamento psicologico della vittima. Senza questo legame provato, il fatto non può essere punito come persecuzione.
Come viene valutata la parola della persona offesa?
Nel processo per stalking, la prova principale è quasi sempre costituita dalle dichiarazioni della persona offesa. A differenza di altri procedimenti, la testimonianza della vittima può essere sufficiente da sola a condannare l’imputato, ma deve superare un vaglio di attendibilità molto rigoroso. Il giudice deve analizzare se il racconto è coerente, costante nel tempo e privo di contraddizioni logiche. Questo compito diventa ancora più difficile quando tra le parti esiste una conflittualità reciproca radicata.
In situazioni di odio profondo, come quelle che possono nascere tra un’ex moglie e la nuova compagna dell’ex marito, il rischio che la denuncia sia influenzata dal desiderio di colpire l’avversaria è alto. Se la denunciante ha già avviato numerosi contenziosi civili o altre querele per motivi diversi, la sua credibilità può essere minata. Per questo motivo, la giurisprudenza richiede che la versione della vittima sia supportata, dove possibile, da riscontri oggettivi esterni. La parola di chi si dice perseguitato deve essere “pesata” con cura, specialmente se l’imputata nega ogni addebito e fornisce una versione dei fatti totalmente diversa ma altrettanto plausibile.
Cosa succede se le versioni dei fatti sono speculari?
Un problema frequente nei processi per atti persecutori è la presenza di narrazioni opposte. In molti casi, l’imputata non si limita a difendersi, ma sostiene a sua volta di essere la vera vittima di molestie da parte della denunciante. Quando ci si trova davanti a due persone che si accusano a vicenda degli stessi comportamenti (insulti, minacce, appostamenti), il quadro probatorio diventa “grigio”. In gergo giuridico si parla di versioni speculari.
Se entrambe le parti sostengono di aver subito dispetti e vessazioni a causa della vicinanza delle abitazioni o di rapporti familiari tesi, il giudice deve cercare elementi che facciano pendere l’ago della bilancia da una parte o dall’altra. Se l’istruttoria non riesce a chiarire chi ha iniziato o chi ha tenuto la condotta più grave, permane un dubbio insuperabile sulla realtà storica dei fatti. In presenza di questo dubbio, il magistrato non può condannare, poiché nel nostro sistema vige il principio secondo cui ogni incertezza va a favore dell’imputato. La semplice esistenza di un clima di odio e di reciproci dispetti non permette di isolare una condotta di stalking univoca e certa.
Qual è il ruolo dei testimoni e delle prove esterne?
Per superare lo stallo tra due versioni contrastanti, sono essenziali le testimonianze di terze persone che non abbiano interessi personali nella lite. Tuttavia, non sempre i testimoni sono d’aiuto. In contesti condominiali o di vicinato, i testi possono essere a loro volta schierati con l’una o con l’altra fazione, oppure possono aver assistito solo a frammenti di discussioni senza comprenderne l’origine.
Perché una prova sia utile a confermare lo stalking, occorrono:
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le testimonianze dirette di persone estranee ai fatti che abbiano visto gli appostamenti o sentito le minacce;
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i filmati delle telecamere di sorveglianza che riprendano i comportamenti persecutori;
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le registrazioni audio o i messaggi di testo dal contenuto inequivocabile;
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i certificati medici o le relazioni psicologiche che attestino un reale e profondo stato d’ansia;
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i documenti che provino il mutamento delle abitudini di vita, come un contratto di affitto in un altro comune.
Se, al contrario, i testimoni portati dalla difesa smentiscono quelli dell’accusa o forniscono alibi credibili (ad esempio provando che l’imputata era altrove durante un episodio chiave), l’accusa vacilla. La mancanza di riscontri esterni trasforma il processo in una sfida di credibilità soggettiva che spesso si conclude con l’assoluzione.
Il cambio di casa prova automaticamente lo stalking?
Uno degli elementi spesso portati a sostegno dell’accusa di stalking è la decisione della vittima di trasferirsi in un’altra abitazione o addirittura in un altro Comune. Si sostiene che un gesto così drastico sia la prova evidente del timore per la propria incolumità. Tuttavia, la giurisprudenza è cauta su questo punto. Il trasferimento deve essere la conseguenza diretta ed esclusiva degli atti persecutori.
Il giudice deve verificare se il trasloco sia stato causato dalle molestie o se esistessero altre ragioni, come la fine di un contratto di locazione o il desiderio di allontanarsi da un vicino sgradito per motivi di semplice incompatibilità caratteriale. Se il clima tra vicine di casa è di odio reciproco, il trasferimento potrebbe essere una scelta dettata dalla volontà di non discutere più, piuttosto che da una vera paura per la vita. Se non viene provato il nesso di causalità tra la condotta dell’imputata e la scelta di cambiare vita, il reato di cui all’art. 612 bis cp non può essere considerato sussistente. Il solo fatto di aver cambiato casa non è una “prova regina” se il resto del quadro indiziario è debole e contraddittorio.
Perché si arriva all’assoluzione per insufficienza di prove?
Il codice di procedura penale stabilisce che il giudice deve assolvere l’imputato non solo quando è certo della sua innocenza, ma anche quando manca la prova che il fatto sussista o quando la prova è insufficiente o contraddittoria (art. 530, comma 2, cpp.). Nel caso dei delitti tra ex coniugi o nuove compagne, l’assoluzione è l’esito più frequente quando le indagini non portano a risultati univoci.
Questa formula viene utilizzata quando:
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le dichiarazioni della vittima sono ritenute poco attendibili a causa del forte rancore;
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non ci sono testimoni imparziali che confermino gli episodi di violenza o minaccia;
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esiste una versione alternativa dei fatti supportata da elementi logici;
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non è provato che lo stato d’ansia sia stato causato proprio da quei comportamenti specifici.
In questi casi, il magistrato riconosce che il fatto potrebbe essere accaduto, ma non ne ha la certezza legale necessaria per superare il ragionevole dubbio. Proteggere un imputato dal rischio di una condanna ingiusta è considerato un valore superiore rispetto alla punizione di un reato di cui non si ha la piena prova. L’assoluzione con formula piena “perché il fatto non sussiste” cancella ogni ombra sulla condotta dell’accusata, restituendole la dignità sociale e giuridica.
Come distinguere la molestia dal semplice litigio tra vicini?
La differenza tra un comportamento molesto punibile e un aspro litigio tra confinanti risiede nell’intensità e nella finalità della condotta. Il litigio, anche se ripetuto, rimane nell’ambito della maleducazione o della micro-conflittualità se non ha l’effetto di annientare la serenità della controparte. Nello stalking, invece, c’è una sorta di “assedio” psicologico che mira a controllare o distruggere la vita dell’altro.
Un esempio di gesto che potrebbe sembrare stalking ma che richiede prove certe è il gesto del “taglio della gola”. Se fatto in un contesto di lite furibonda e isolata, può essere una minaccia semplice. Se ripetuto ogni mattina alla finestra, accompagnato da appostamenti, diventa un atto persecutorio. Tuttavia, se la denunciante riferisce il gesto ma nessuno lo ha visto e l’imputata nega tutto, il giudice si trova nell’impossibilità di decidere. La credibilità della vittima deve essere talmente forte da resistere a ogni dubbio. In contesti di odio reciproco, ogni gesto viene interpretato in modo estremo dalle parti, e spetta alla legge riportare tutto sul piano della realtà oggettiva.
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Raffaella Mari
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