di Micol Burighel, Responsabile comunicazione e parità di genere Amapola
Cinquant’anni. È il tempo che servirebbe all’Unione europea per raggiungere la piena parità di genere, se continuassimo ad avanzare al ritmo attuale. Non è una previsione da prendere alla lettera, ma un indicatore piuttosto efficace della distanza tra i progressi compiuti e quelli ancora necessari. Il Gender Equality Index 2025 assegna infatti all’Unione un punteggio di 63,4 su 100: un miglioramento evidente rispetto al passato, ma ancora troppo lento e disomogeneo tra gli Stati membri.
È in questo scenario che la Commissione europea ha presentato la Strategia per la parità di genere 2026-2030, approvata lo scorso 5 marzo. L’obiettivo è integrare la parità in ogni aspetto della vita, online e offline, traducendo in iniziative concrete la Roadmap per i diritti delle donne adottata nel 2025. La strategia interviene sulla violenza di genere, sulla salute, sulla partecipazione politica, sul lavoro, sull’accesso ai finanziamenti e sulla rappresentanza nei settori economici e scientifici. Prevede inoltre un maggiore coinvolgimento di uomini e ragazzi e un’attenzione specifica alle nuove forme di discriminazione e violenza alimentate dalle tecnologie digitali.
Dal 1° luglio, questa agenda incontra la Presidenza irlandese del Consiglio dell’UE, costruita intorno a tre pilastri: competitività, valori e sicurezza. Il programma di Dublino considera dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza, Stato di diritto e tutela dei diritti fondamentali non come una cornice ornamentale, ma come la base della credibilità, della sicurezza e della prosperità europea. È proprio dentro questo intreccio che la nuova strategia sulla parità può trovare il suo significato più concreto.
Senza sicurezza non può esserci empowerment
È giusto che il contrasto alla violenza di genere occupi il primo posto nella strategia europea. Non perché le altre dimensioni siano meno importanti, ma perché senza sicurezza non può esistere una reale emancipazione.
È difficile parlare di partecipazione, carriera, leadership o indipendenza economica quando una donna deve impiegare energie, tempo e risorse per proteggersi da molestie, minacce, controllo o altre forme di violenza. L’empowerment non può poggiare su fondamenta instabili: la libertà di scegliere presuppone innanzitutto la possibilità di vivere senza paura.
La strategia prova inoltre ad aggiornare il concetto di sicurezza alla realtà digitale. Deepfake sessualmente espliciti, deepnude, persecuzioni online, diffusione non consensuale di immagini e campagne d’odio non appartengono a una dimensione separata rispetto alla vita reale. Sono strumenti capaci di limitare la libertà, danneggiare la reputazione, espellere le donne dagli spazi pubblici e produrre conseguenze psicologiche, professionali ed economiche molto concrete. Per questo la Commissione intende rafforzare la collaborazione con le grandi piattaforme digitali e la capacità di individuare e rimuovere i contenuti dannosi.
Anche in questo ambito, tuttavia, la risposta non può limitarsi alla repressione. Servono educazione digitale e affettiva, formazione, strumenti di prevenzione e una comunicazione capace di rendere riconoscibili le forme meno visibili della violenza. Come accade per il femminicidio, concentrarsi soltanto sull’ultimo atto rischia di farci perdere la sequenza che lo ha reso possibile.
Coinvolgere uomini e ragazzi senza arretrare
Tra gli aspetti più interessanti della strategia c’è la volontà di coinvolgere maggiormente uomini e ragazzi. È il riconoscimento di un dato semplice: nessun cambiamento culturale può realizzarsi davvero se riguarda soltanto una parte della società.
L’uguaglianza di genere libera anche gli uomini da modelli rigidi di maschilità, dall’obbligo di mostrarsi sempre competitivi, autosufficienti e impermeabili alla fragilità. Gli stessi dati europei evidenziano come le norme tradizionali di genere possano incidere negativamente sulla salute maschile, favorendo comportamenti rischiosi e rendendo più difficile chiedere aiuto nei momenti di disagio.
Ma il coinvolgimento è oggi ancora più necessario perché alcune ricerche segnalano un fenomeno di backlash, particolarmente visibile tra i più giovani. Il Gender Equality Index 2025 rileva che la tolleranza verso la violenza contro le donne è particolarmente elevata proprio tra gli uomini più giovani. Altri studi registrano una crescente distanza tra le posizioni di ragazze e ragazzi su femminismo, ruoli sociali e diritti delle donne.
È un segnale da affrontare senza semplificazioni. Liquidare questi orientamenti come semplice arretratezza può rafforzare il senso di esclusione su cui prosperano influencer misogini, comunità online radicalizzate e campagne di disinformazione. Ascoltare il disorientamento non significa legittimare la regressione ma costruire luoghi educativi e comunicativi nei quali il disagio possa essere riconosciuto senza trasformare i diritti delle donne nel suo capro espiatorio.
La parità deve smettere di essere raccontata come un gioco a somma zero, nel quale il progresso di una parte comporta necessariamente la perdita di potere e privilegi dell’altra. Coinvolgere uomini e ragazzi significa renderli protagonisti e beneficiari del cambiamento, parte di un processo collettivo in senso positivo.
Il costo economico dell’esclusione
La dimensione economica rende immediatamente visibile un’altra verità: l’esclusione delle donne non produce conseguenze soltanto per le donne, anche se ovviamente sono loro – siamo noi – a subire quelle più gravi.
Il divario occupazionale, quello retributivo e pensionistico, la minore presenza femminile nei settori STEM, nelle start-up, nella finanza e nelle posizioni decisionali rappresentano una perdita di competenze, innovazione, reddito e capacità produttiva per l’intera società. Secondo le simulazioni dell’EIGE, la riduzione del divario nella partecipazione al mercato del lavoro potrebbe determinare, nel lungo periodo, un aumento significativo del PIL pro capite europeo – dal 6 al 9,6%.
La strategia prova quindi a intervenire su diversi ingranaggi dello stesso meccanismo: piena attuazione della direttiva sulla trasparenza retributiva, migliore accesso ai capitali per le imprenditrici, maggiore rappresentanza femminile nel settore finanziario e un piano per attrarre più donne nella ricerca, nell’innovazione e nelle start-up. Allo stesso tempo, l’iniziativa “Boys in HEAL” punta ad avvicinare più uomini ai settori della salute, dell’istruzione e dell’assistenza, ancora fortemente segnati dalla segregazione professionale.
È importante mostrare il valore economico della parità, soprattutto in una fase in cui la competitività è tornata al centro del dibattito europeo. Ma occorre evitare un equivoco: i diritti non diventano legittimi soltanto quando generano PIL. La parità e l’equità sono innanzitutto una questione di giustizia sociale e libertà. Il dato economico ci aiuta, però, a rendere evidente che la discriminazione non è un problema circoscritto a chi la subisce: è un costo collettivo che riduce le possibilità di crescita di tutti.
Dal manifesto alla trama
La forza della nuova strategia sta nel tentativo di non confinare la parità in un singolo dossier. Violenza, salute, lavoro, tecnologia, rappresentanza e partecipazione politica sono fili della stessa trama.
Ora occorre verificare se le istituzioni europee e nazionali sapranno lavorarli – intrecciarli – davvero. Serviranno finanziamenti riconoscibili, obiettivi misurabili, dati comparabili, coinvolgimento della società civile e una comunicazione capace di mostrare sia i progressi sia le resistenze. La Presidenza irlandese ha scelto come motto “Non c’è forza senza unità”. Nel campo della parità di genere, quell’unità non può significare uniformità o assenza di conflitto: deve significare la volontà di non lasciare sole le persone su cui ancora ricade il costo della disuguaglianza.
Cinquant’anni non sono un destino. Sono il tempo che rischiamo di impiegare se continuiamo a considerare l’equità un obiettivo laterale, da perseguire quando le altre emergenze saranno risolte. La strategia europea ci dice invece il contrario: la parità è uno degli strumenti con cui rendere l’Europa più sicura, più competitiva e soprattutto più fedele ai valori che dichiara di voler difendere.
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