Tracey Emin (Croydon, 1963) usa il corpo come progetto esistenziale per esporre la malattia, il dolore e la passione con codici estremamente schietti nella figurazione e nell’idioma. Sin dagli inizi, negli Anni ’90, molti trovavano il suo lavoro discutibile e connotato da ambiguità ardita. L’eloquio informale è un tratto distintivo della sua personalità. E il suo fare artistico, pieno di richiami alla sessualità, in realtà scarnifica il corpo femminile fin negli aspetti più viscerali usando sé stessa e il suo vissuto per fare in modo che le opere sfacciate provochino un’empatia priva di scuse. Una ricerca così totale e profonda da meritare, nel 2024, persino il prestigioso riconoscimento di Dama Comandante dell’Ordine dell’Impero britannico per i servizi resi all’arte.
Vecchi e nuovi lavori, momenti bui e crisi emotive raccontano a Londra la nuova Emin
Quaranta anni di lavori crudi con circa 100 opere (alcune inedite) rimarranno nella mostra Tracey Emin. A second Life, alla Tate Modern, curata tra gli altri da Maria Balshaw, direttrice del museo, fino al 31 augusto 2026. Fotografie, dipinti, tessuti e installazionie video che palesano traumi personali, negano differenze e celebrano l’amore. Un’esposizione audace come il suo lavoro, che con diversi media sbalordisce e impressiona, rivela situazioni private senza inibizioni idiomatiche né vergogna, col mero intento di coinvolgere emotivamente il visitatore in una riflessione cinica che accomuna le esistenze.
Le opere di Tracey Emin esposte alla Tate Modern di Londra
I primi lavori al White Cube (My Major Retrospettive,1982-93) mostrano una serie di minuscole fotografie di dipinti della sua scuola d’arte, distrutte dopo un periodo difficile. Emozionante il videowork Why I Never Became a Dancer (1995) che narra con la propria voce dell’adolescenza traumatica a Margate (Kent) dove viveva prima di trasferirsi a Londra (1987) e dove è tornata dopo la malattia con una visuale diversa. Non poteva mancare il linguaggio visivo essenziale che l’ha resa famosa, la passione sconfinata per i neon, con cui svela anche esperienze di violenza sessuale, I could have Loved my Innocence, 2007. Accanto, visibile per la prima volta, la trapunta The Last of the Gold, 2002, ricamata con una “A alla Z dell’aborto” che denuncia un’interruzione di gravidanza andata storta, la negligenza istituzionale, implicazioni fisiche e psicologiche del rifiuto della maternità e della misoginia e che offre consigli a donne che affrontano un’esperienza simile.
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6 / 6L’installazione “My Bed” alla Tate di Londra
Accanto a grandi dipinti e monotipi, ricami e bronzi, I Followed You Until The End, 2023, c’è anche My Bed, l’installazione che consacrò la sua disinibizione – esposta alla Tate nel 1999, in occasione della sua candidatura al prestigioso Turner Prize – che consiste nel letto sporco e sfatto dove Emin per settimane ha bevuto, mangiato, fumato e avuto rapporti sessuali anche incestuosi (fratello gemello) con diversi amanti. Una collezione di rifiuti, bottiglie di alcolici, biancheria intima usata, mozziconi di sigaretta, preservativi e test di gravidanza: uno squarcio sconvolgente della sua esistenza che, annullando ogni barriera tra esistenza e espressione artistica ai tempi fece scalpore.
“Tracey Emin: a Second Life” la nuova Emin rivelata nella mostra a Londra
Dopo la diagnosi e l’importante operazione oncologica (2020) l’artista ha dichiarato di aver deciso di cambiare radicalmente la sua vita in una frazione di secondo. Dal trauma, la paura, il disorientamento, dall’aver avuto un “cazzo di cancro” (ndr, e un attacco di cuore) fino alla percezione che “solo l’Amore è l’unico sentimento che vale la pena di vivere”, l’artista racconta a Maria Balshaw che pensava di essere morta e che questo è il suo Paradiso, “un Paradiso fatto solo di arte. Finalmente ha capito lo scopo del suo lavoro dopo aver scalato una montagna e raggiunto la vetta: la bandiera sulla cima è ciò che è ora” (ndr, dichiarazioni tratte dall’intervista con la direttrice della Tate Modern, M. Balshaw, il cui testo integrale è nel catalogo Tracey Emin: A Second Life, pubblicato da Tate Publishing, febbraio 2026).
Ma ciò che conta è che lo spirito con cui è andata contro corrente oggi sia riletto nel giusto senso, poiché anche se tutti desideriamo una vita priva di inquietudini, purtroppo ogni corpo ha una sua memoria, ferita dall’amore, dal sesso, dagli interventi chirurgici, dallo stupro, dalle malattie trasmesse sessualmente e dagli aborti e certe ferite intime possono essere eclissate, ma non vanno dissimulate come qualcosa di furtivo.
Cristina Zappa
Londra // fino al 31 agosto 2026
Tracey Emin. A second Life
TATE MODERN – Bankside, London SE1 9TG
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