Gli algoritmi stanno cambiando l’architettura


Per quasi un secolo gli architetti hanno ideato edifici pensando alle riviste. Un edificio diventava importante perché era pubblicato su Casabella, Domus, Lotus o sulle grandi riviste internazionali. La pubblicazione era l’inizio della sua vita critica. Un direttore decideva cosa meritasse attenzione, un fotografo costruiva il racconto visivo dell’opera, un critico la collocava all’interno di una tradizione, ne metteva in luce le innovazioni, la confrontava con altri lavori. Il lettore non consultava soltanto immagini: riceveva un’interpretazione. Oggi il percorso è rovesciato. Gli edifici diventano familiari prima ancora che qualcuno li abbia analizzati. Li incontriamo su Instagram, Pinterest, ArchDaily, Dezeen, rilanciati migliaia di volte da un flusso continuo di fotografie, rendering e brevi video. L’immagine precede il giudizio. La notorietà arriva prima della critica. Non è soltanto un cambiamento nei mezzi di comunicazione. È una rivoluzione nella produzione stessa del gusto.

Ogni periodo storico ha un proprio mezzo di costruzione del gusto

Ogni epoca costruisce, infatti, le proprie architetture attraverso gli strumenti con i quali le osserva. Il Rinascimento coincide con la diffusione del libro illustrato. Il Movimento Moderno deve una parte decisiva del proprio successo alla fotografia. Le avanguardie degli Anni Sessanta e Settanta trovano nelle riviste e nei collage il luogo privilegiato della sperimentazione. Oggi il ruolo è assunto dalle piattaforme digitali, governate da algoritmi che selezionano gli edifici per la loro capacità di catturare l’attenzione. Le riviste avevano una linea editoriale, discutibile quanto si vuole, ma riconoscibile. Dietro ogni scelta esisteva una responsabilità culturale. L’algoritmo, invece, non argomenta. Non interpreta. Non costruisce genealogie. Ordina le immagini sulla base di probabilità statistiche. Non chiede quale edificio sia più importante, ma quale fotografia abbia maggiori possibilità di trattenere il nostro sguardo per qualche secondo.

Il rapporto tra architettura, immagine e attenzione

Per la prima volta nella storia della disciplina il principale dispositivo che produce visibilità non nasce all’interno della cultura architettonica. È stato progettato per un altro scopo: massimizzare l’attenzione. Naturalmente questo non significa che gli architetti abbiano cominciato a progettare deliberatamente per i social. Sarebbe una caricatura. I meccanismi culturali sono molto più sottili. Ogni progettista osserva ciò che circola, che viene pubblicato, che viene premiato, spesso senza rendersene conto. Interiorizza un lessico, una sensibilità, un modo di costruire le immagini. È sempre accaduto. Cambia però la velocità del processo. Se nel Novecento occorrevano anni perché un linguaggio si affermasse, oggi bastano pochi mesi perché un dettaglio, una soluzione compositiva o una scelta cromatica facciano il giro del mondo e diventino una convenzione.


Prima dei social: la storia della rivista “Casabella”

Per capire come siamo arrivati fin qui occorre fare un passo indietro. Non tanto nella storia dell’architettura, quanto nella storia dei suoi strumenti di diffusione. Ogni stagione disciplinare ha avuto infatti la propria infrastruttura culturale: un luogo dove le idee venivano selezionate, discusse e trasformate in linguaggio condiviso. La storia di Casabella è, da questo punto di vista, esemplare. Con Edoardo Persico e Giuseppe Pagano diventa il laboratorio del Razionalismo italiano. Non registra un movimento già compiuto: contribuisce a costruirlo. Le pagine ospitano polemiche, confronti, prese di posizione. Si forma una comunità intellettuale che discute non soltanto gli edifici, ma il significato stesso della modernità.

Con Ernesto Nathan Rogers il quadro cambia. Dopo la guerra il problema non è più affermare il Movimento Moderno, ma salvarlo dalle sue stesse semplificazioni. La nozione di continuità, il rapporto con la storia, le preesistenze ambientali, il dialogo con la città diventano il centro di una riflessione destinata a influenzare un’intera generazione. Ancora una volta la rivista non segue il dibattito: lo orienta.

Negli Anni Settanta Alessandro Mendini compie un’operazione altrettanto radicale. L’architettura esce dai confini disciplinari e dialoga con il design, la grafica, la moda, l’arte concettuale. Persino l’impaginazione diventa un atto critico. Le copertine, i collage, le fotografie sono parte dell’argomentazione. Il progetto grafico e il progetto teorico finiscono per coincidere.

Per fare cultura (e architettura) serve il dibattito…

Ogni grande direttore modifica il modo di guardare l’architettura. Insieme a lui, l’editore, il critico e il fotografo costituiscono una catena di mediazioni. Ognuno introduce un filtro. Ogni filtro è discutibile, ma proprio per questo diventa oggetto di dibattito. La cultura avanza attraverso il conflitto. Ovviamente, il sistema non era affatto perfetto. Era spesso elitario. Talvolta autoreferenziale. Piccoli gruppi di potere hanno deciso carriere e destini professionali. Molti architetti eccellenti sono rimasti ai margini perché esclusi dai circuiti editoriali dominanti. Sarebbe ingenuo rimpiangere quell’epoca come una età dell’oro.

… ma anche dei punti di riferimento

La rivoluzione digitale ha prodotto un effetto liberatorio. Oggi uno studio giovane può raggiungere un pubblico internazionale senza aspettare il riconoscimento di una redazione prestigiosa. Un edificio costruito a Porto, Tirana o Ahmedabad può essere visto il giorno stesso a Milano, New York o Tokyo. La geografia della disciplina si è allargata enormemente e sarebbe assurdo non riconoscerlo. Ma, se prima era il direttore a decidere quali opere meritassero attenzione, oggi il ruolo è affidato a sistemi automatici che nessuno percepisce come soggetti culturali. La selezione continua a esistere, cambiando natura. Non avviene più attraverso un giudizio esplicito; avviene attraverso il calcolo delle probabilità. L’algoritmo non afferma che un edificio sia migliore di un altro. Si limita a renderlo più visibile. E, in un ecosistema dominato dalla sovrabbondanza di immagini, la visibilità finisce per coincidere sempre più spesso con il valore. È un passaggio quasi impercettibile e proprio per questo estremamente rilevante. Perché ciò che vediamo con maggiore frequenza tende a sembrarci anche più importante, più contemporaneo, persino più inevitabile. Il gusto è imposto lentamente attraverso la ripetizione.


Guardare l’architettura ieri e oggi

Il confronto con il Novecento diventa illuminante. Le fotografie di Julius Shulman hanno contribuito a costruire il mito dell’architettura californiana. Le immagini di Vers une Architecture sono inseparabili dal progetto culturale di Le Corbusier. I collage di Archigram, Superstudio e Archizoom hanno modificato il nostro immaginario molto prima di tradursi in edifici. L’immagine, dunque, non è affatto una scoperta dei social. La differenza è un’altra. Oggi il discorso critico arriva, quando arriva, dopo che l’immagine ha già compiuto il proprio lavoro. È in questo scarto temporale che si gioca una parte decisiva dell’architettura contemporanea.

C’è un nuovo modo di progettare

È a questo punto che il caso di studi quali per esempio FALA, che progettano a partire dalle nuove regole imposte dai social, assume un significato importante: lo fanno proponendo superfici monocrome, archi perfettamente calibrati, geometrie elementari e colori netti cioè un repertorio di riferimenti immediatamente riconoscibili, perfettamente compatibili con l’estetica di Instagram. Ma, attenzione. Dire che l’architettura funziona perché è “instagrammabile” significa fermarsi alla superficie del fenomeno. È come sostenere che Le Corbusier abbia avuto successo perché le fotografie in bianco e nero valorizzavano le sue architetture. Nel caso di gruppi quali FALA basta osservare con attenzione le piante per capire che dietro la semplicità apparente si nasconde una ferrea disciplina compositiva. Gli spazi sono costruiti attraverso poche figure elementari. Gli archi non sono un repertorio decorativo. I colori non costituiscono una firma grafica. Ogni elemento deriva da un controllo rigoroso delle relazioni spaziali. E non mancano riferimenti alla scuola di Porto, ad Álvaro Siza, ad Aldo Rossi e a James Stirling.

Il canone dell’architettura “instagrammabile”

Eppure, sarebbe altrettanto ingenuo ignorare che molte di queste qualità rendano le opere di FALA adatte al sistema contemporaneo della comunicazione. Le loro architetture possiedono una caratteristica che fino a pochi anni fa non rappresentava necessariamente un vantaggio competitivo: sono immediatamente riconoscibili. Una parete rosa che incontra una verde. Un arco perfettamente calibrato. Un cilindro che interrompe una composizione ortogonale. Un pavimento che diventa figura. Bastano pochi istanti per identificare un progetto anche senza conoscerne l’autore. Non è solo un effetto decorativo. È un’identità visiva. Ed è qui che il discorso si sposta al funzionamento dell’intero sistema. Le piattaforme digitali premiano ciò che può essere riconosciuto rapidamente. Non esprimono un giudizio estetico. È un meccanismo darwiniano. Non sopravvive necessariamente il progetto migliore. Sopravvive quello che riesce a essere identificato più facilmente.

La differenza rispetto al passato sta nella forma più che nella sostanza

Basta osservare una qualunque selezione di progetti pubblicati oggi sulle principali piattaforme internazionali. Grandi superfici monocrome, geometrie pure, interni ridotti a pochi elementi essenziali, inquadrature perfettamente controllate, piante leggibili quasi come pittogrammi: tutto sembra convergere verso un lessico comune. Ogni volta che un certo linguaggio riceve maggiore visibilità aumenta la probabilità che venga imitato. Gli architetti osservano ciò che circola, ciò che viene condiviso, ciò che appare continuamente nei loro schermi. Nessuno decide consapevolmente di progettare “per l’algoritmo”. Ma tutti finiscono inevitabilmente per lavorare dentro un ambiente culturale modellato dall’algoritmo. Sia pure con non secondarie differenze, è sempre accaduto. Gli allievi di Le Corbusier hanno prodotto migliaia di corbusiani. Aldo Rossi ha generato un esercito di rossiani. Il decostruttivismo è stato ridotto a un catalogo di pareti inclinate e volumi frantumati. Ogni linguaggio di successo genera inevitabilmente imitazioni. La differenza è che oggi il processo si svolge con una velocità sconosciuta. Ed è proprio l’imitazione, più ancora dell’algoritmo, il vero pericolo che oggi attraversa l’architettura contemporanea.

Fare architettura tra originalità e consenso

A questo punto sarebbe facile cedere alla nostalgia. Rimpiangere il tempo in cui poche riviste decidevano ciò che meritava attenzione, quando il giudizio sembrava appartenere a critici riconoscibili e le trasformazioni del gusto richiedevano anni. Sarebbe, però, un errore. Perché, ed è importante ripeterlo, il sistema aveva prodotto oltre a grandi interpretazioni, anche esclusioni clamorose. E troppi architetti hanno pagato il prezzo di una selezione che non era meno arbitraria di quella odierna. La rivoluzione digitale ha spezzato molti di quei monopoli e ha consentito a studi giovani, periferici, privi di relazioni consolidate di raggiungere rapidamente un pubblico internazionale. Sarebbe difficile sostenere che questo rappresenti un passo indietro. Il problema, dunque, non è l’apertura del sistema. È il criterio attraverso il quale costruisce il consenso.


Studiare l’architettura tra memoria e attenzione

Le riviste cercavano, almeno nelle loro espressioni migliori, di individuare opere destinate a resistere nel tempo. L’algoritmo cerca ciò che funziona nell’immediato. Le due logiche non coincidono. Una costruisce memoria, l’altra veicola attenzione. L’attenzione non è un valore stabile. È una risorsa volatile, continuamente sostituita da nuove immagini, nuovi linguaggi, nuove tendenze. La memoria è un processo lento. Richiede confronto, sedimentazione, conflitto interpretativo. È attraverso questo tempo lungo che un edificio smette di essere una novità e diventa un’opera. La domanda, allora, non è se Instagram produca cattiva architettura. Sarebbe una questione banale. Dobbiamo chiederci se un sistema fondato sulla velocità sia ancora capace di distinguere ciò che durerà da ciò che appartiene semplicemente al gusto del momento.

Il ruolo della critica nel dibattito architettonico

È qui che la critica torna a essere necessaria. Non per difendere nostalgicamente il mondo precedente, né perché possa competere con la velocità delle piattaforme. Sarebbe una battaglia persa in partenza. Il suo compito è un altro. Fare ciò che l’algoritmo, per sua natura, non può fare. Rallentare l’immagine e accelerare la consapevolezza. Mettere in relazione opere apparentemente lontane. Ricostruire genealogie. Distinguere una ricerca autentica da un semplice effetto di superficie. Mostrare come due edifici esteriormente simili possano appartenere a tradizioni culturali completamente diverse. In altre parole, restituire profondità a immagini che il flusso digitale tende inevitabilmente ad appiattire.

Parlare di architettura oggi e… domani

Per quasi un secolo abbiamo discusso se l’architettura dovesse essere moderna o classica, funzionalista o contestuale, minimalista o decostruttivista. Forse il dibattito dei prossimi anni riguarderà una questione ancora più radicale. Non le forme, ma i dispositivi che le rendono visibili. Ogni epoca ha avuto la propria accademia. L’Ottocento aveva l’École des Beaux-Arts. Il Novecento ha avuto i CIAM, le scuole, le riviste, i grandi critici. Il nostro tempo ha piattaforme globali governate da algoritmi. Sembrano neutrali perché non hanno un volto, una redazione o un direttore. In realtà, esercitano un potere culturale enorme proprio attraverso questa apparente neutralità. Marshall McLuhan sosteneva che il medium modifica il messaggio. Oggi dovremmo spingerci un passo oltre. Il medium modifica anche il progetto. Non perché costringa gli architetti a progettare in un certo modo, ma perché ridefinisce continuamente le condizioni entro cui il progetto acquista visibilità, prestigio e riconoscimento.

Per questo il tema non riguarda soltanto Instagram. Riguarda il futuro stesso della critica e dell’architettura. La domanda decisiva non è se gli algoritmi sostituiranno i critici. La domanda decisiva non è se gli algoritmi sostituiranno i critici. È se, in un mondo governato dalla visibilità, saremo ancora capaci di distinguere il successo di un’immagine dalla qualità di un’opera.

Luigi Prestinenza Puglisi


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