Certo è strano che a metterti una bomba davanti a casa sia il tuo migliore amico. Eppure è questo che la Procura di Roma pensa dell’attentato al conduttore di Report Sigfrido Ranucci: che il mandante sia Walter Lavitola, uno dei suoi migliori amici.
Una circostanza singolare che — se fosse vera — può avere molte spiegazioni. Ma tutti, diciamocelo, ne pensiamo una. Ovviamente la più maliziosa. Fedeli al motto andreottiano: a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si indovina. E tutti giù a pensare che si tratti di un auto-attentato a fini propagandistici. O meglio: per creare intorno alla figura di Ranucci quell’aura di combattente senza macchia e senza paura che si scaglia contro mafie e potere rischiando la vita. Oltretutto a ridosso del lancio della nuova stagione della sua trasmissione televisiva, resa irraggiungibile da Milena Gabanelli.
Non spetta a noi scoprirlo — ci penserà la magistratura — ma la tesi più pruriginosa è anche, come sempre, la più attraente. E si arricchisce ogni giorno di nuovi particolari.
Ranucci: Report come una clava
Chi è Ranucci lo sappiamo bene. Il conduttore di Report ha usato in questi anni la trasmissione RAI da lui condotta e diretta come una clava, per una serie di inchieste molto pesanti: spesso veritiere, a volte un poco forzate politicamente.
Questo gli ha procurato molti nemici, in particolare nell’ambito della politica, del potere e della malavita. Gli è stato spesso rimproverato di guardare le cose a senso unico, attaccando soltanto il centrodestra. Lui ha sempre ribattuto dichiarandosi indipendente.
Le sue inchieste hanno fatto rumore e resistito alle rimostranze del potere, che non lo ha mai scalfito davvero: anzi ne ha accresciuto quell’aura di giornalismo d’inchiesta che gli è valsa molti seguaci, in particolare nel campo sinistro dello schieramento politico.
Editore, faccendiere, massone. Dichiaratamente
Meno nota — almeno a chi non fa politica — la figura di Lavitola. Chi frequenta la politica ne ricorda le gesta in varie vicende molto discusse. Lavitola, dichiaratamente massone e probabilmente legato ai servizi, è stato editore, giornalista, imprenditore con molti legami nella politica. Oggi è proprietario di un ristorante a Roma, il Cefalù Bistrò di Pesce nel quartiere di Monteverde Vecchio, dove frequentemente Ranucci cenava con lui. Ma sono soprattutto le vicende giudiziarie a qualificarlo come «faccendiere».
La più nota è quella della «casa di Montecarlo»: uno scandalo politico che agitò la politica italiana nell’estate del 2010 e contribuì alla fine della carriera di Gianfranco Fini, allora presidente della Camera. Il quotidiano diretto da Lavitola pubblicò un documento del governo di Saint Lucia che rivelava come il vero proprietario di una società off-shore — che aveva comprato da Alleanza Nazionale un appartamento nel Principato di Monaco — fosse Giancarlo Tulliani, cognato di Fini, che in quella casa abitava. Fu la vicenda che incrinò definitivamente il rapporto tra Fini e Berlusconi e praticamente mise fine alla carriera del leader di AN.
L’ordinanza del 2011
Nel settembre 2011 fu emessa contro Lavitola un’ordinanza di custodia cautelare: l’ipotesi della Procura di Napoli era che avesse partecipato a un’estorsione ai danni di Berlusconi, facendo da intermediario per conto dell’imprenditore barese Gianpaolo Tarantini. L’obiettivo sarebbe stato ottenere grosse somme di denaro in cambio del silenzio su dettagli compromettenti sulle donne portate nelle residenze estive del Cavaliere.
Lavitola risultò irreperibile e rimase latitante per circa otto mesi. Rientrò in Italia nell’aprile 2012, si consegnò, venne arrestato. Nel 2014 fu condannato in via definitiva per tentata estorsione a un anno e quattro mesi. E poi c’è la compravendita dei senatori: nel 2015 fu condannato in primo grado a tre anni per concorso in corruzione in relazione alla cosiddetta «compravendita» per far cadere il governo Prodi nel 2006. In appello quel reato fu dichiarato prescritto. Diciamo: non proprio un’orsolina.
La domanda che tutti si sono fatti
Ed è qui che arriva la domanda che chiunque abbia seguito la vicenda si è posto: cosa ci faceva sempre insieme a un faccendiere il giornalista senza macchia e senza paura?
Ranucci ha raccontato di essersi avvicinato a Lavitola nel 2019, a seguito di alcune inchieste fatte da Report sul suo conto, e di mangiare spesso al suo ristorante: locale conosciuto anche perché frequentato da politici e giornalisti. Nel tempo Lavitola sarebbe diventato una fonte, poi un amico. C’è chi sostiene che Lavitola fosse diventato anche l’intermediario a cui qualcuno si rivolgeva per deviare le attenzioni di Report, o per far sì che la trasmissione non parlasse troppo male di qualcuno.
La ricostruzione della Procura di Roma è questa: Lavitola avrebbe incaricato un dipendente del suo ristorante, Clesio Tavares Gomes, 47 anni di origini camerunensi, di trovare qualcuno in grado di recuperare esplosivi e farli esplodere fuori dalla casa di Ranucci. Poi avrebbe fatto partire Gomes per il Camerun. Le indagini hanno ricostruito, basandosi sul segnale dei telefoni, che Lavitola e Gomes si trovavano nella zona della casa di Ranucci un mese prima dell’attentato, il 15 settembre. Secondo la Procura, quello sarebbe stato un sopralluogo.
Lavitola dice che è normale si trovasse lì, visto il rapporto stretto con Ranucci, ed è normale che ci fosse Gomes, suo collaboratore e «factotum».
«Quando tu sarai premier, io sarò il tuo Gianni Letta»
Ma la vicenda ha un retroscena politico che la rende ancora più intrigante. Un articolo del giornalista Francesco Bei su Repubblica racconta che Lavitola aveva il progetto di far entrare Ranucci in politica: in particolare di farne il capo di una coalizione del Campo largo, da Alleanza Verdi e Sinistra a Italia Viva, passando per PD e M5S. Il ruolo che si contendono Schlein e Conte. Secondo l’idea di Lavitola, Ranucci sarebbe stato un personaggio sufficientemente popolare e trasversale da mettere d’accordo tutti — una sorta di «papa straniero», in gergo politico. Lavitola era arrivato al punto di rivolgersi a consulenti politici e commissionare sondaggi. E durante una cena avrebbe detto a Ranucci: «Quando tu sarai presidente del Consiglio, io sarò il tuo Gianni Letta».
Questa parte è stata confermata dallo stesso Lavitola parlando con La Verità. Ed è su questa base che si regge l’ipotesi, circolata su diversi giornali, secondo cui Lavitola avrebbe organizzato un attentato finto per far passare Ranucci come vittima della criminalità organizzata: rafforzando così la sua popolarità. Un’ipotesi senza prove, per ora. Ma che ha tutto: massoneria, servizi, poteri forti e scalata al potere. Non potrebbe essere più intrigante dal punto di vista dietrologico.
Eppure dopo l’attentato era partita la santificazione e il solito ricorso alle trame nere. Un titolo invecchiato malissimo di Open recitava: «La bomba da stadio, la pista nera, gli ultras nell’indagine sull’attentato a Ranucci». Ed era stato lui stesso a indirizzare su quella pista dichiarando: «Tante, troppe cose, portano a Diabolik», intendendo Fabrizio Piscitelli, il noto ultrà laziale che però all’epoca era già deceduto, freddato su una panchina in un parco romano. A rileggerle oggi certe dichiarazioni fanno impressione. Soprattutto se si facesse largo l’ipotesi dell’auto-attentato.
Il campo largo comatoso e Meloni che non sfonda
Eppure visto dal punto di vista dell’ascesa alla leadership della sinistra, il ragionamento di Lavitola aveva una sua logica. Soprattutto per lo stato comatoso del centrosinistra, o meglio, del Campo largo come si autodefinisce. L’avete vista la prima uscita collettiva a Napoli, dove tutti i leader sono stati bloccati nel loro stesso comizio dai militanti di Potere al Popolo che non gli hanno permesso di parlare? Una prova di goffaggine e debolezza assoluta. E soprattutto di contestazione che non veniva da destra ma da un partito della sinistra radicale. Oramai si contestano tra di loro.
A vederli non pare peregrina l’ipotesi di un Ranucci in ascesa, visto che molti pensano (e non lo nascondono) che con questa classe dirigente del Campo largo la Meloni rischi di governare per vent’anni.
Meloni che però, nonostante la debolezza degli avversari, è andata ad impelagarsi in questioni internazionali che non le portano che nocumento. In particolare la infantile diatriba col presidente Trump. Entrambi si sono ignorati come due adolescenti al vertice NATO di Ankara, in Turchia. Lui si lamenta del mancato aiuto negli attacchi all’Iran. La nostra presidente, nel frattempo, è riuscita nell’arduo intento di risultare indigesta anche all’Iran: che l’ha inserita tra i nemici pubblici dello Stato islamico con tanto di fotografia in tuta arancione da detenuto americano.
La comunicazione e la sostanza
Bella la comunicazione ad Ankara, in cui ha rivendicato autonomia di scelta e interesse nazionale: il tutto, come sempre, a testa alta. Peccato che l’esito del vertice sia stato la conferma di tutto quello che voleva Trump: il 5% del bilancio dedicato agli armamenti e altri 140 miliardi all’Ucraina di Zelensky. Il tutto firmato e sottoscritto dalla Meloni. Sempre a testa alta, si intende.
Non so come in un momento economicamente delicato per l’Italia una tale decisione possa essere spiegata alla popolazione. Però tutto questo dispendio di risorse mi ha ricordato un antico adagio anglosassone che diceva pressappoco così: «Se il tuo Paese ha soldi da dare alle altre nazioni, sai cosa significa? Che le tue tasse sono troppo alte». E non credo sbagliasse.
«Bomba non bomba» e l’intellettuale di Venditti
In tutto questo quadro degradato, l’iniziativa a sfondo politico Ranucci-Lavitola aveva un suo senso ambizioso. Anche se probabilmente si infrangerà sul muro delle indagini in corso, che rischiano di delegittimare definitivamente i due protagonisti. Che memori della canzone di Venditti «partirono in due ed erano abbastanza» descrivendo il percorso che «bomba non bomba» li avrebbe portati a Roma, si erano esaltati nel cammino progettato insieme. Malgrado noi.
Rischiano però oggi di fare la fine dell’intellettuale che incontrano nella canzone a Firenze, che gli risponde come probabilmente gli risponderanno i loro presunti sostenitori defilandosi dopo l’inchiesta giudiziaria: «No, compagni, amici, io disapprovo e passo. Manca l’analisi e poi non c’ho l’elmetto».
E paradossalmente sarà proprio la «bomba non bomba» a non farli arrivare a Roma.
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