Il paradosso dell’aria pulita, adesso fa più caldo. Combattere lo smog può smascherare il riscaldamento


12.07.2026 – 11.23 – C’è una verità scomoda al centro della scienza del clima, ed è una di quelle che mal si prestano agli slogan e al “non ci sono più le mezze stagioni”. Per oltre un secolo l’umanità, bruciando carbone, petrolio e gasolio, ha immesso nell’atmosfera non soltanto anidride carbonica, il gas che intrappola il calore e riscalda il pianeta, ma anche enormi quantità di particelle inquinanti che, paradossalmente, hanno avuto l’effetto opposto: hanno raffreddato la terra. Per decenni queste due conseguenze delle attività industriali umane (lasciamo il traffico delle automobili in disparte: se sui media occupa il 90 per cento del tempo, a livello globale conta in realtà solo per il 10 per cento del problema) si sono in parte bilanciate, l’una mascherando l’altra. Oggi, mentre il mondo sta ripulendo finalmente la propria aria per ragioni ineccepibili, quel velo che nascondeva il paradosso si sta sollevando, e il calore che era stato, per così dire, messo da parte, comincia a fare la sua parte. È il fenomeno che gli scienziati chiamano, efficacemente, “mascheramento da aerosol”, e la sua comprensione è diventata cruciale per spiegare uno degli eventi più sconcertanti degli ultimi anni: l’impennata anomala delle temperature globali dal 2023 a oggi, un balzo che, per la sua ampiezza, ha colto di sorpresa buona parte della comunità scientifica stessa.

Gli aerosol, ovvero il velo riflettente di cui parliamo, sono particelle minuscole sospese nell’aria. Quando provengono dalla combustione di combustibili fossili contenenti zolfo, si tratta soprattutto di solfati: microscopici specchi che agiscono sul clima in due modi distinti ma convergenti. Il primo è diretto: riflettono una parte della radiazione solare in arrivo, rispedendola verso lo spazio prima che possa scaldare la superficie. Il secondo è più sottile e probabilmente più potente: queste particelle fungono da nuclei di condensazione, attorno ai quali il vapore acqueo si aggrega per formare le gocce delle nuvole. Più aerosol significa nuvole più estese e più brillanti, che a loro volta riflettono ancora più luce solare. Il risultato netto, per oltre un secolo, è stato un raffreddamento artificiale che ha compensato una frazione significativa del riscaldamento prodotto dai gas serra. La combustione che giustamente temiamo, in altre parole, ha avuto un doppio volto: la stessa attività che riscaldava il pianeta col suo biossido di carbonio, esigendo, a causa delle malattie respiratorie e cardiovascolari, un prezzo terribile in vite umane, lo raffreddava in parte con le sue impurità sulfuree, apportando un beneficio climatico. La conseguenza dell’intervento sulle emissioni, per quanto involontaria, è inequivocabile. L’esempio più studiato è la normativa IMO2020 dell’Organizzazione Marittima Internazionale, che ha imposto un drastico abbattimento del tenore di zolfo nei carburanti navali: misura sacrosanta sul piano sanitario, mirata a ridurre l’inquinamento attorno alle rotte commerciali e ai porti, ma le navi cargo, attraversando gli oceani, lasciavano dietro di sé lunghe scie di nuvole artificiali, le “ship tracks”, visibili dai satelliti, che rischiaravano vaste porzioni di cielo sopra l’Atlantico settentrionale e il Pacifico settentrionale. Tagliando lo zolfo, quelle scie si sono in larga parte dissolte, e i satelliti lo vedono. Diversi gruppi di ricerca hanno provato a quantificare l’effetto, e qui il quadro si fa controverso: uno studio ha stimato che questa misura sui carburanti navali abbia accelerato il riscaldamento globale di circa due o tre anni, e nei suoi lavori fra il 2023 e il 2024 James Hansen, climatologo (NASA e Columbia University), ha sostenuto che l’aver tolto lo schermo costituito delle emissioni navali possa comportare un riscaldamento di 0,5 watt per metro quadrato, valore quasi quattro volte superiore alle stime più diffuse: se questo è vero, il taglio degli aerosol spiegherebbe quasi la metà del riscaldamento eccezionale del 2023-2024, quella che l’episodio di El Niño da solo non bastava a giustificare. Il balzo termico globale, in quei due anni, superò di quasi mezzo grado centigrado il punto di partenza, toccando un picco di più 1,6 rispetto alla fine dell’Ottocento, circa il doppio di quanto previsto per El Niño.

La tesi di Hansen ha incontrato scetticismo. Molti climatologi la considerano ancora speculativa: fanno notare che il forzante dei gas serra ha continuato ad accelerare tutto per conto proprio, e che dunque non è strettamente necessario invocare un effetto aerosol così imponente per spiegare gli ultimi anni. La discriminante, hanno osservato alcuni, sarà l’andamento dei prossimi anni: se il pianeta si raffredderà tornando sui valori attesi, l’ipotesi del grande mascheramento si sgonfierà; se invece il calore continuerà ad accumularsi a ritmo sostenuto, la lettura di Hansen guadagnerà peso. Resta il fatto che, qualunque sia la cifra esatta, la direzione del fenomeno è condivisa: ripulendo l’aria, abbiamo svelato un riscaldamento che era già nel sistema, e che era temporaneamente nascosto. Questa dinamica aiuta a spiegare un dato che altrimenti potrebbe sorprendere: l’Europa è il continente che si riscalda più rapidamente al mondo, a una velocità più che doppia rispetto alla media globale. Le cause sono molteplici: la prossimità all’Artico che è la regione in assoluto più calda in termini di tendenza, il calo della copertura nevosa che riduce la capacità del suolo di riflettere la luce, gli spostamenti della circolazione atmosferica, ma fra queste cause figura, esplicitamente, proprio la riduzione dell’inquinamento. L’Europa, con le sue normative ambientali fra le più severe del pianeta, ha abbattuto le emissioni di aerosol prima e più di altri: il risultato è che più radiazione solare raggiunge ora la superficie europea, e la copertura nuvolosa si è ridotta. Il continente che per primo ha ripulito i propri cieli è anche, non per caso, quello che per primo sta subendo il riscaldamento prima nascosto. È una nemesi geografica istruttiva: le stesse politiche che hanno restituito agli europei un’aria respirabile, riducendo le piogge acide e le morti premature, hanno tolto al continente una parte della sua schermatura involontaria. Nessuno, va detto con chiarezza, propone seriamente di tornare indietro: il bilancio costi-benefici resta nettamente a favore dell’aria pulita. Ma il fenomeno impone una lucidità nuova nel leggere i dati e nel pensare a quale possa essere la politica energetica futura migliore, perché, dato che l’energia elettrica serve a tutti e serve sempre di più, in termini di riscaldamento a poco serve ripulire il cielo se poi per vivere serenamente devo raffreddare gli ambienti, consumando molta più elettricità e quindi creando un problema di pari grandezza.

A questo punto, e per chiudere, è naturale chiedersi se anche la grande vittoria ambientale del Novecento, la chiusura del “buco dell’ozono”, abbia contribuito al riscaldamento. La risposta è affascinante proprio perché va, nel suo complesso, nella direzione opposta. E richiede di distinguere due cose che la divulgazione spesso confonde. I famigerati CFC, i clorofluorocarburi, sono stati messi al bando nel 1987 con il Protocollo di Montreal. Quei composti, però, non erano soltanto distruttori dell’ozono: erano anche gas serra straordinariamente potenti, capaci di intrappolare il calore migliaia di volte più efficacemente dell’anidride carbonica, a parità di massa. Eliminandoli, Montreal ha evitato una quantità ingente di riscaldamento futuro. Per questa ragione molti climatologi lo considerano, di fatto, uno degli accordi climatici più efficaci mai stipulati, pur essendo nato con tutt’altro obiettivo: la lotta per l’ozono ha frenato il riscaldamento globale, non lo ha accelerato. La ricostituzione dello strato di ozono, se considerata in sé, ha invece effetti più sottili e regionali: l’ozono stratosferico assorbe la radiazione ultravioletta, quindi un aumento dell’ozono, ovvero miglioramento e scomparsa del “buco”, significa che l’alta atmosfera trattiene più energia e quindi fa più caldo. Ma attenzione, non è la stessa cosa che accendere la stufa in salotto, è la stratosfera a riscaldarsi leggermente, quindi l’effetto è piccolo, e regionale, non è un secondo riscaldamento globale. Un altro tipo di ozono, quello troposferico, che respiriamo a bassa quota e che è parte dello smog, è esso stesso un gas serra: ridurlo, in questo caso, fa bene tanto ai polmoni quanto al clima. Non tutte le forme di inquinamento, insomma, riscaldano o raffreddano: la geometria del problema è molto complessa e dipende da quale sostanza, a quale quota. Cosa resta, allora, di queste apparenti contraddizioni? Non certamente un argomento contro le politiche ambientali, sarebbe la conclusione più sbagliata possibile. Gli aerosol che raffreddano il pianeta, e che prima “ci erano utili”, sono gli stessi che riempiono i reparti di pneumologia: il loro effetto refrigerante dura giorni o settimane, mentre l’anidride carbonica che li accompagna persiste nell’atmosfera per secoli. Smettere di emetterli era e resta necessario. Il punto è un altro, e più sottile: parte del riscaldamento che osserviamo oggi non è nuovo, c’era già prima, era già stato prodotto e soltanto temporaneamente occultato dal nostro stesso inquinamento. Era un problema rinviato, che oggi invece vediamo. La morale più profonda riguarda quindi la natura stessa del sistema climatico, e i limiti della nostra capacità di prevederlo: per decenni abbiamo modificato il clima in due direzioni opposte senza rendercene pienamente conto, e solo ora, smontando uno dei due interventi, scopriamo quanto fosse grande l’altro. Ripulire l’aria è stato giusto: capire fino in fondo cosa significhi l’averlo fatto, è il compito che ci attende adesso. Riaprendo forse uno spazietto per parlare, seriamente, di energia nucleare.


[r.s.]




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 Roberto Srelz

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