Nasce a Comiso, in Sicilia, il Museo dedicato a Nino Caruso


Per Nino Caruso l’esistenza fu innanzitutto un fatto resistenza, di naturale insofferenza. Fu insofferente alle consuetudini, ai compartimenti stagni e a quei confini entro cui era costretto il mondo della ceramica, con la sua tradizione, le sue tecniche, i suoi materiali tanto poveri quanto sorprendenti. Un’arte minore, associata più all’artigianato e alla decorazione che non all’arte pura. Nino Caruso se ne infischiò di quei limiti e continuò a farsi spazio, a spingere più in là ricerca per testare possibilità nuove. E trasformò la tecnica in linguaggio e i materiali in materia d’elezione, in sostanza parlante, creativa.

Il Museo Nino Caruso a Comiso

Oggi in Sicilia si compie un sogno perseguito con determinazione. Il Museo delle Arti Ceramiche Nino Caruso è stato inaugurato a giugno 2026 nel centro storico di Comiso, paese del ragusano inondato di quella luce assoluta che a sud-est pervade le architetture barocche costruite con pietra arenaria, chiarissima. Di Comiso era la sua famiglia e lì aveva trascorso la giovinezza prima trasferirsi nella Capitale: il legame con la terra d’origine non si sarebbe spezzato mai.
L’idea di realizzare questo piccolo tempio, dove ricongiungere ricerca artistica e radici familiari, fu sua: una quindicina d’anni fa individuò lo spazio, progettò gli allestimenti e mise in moto la macchina istituzionale. Tre giunte comunali si sono succedute da allora: al netto dei giri della politica e dei consueti ostacoli economici e burocratici, l’obiettivo non è venuto meno.

Fondamentale l’intercettazione dei fondi Mibact nell’ambito del Piano per l’Arte Contemporanea 2024, con l’impegno caparbio dalla sindaca Maria Rita Schembari, affiancata da CIVITA Sicilia che gestisce i servizi museali per conto del Comune.
Una donazione di 100 opere del maestro costituisce il cuore del museo, allestito in un ambiente dell’ottocentesco Mercato Casmeneo, dove ha sede anche la Fondazione Bufalino. Non abbastanza grande da includere spazi per mostre temporanee, ma fin da subito impegnato nell’elaborazione di attività didattiche, di residenze d’artista, di percorsi per l’accessibilità, con tutta l‘intenzione di funzionare da attivatore culturale, più che come luogo di mera conservazione.

Comiso, Museo delle Arti Ceramiche Nino Caruso

Nino Caruso, artista postmoderno e internazionale

Nino Caruso è scomparso nel 2017, nove anni prima che quella visione diventasse realtà. I figli Stefano e Andrea sono stati il suo sguardo e la sua voce, nel privilegio di un’eredità culturale e affettiva raccolta con dedizione, non dimenticando il senso dei sacrifici vissuti quando l’Italia era un paese stremato, in miseria, privo di un’idea di futuro. Non erano stati per lui un impedimento le umili origini, le peripezie nei giorni della guerra e i salti nel vuoto per reinventarsi: senza programmarlo, senza aneliti di carriera e di successo, sperimentò dagli anni ‘50 in poi il suo talento, fino a diventare un nome illustre nel mondo delle arti ceramiche. Riconoscimento di portata internazionale, viste le molte mostre e committenze messe insieme in Europa, negli Stati Uniti, nel Sud America, e soprattutto in Giappone, Paese con cui stabilì un profondo rapporto d’amicizia .

Fu un artista postmoderno ante litteram, capace di spaziare tra interior design, scultura, arte pubblica, sedotto anche dal mondo dell’industria e delle produzioni in serie (particolarmente fecondo fu il sodalizio con l’azienda di ceramiche CAVA, a Cava dei Tirreni). Il suo linguaggio personalissimo spinse la memoria di simboli, elementi architettonici, reperti antichi e oggetti d‘uso quotidiano verso un’astrazione dolcemente onirica, organica, nell’armonia di segni, geometrie, incastri modulari. Erano vasi, figure mitologiche e antropomorfe, feticci, colonne, capitelli, portali, lance e scudi, steli e cippi, antiche lucerne ed evocazioni della produzione manufatturiera etrusca: soggetti privati dell’originaria funzione e reinventati con spirito metamorfico. Determinanti il rigore della sintesi e l’altissima consapevolezza tecnica, bilanciati da un genuino lirismo e dalla capacità d’affabulazione.

E così passò da imponenti opere urbane alla produzione di piastrelle, da sculture di varie dimensioni ai celebri rivestimenti monocromi in cui moduli geometrici venivano scanditi da ritmi irregolari. Questi ultimi, prodotti fin dagli anni ’60 sia per interni che per esterni, fondevano con originalità il bassorilievo e la decorazione architettonica, il sapore industriale e l’unicità del manufatto, dando vita a futuristiche installazioni a parete espandibili all’infinito: era come srotolare strani circuiti tridimensionali, sequenze di canne d’organo, misteriosi codici estroflessi, paesaggi ridotti a linee e volumi essenziali.
Decisiva fu la messa a punto di una tecnica basata su blocchi di polistirolo espanso, da cui ricavava, come raccontò Gillo Dorfles, “delle forme a incastro sezionando il materiale secondo linee di forza le più svariate. Con questo sistema diveniva possibile (…) estendere quella che inizialmente era una tradizionale utilizzazione della ceramica, ad una vera e propria attività di design”.


Nino Caruso, sperimentatore e militante. Nasce in Sicilia un museo intitolato al maestro della ceramica

Da operaio a maestro della ceramica

Ex operaio tornitore, figlio di uno scalpellino, Caruso coltivò da autodidatta l’interesse per la storia, il mito, le radici mediterranee, poi per l’arte del suo tempo e la letteratura contemporanea, nutrendo con riferimenti profondi e molteplici quell’etica del lavoro manuale che fu cruciale per la sua pratica artistica. Cresciuto in Sicilia ma nato Tripoli nel 1928, nel 1951 raggiunse a Roma l’amico ceramista comisano Salvatore Meli e prese a lavorare come aiutante in una bottega: fu l’inizio di una personale rivoluzione, in una città che lo avrebbe accolto e dove avrebbe scelto di restare. Lì terminò gli studi interrotti in Sicilia, mettendosi in tasca un diploma all’Istituto d’Arte che più avanti gli avrebbe consentito di insegnare. Iniziò così a produrre le sue prime creazioni, mentre l’ambiente artistico romano diventava occasione di illuminante scambio con nomi di peso, tra cui Leoncillo, Guttuso, Brunori, Moravia, Zavattini, Levi.

La militanza politica di Caruso

Non posso non ricordare la fine degli anni ’40 quando a Tripoli, in Libia, Nino e io diventammo comunisti e compagni molto affiatati: facevamo lavoro di organizzazione e propaganda, sostenendo contro la maggioranza degli italiani la necessità di fare della Libia uno stato indipendente“: così scriveva sulle colonne del Manifesto – di cui era stato direttore – Valentino Parlato, in un brano dedicato all’amico di battaglie giovanili, all’indomani della sua scomparsa. Anche lui nato a Tripoli da genitori siciliani, morì a 87 anni nel 2017, quattro mesi dopo Caruso.

Questo nostro comune impegno politico in Libia – aggiungeva – durò sino agli ultimi mesi del 1951, quando l’amministrazione militare inglese che allora governava la Libia fece arrestare Nino, me altri e tre compagni, e ci rispedì in Italia, dove tornammo a fare i comunisti e Nino cominciò a frequentare Villa Massimo, dove allora avevano studio artisti importanti come Guttuso (…). A Roma continuammo a tenerci in contatto. All’inizio ci si incontrava alla sezione del Pci di via Catanzaro. Poi, fino agli ultimi mesi, andavo a trovarlo nel suo elegante studio di piazza San Salvatore in Lauro e ci dicevamo che tutto sommato l’essere comunisti ci ha aiutati. Se non fossimo stati espulsi da Tripoli Nino sarebbe rimasto un tornitore, io un avvocaticchio“.

Nino Caruso con un'opera di Andy Warhol - GNAM, Roma
Nino Caruso con un’opera di Andy Warhol – GNAM, Roma

La ceramica, linguaggio universale

E invece il giovane tornitore con il fuoco della politica e della libertà trovò la via – inattesa e imprevista – del successo. E non si curò mai delle mode, delle élite intellettuali, degli stigmi sociali e culturali, incluso quello che riguardava la cosiddetta “decorazione”, termine che se affibbiato ad un artista era sinonimo di debolezza, di vuotezza un po’ naïf, un po’ ruffiana. Solo negli anni ‘80 il gioco del remix tra linguaggi, pratiche, immaginari, cultura alta e cultura bassa, si fece strada anche in Italia: con il vento nuovo della postmodernità era archiviava l’utopia avanguardista insieme alle rigide gerarchie e all’imperativo del sapere specialistico. Caruso ci era arrivato da tempo: ne aveva fatto un metodo, una postura, una maniera d’esistere e di trasferire agli altri conoscenza ed entusiasmo.
Appassionato divulgatore, convinto che la missione civile dell’arte risiedesse nella sua capacità di parlare a tutti, di nutrire le sensibilità e le intelligenze, pubblicò volumi fondamentali sull’arte della ceramica, tenne lezioni e workshop in tutto mondo, e confezionò per la RAI un programma televisivo di approfondimento in dieci puntate. “Nei miei sessant’anni di lavoro – dichiarò in un’intervista su Artribuneposso confermare che la ceramica è un materiale pacifico, privilegiato, quotidiano e universale allo stesso tempo. Non è mai invecchiato e fa parte del nostro patrimonio umano”.

Nino Caruso, sperimentatore e militante. Nasce in Sicilia un museo intitolato al maestro della ceramica
Nino Caruso, Omaggio agli etruschi, 1984-1985, terracotta

La testimonianza del figlio Stefano Caruso

Mi emoziona che questo museo sia realizzato qui, siamo cresciuti con Comiso, con i racconti di Comiso: è un luogo che ci appartiene. Le opere raccontano non solo la memoria di Nino ma anche la memoria storica di una terra che ha sempre ospitato grandi artisti“. Sono parole di Stefano Caruso, pronunciate in occasione dell’inaugurazione. Centrale il ricordo della forza ideale e del rigore etico che avevano animato scelte e percorsi di vita del padre: “Penso ai rapporti di Nino con la politica e a come ha sperimentato restando libero dalle logiche delle gallerie d’arte e dagli interessi di mercato. Questo museo nasce da una scelta libera e politica, un museo aperto a tutti, per tutti i cittadini. Non a caso orientò in tal senso il suo lavoro verso le opere pubbliche, come per i monumenti ai caduti: la dimensione pubblica era per lui fondamentale“.
E proprio quell’idea dell’arte come attivatore di relazioni e di coesione sociale lo aveva portato negli ultimi anni della sua vita a immaginarsi un museo a sua immagine, dinamico, inclusivo, eredità permanente in cui dare ancora spazio e tempo all’amata ceramica, “un materiale – concludeva il figlio – utilizzato da migliaia di praticanti e che aspetta una voce nuova per essere raccontato“.


Nino caruso e l’arte pubblica

Avere proiettato su una scala urbana e architettonica la tradizione ceramica fu una delle innovazioni maggiori di Caruso. Capì che disegnare spazi di interazione, di visibilità, di transito e di sosta, di racconto e di memoria collettiva, è un fatto comunitario, democratico, nell’innesto illuminante tra estetica e politica.

Furono tante e prestigiose le opere pubbliche realizzate in diversi parti del mondo, come le decorazioni a bassorilievo in porcellana per l’Ospedale Universitario di Tokai (1984), o come il poderoso monumento Il vento e le stelle (1991) per il Parco Culturale della Ceramica di Shigaraki, un’architettura mistica che accoglie, celebra, ripara. A Coimbra, in Portogallo, collocò venti alte sculture permanenti a piazza della “Rotunda”, una foresta urbana di obelischi in cui addentrarsi, connettendosi alla frequenza delle altezze variabili, dei moduli irregolari. Lavorò anche per la Chiesa Evangelica Metodista di Savona, impreziosita nel 1967 dalla modernità minimalista di un ampio rivestimento murario in maiolica: una scrittura simbolica, silenziosa, priva di riferimenti all’iconografia religiosa, in sintonia con il rigore aniconico e la “teologia della Parola” delle chiese protestanti.
Il suo portale in terracotta Memoria di Sicilia (1999), acquisito nelle collezioni del Quirinale, è installato nei giardini della tenuta presidenziale di Castelporziano (Roma), mentre per il Parco di Sculture di Brufa, tra le colline intorno a Perugia, creò la Porta di Dioniso (1994), soglia simbolica solcata da movimenti ondulati in rilievo, a voler celebrare la forza selvatica e la memoria arcaica del paesaggio.

Nel 1964 si misurò con il ferro per lo scenografico Monumento alla Resistenza di Pesaro, progettato con gli architetti Battimelli, Espagne e Biscaccianti: in un’agorà pensata per essere vissuta dai cittadini il fregio tridimensionale di Caruso si erge come una massa compatta di figure antropomorfe, svettanti come bandiere e aguzze come lance, nel ricordo della lotta dei civili contro il regime nazifascista. Simili i motivi ispiratori del lapideo Monumento ai Caduti di Bovino (Foggia) e identica la volontà di evitare la più scontata e rigida dimensione celebrativa. “In entrambi – scrisse – ho pensato ad uno spazio dove gli elementi scultorei non fossero retorici, ma volti a creare un’area commemorativa che fosse al tempo stesso uno spazio per i cittadini dove trascorrere il tempo libero”.


Nino Caruso, La scultura ceramica contemporanea in Italia, Galleria Nazionale d'Arte Moderna, Roma
Nino Caruso, La scultura ceramica contemporanea in Italia, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma

In ricordo del maestro

La prima grande antologica post mortem di Nino Caruso venne organizzata tra l’Italia e il Giappone: “Forme della memoria e dello spazio”, a cura di Claudia Casali e Tomohiro Daicho, fu allestita nel 2020 presso il Museo di Arte Moderna di Kyoto e il Museo di Arte Ceramica Moderna di Gifu, giungendo nel 2022 al MIC di Faenza. Cinquant’anni di lavoro e diVita inaspettata” – per citare il suo libro autobiografico uscito nel 2016 con Castelvecchi – che oggi diventano una luce di memoria e di futuro, accesa nel presente operoso di una piccola provincia siciliana. Là dove il senso dell’origine sopravvive tra i gesti impressi nelle opere, tra i sentieri battuti viaggiando in lungo e in largo, tra pagine di ricerca ed echi di versi: “Antico far ceramica recuperato / rinnovato inventato /per fare cose con gioia dentro / comunicata dalle mani / che toccano smalti splendenti / fuori, nella natura, / la terra l’acqua il fuoco / gli amici e l’amore ti fanno vivere giovane».

Helga Marsala

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Helga Marsala

Source link

Di