L’esame di maturità va ripensato? Daniele Novara: “Valutiamo il percorso, non tre prove” INTERVISTA


Abbiamo parlato di valutazione con Daniele Novara, pedagogista, autore, fondatore e direttore del CPP, Centro Psicopedagogico per l’Educazione e la Gestione dei Conflitti.

Professor Novara, in questi giorni si stanno concludendo gli esami di maturità, le cui modalità di svolgimento sono cambiate diverse volte negli ultimi anni. Ma quanto può un esame composto da tre prove, due scritte e una orale, valutare davvero un percorso di studi durato cinque anni?


Diciamo che l’esame di maturità è un po’ lo sport preferito di ogni ministro: appena si insedia, la prima cosa che fa è modificarlo. In alcune circostanze è stato persino tolto il nome “maturità”, per poi essere ripristinato. L’esame di Stato è il momento finale della scuola secondaria di secondo grado, un rito a cui non si riesce a derogare, ma che, lo dico senza mezzi termini, andrebbe costruito in modo completamente diverso. L’apprendimento è una questione applicativa, non ripetitiva; non consiste nell’aver acquisito nozioni da riformulare a comando durante una prova. L’apprendimento ha a che fare con l’azione, e per questo bisognerebbe pensare a delle prove di realtà, piuttosto che a verifiche centrate su una ritualità estremamente inerziale. Alla fine si tratta di procedure che si ripetono all’infinito: si parte sempre con la prova di scrittura, che oggi come oggi l’intelligenza artificiale rischia di mandare direttamente “alle ortiche”, poi si passa alla materia d’indirizzo della propria scuola e si finisce con il colloquio. Lì i ministri, come noto, si sbizzarriscono e di anno in anno cambiano gli ingredienti. Io lo strutturerei in maniera completamente diversa: valuterei il percorso dell’alunno, anziché impostare una prova finale che si rivela da un lato ansiogena e dall’altro puramente prestazionale. Quello che conta, invece, è capire quale cammino abbia compiuto lo studente nel suo processo di apprendimento, creando un’occasione in cui possa dimostrare i progressi fatti. Dovrebbe essere lui a mostrare quali aspetti di questo percorso lo abbiano maggiormente colpito, portando alla commissione qualcosa che appartenga profondamente alla sua vita. Ad esempio, se un alunno ha frequentato un liceo artistico con orientamento musicale, potrebbe portare un pezzo scritto da lui; se invece ha frequentato uno scientifico, potrebbe presentare una ricerca su un argomento specifico o un racconto esperienziale. Questo permetterebbe di intendere l’esame come un momento finale, sì, ma inteso come rito di passaggio. Hai finito un percorso, l’hai costruito e sei arrivato fino a un certo punto, ognuno arriva dove riesce, ovviamente, allora che ognuno dimostri di aver usato bene questi anni. Che siano quattro o cinque poco importa; come è noto, in Europa preferiscono i quattro anni, mentre noi continuiamo con i cinque. Insomma, bisogna rompere questo schema rigido fatto di due prove scritte e un colloquio, che è esattamente lo stesso di quando mi sono diplomato io negli anni Settanta. Personalmente ho addirittura due diplomi, lo scientifico e il magistrale (all’epoca si chiamava così), quest’ultimo conseguito dopo la laurea in Lettere a indirizzo pedagogico. All’epoca, i miei due temi scritti furono allo scientifico su Don Milani e al magistrale su una frase di Ignazio Silone. Ebbi una fortuna sfacciata perché erano proprio gli autori che conoscevo meglio e che per me sono stati importantissimi. Ma la domanda è: siamo ancora fermi lì? Credo che, con tutte le conoscenze pedagogico-scientifiche di cui disponiamo oggi, possiamo fare assolutamente di meglio.

Sul tema della valutazione, il vostro centro ha organizzato un incontro di formazione per il prossimo 31 agosto dal titolo: “Il giudizio non serve. Costruire una valutazione come opportunità e risorsa di crescita”, rivolto agli insegnanti che vogliono ripensare questo momento. Si tratta di un appuntamento annuale che precede l’inizio dell’anno scolastico e che vuole offrire spunti per un approccio differente. Ci dice cosa dobbiamo aspettarci?

Non è un semplice corso di formazione, è un vero e proprio convegno online che recupera la tradizione del convegno pedagogico prima dell’inizio dell’anno scolastico; in passato, questo momento sanciva la ripresa, la ripartenza. Il corpo docenti è una comunità di insegnanti molto trasversale, ma è pur sempre una comunità di colleghi e professionisti impegnati nella stessa missione. Ed è una missione importantissima. Per questo all’inizio dell’anno dobbiamo concederci un momento di sintesi che ci permetta di ridefinire chi siamo come insegnanti e di valorizzare la nostra professionalità. Oggi questi convegni non si fanno quasi più, eppure toccano proprio il senso dell’essere insegnante, un’attività professionale così decisiva che può letteralmente salvare vite umane.

Può aiutare i ragazzi e i bambini a scoprire nuove strade e nuovi percorsi, a vivere ciò che magari la famiglia non ha concesso loro di sperimentare; è qualcosa di straordinario. Io sono ancora molto riconoscente ai miei docenti, specialmente a un professore del liceo: fu un incontro fondamentale che mi permise di imboccare la strada della mia vita, quella che mi porta spesso a confrontarmi anche qui, su Orizzonte Scuola, su quell’attività così bella, interessante e profonda che è la pedagogia. Per questo ogni anno, a fine agosto, proponiamo agli insegnanti di investire gli ultimi scampoli del loro riposo proprio nella partecipazione a questo convegno online. Ci si può collegare da tutta Italia e quest’anno, giunti alla sesta edizione, l’abbiamo dedicato al tema “il giudizio non serve”, cioè a come cambiare i sistemi di valutazione restando comunque dentro le cornici istituzionali, perché dentro ci dobbiamo restare, nel bene e nel male. Anche se non sempre le cornici istituzionali sono perfette, ma possiamo farcela. Dobbiamo valutare gli alunni e le alunne non sulla base dei loro errori o dei loro sbagli; dobbiamo invece, come ci ricorda la grande pedagogia e i grandi educatori, pensiamo ad Alberto Manzi tanto per non fare nomi, valorizzare i loro progressi e i loro miglioramenti.

Lo sbaglio è fondamentale per imparare, non si può apprendere senza commetterne. Ma se l’alunno va a scuola con la paura di essere condannato a una valutazione o a un giudizio negativo ogni volta che sbaglia, o peggio, di essere preso di mira per performance non perfette perché non ha messo tutte le crocette necessarie, allora comprensibilmente entrerà in classe con un senso di mortificazione anziché di entusiasmo. L’entusiasmo è proprio ciò che la scuola deve generare: vita, vitalità, emozione. La scuola dovrebbe sempre emozionare. Ogni alunno dovrebbe andare a scuola chiedendosi quali emozioni vivrà quella giornata, cosa scoprirà e quali sorprese ci saranno. Questo è possibile se la scuola stessa offre stimoli attraverso un metodo di lavoro in cui accettare le sfide, tirare fuori il meglio di sé e non impigrirsi, sapendo che si verrà valutati non sulla singola performance, ma su come si porta avanti il proprio percorso di apprendimento.


Ad esempio, su come si passa dal saper scrivere una lettera al saper scrivere una poesia, o dal saper redigere un tema al saper scrivere un articolo di giornale, che sono due concetti completamente diversi. In un articolo di giornale si può anche scrivere una frase senza il verbo, com’è noto, ma in un tema scolastico il verbo va messo, altrimenti finisce male! Questo è un esempio di evoluzione. Inoltre, si possono fare esperienze bellissime come il giornale scolastico nelle scuole secondarie o, se la città è sensibile, l’esperienza meravigliosa del Consiglio Comunale dei Ragazzi, che ho introdotto in Italia tantissimi anni fa e che continua a esistere in molti territori. Ecco perché il convegno che realizziamo ogni anno con tutto il nostro staff permette agli insegnanti che partecipano di portarsi a casa idee, strumenti e una didattica concreti. Noi siamo pedagogisti, non facciamo “spiegoni” e non siamo docenti universitari, l’ho fatto per un periodo.

Noi siamo operativi, la nostra è una scienza pratica e vogliamo aiutare gli insegnanti. Quest’anno come relatore principale ci sarà Franco Lorenzoni, che verrà intervistato dal nostro staff. Lorenzoni è una grande figura di maestro italiano; sono molto onorato della sua amicizia, di aver fatto tante cose con lui e del fatto che abbia accettato l’invito. Ogni anno ospitiamo una figura importante del panorama pedagogico italiano e stavolta sarà il turno di Franco Lorenzoni, che sarà al convegno anche con la sua compagna Roberta Passoni, anche lei pedagogista e insegnante. Sono molto felice: sarà un’esperienza breve, perché staremo insieme solo una mattinata, ma intensissima, capace di riportare la mente dalle spiagge verso le aule scolastiche. Un ottimo riscaldamento.

Abbiamo parlato di esame di maturità, ma cosa si intende davvero per “maturità” in un esame che valuta solo alcuni aspetti della persona dimenticandone altri, come quello cinestetico? Soprattutto in una generazione in cui aumenta il ritiro sociale e la gestione delle relazioni si fa sempre più complessa.

Inizio col dire che la scuola è, innanzitutto, saper vivere; e per saper vivere devi saper stare sia con te stesso che con gli altri. Il ragazzo che si isola, evidentemente, non ha vissuto un’esperienza scolastica adeguata, perché probabilmente è rimasto bloccato dietro il suo banco ad ascoltare lezioni “pseudomagistrali”. Com’è noto, nel mio approccio, il cosiddetto metodo maieutico di Daniele Novara, c’è un superamento totale della lezione frontale in favore di una scuola esperienziale dove si lavora molto, dove la conoscenza non soltanto si acquisisce, ma si produce attraverso laboratori mirati.

La scuola deve essere innanzitutto un ambiente sociale in cui si impara dai compagni e, come dico sempre, ogni tanto e casualmente anche dagli insegnanti. L’insegnante è un regista che aiuta gli alunni a sviluppare tra di loro processi di ricerca e di problematizzazione. Questi processi non devono mai essere incentrati sulla trasmissione frontale, sul puro esempio o sull’ascolto passivo. Questa lagna dell’ascolto va superata: facciamoli lavorare! Perché mai i ragazzi dovrebbero ascoltarci alla sesta ora di venerdì? Credo che non ci riuscirebbe nessuno. Se invece lavorano anche il corpo si muove, come giustamente accenna nella domanda; non dimentichiamo che l’apprendimento è sempre un’azione prima di diventare un pensiero. La scuola che rinuncia a costruire una conoscenza “agita”, pensando che basti stare seduti, è una scuola che fallisce. E infatti abbiamo tassi di insuccesso gravosi.


Certo, si può far finta di niente e creare scuole “diplomificio”, ma a cosa serve? Poi la realtà del mondo del lavoro ti restituisce ciò che sei veramente. La scuola deve essere un’incubatrice in cui si attivano azioni che permettono un vero apprendimento, non la ripetizione pedissequa di contenuti, né le famose e famigerate interrogazioni o le crocette sulle schede. L’agire è fondamentale. Il lavoro di gruppo tra gli alunni permette l’incontro e l’esperienza della sensorialità. Ricordiamoci di quando c’era la DAD, un’esperienza alla quale alcuni vorrebbero persino tornare; ma riproporre la DAD non è altro che sadismo. Possiamo davvero permettere che un ragazzino se ne stia da solo dietro uno schermo? In quel modo manca l’elemento corporeo cinestetico, la sensorialità, la neurosincronizzazione sensoriale e corporea. Quando sono nel mio studio e arriva una persona per parlarmi di un problema, io la “sento” immediatamente.

Allo stesso modo, l’insegnante in aula sente i suoi alunni. In questo momento in cui stiamo registrando l’intervista in videoconferenza, non riusciamo neanche a sincronizzare lo sguardo: è difficilissimo farlo dietro uno schermo. Poi, per carità, gli schermi sono utili e ci permettono, come adesso, di fare molte cose; ma l’apprendere è anzitutto una relazione sensoriale, corporea, visiva e manuale. È tutto questo che ci permette di dire che siamo insieme nel portare avanti un percorso e un progetto. Non possiamo eludere questo nodo esaltando una pseudo-scuola digitale o, peggio, parlando di alfabetizzazione digitale nella fascia 0-6 anni. È assurdo. L’alfabetizzazione è un’esperienza di contatto corporeo, fisico, sensoriale e umano. Ai tempi del Covid le maestre senza volto sono state una delle cause per cui oggi ci troviamo davanti a una generazione in balia di ansie ed emozioni che spesso impediscono ai ragazzi di vivere appieno.

L’adolescente è spavaldo per antonomasia, ma oggi ce ne sono sempre meno. Questo è un problema, non una risorsa: li abbiamo anestetizzati tutti. L’adolescente deve avere una certa spavalderia, deve rompere il guscio. Invece ci trasciniamo ancora i postumi di quell’esperienza in cui persino gli insegnanti avevano perso il volto. L’Italia ha avuto la chiusura delle scuole più prolungata di tutta Europa e ne subiamo le conseguenze ancora oggi, eredi di quel divieto e di quella proibizione che sono stati senz’altro eccessivi. Io mi ero battuto affinché le scuole, in qualche modo, riaprissero come nel resto d’Europa. Per cui, concludendo, mi preme ribadire che l’apprendimento è prima di tutto azione e sensorialità.

Un’ultima domanda: un voto non racconta il percorso che l’alunno sta compiendo né le difficoltà che affronta. In un processo valutativo, quanto conta l’osservazione del contesto da parte del docente?

La valutazione che io definisco “evolutiva” considera l’alunno nella sua organicità e complessità, secondo una visione olistica e tenendo conto delle sue intelligenze che, come ci ricorderebbe il grande Howard Gardner, sono almeno sei o sette. Ad esempio, ci sarà l’alunna che interviene, collabora e quindi usa molto il linguaggio; viceversa, ci saranno studenti che usano bene il proprio corpo o altri maggiormente inclini alla musica.


Insomma, tutte queste intelligenze entrano a far parte di una complessità che va assolutamente considerata. Questa è la valutazione evolutiva. Il limite del voto è che tende a giudicare: l’errore da evitare è pensare che l’alunno coincida con il suo voto. A questo proposito, ricordo il famoso esperimento sull’effetto Pigmalione condotto da due importanti psicologi sociali degli anni Settanta, che fece molto scalpore. In pratica, in una classe appena formata, presentarono gli alunni agli insegnanti dividendoli in gruppi.

La classe includeva un gruppo di dieci alunni descritti come carenti nei test iniziali e un altro gruppo descritto come eccellente. Di fatto, gli scienziati avevano fornito un giudizio preliminare totalmente inventato. Tuttavia, gli insegnanti si sono agganciati a quel giudizio e non lo hanno più mollato. Bisogna fare molta attenzione: la valutazione non deve trasformarsi in una profezia che si autorealizza sulla base dell’idea preconcetta che si ha di quell’alunno. L’insegnante deve invece seguire il percorso del ragazzo, accompagnarlo nei suoi cambiamenti e nella sua crescita, senza cristallizzarlo.

Permettetemi un ricordo del liceo: avevamo un insegnante di fisica che era bravissimo come fisico, ma negato come docente. Entrava in classe, si metteva alla lavagna dando le spalle a noi e cominciava a scrivere formule che nessuno riusciva a capire. Il problema per lui era poi come valutare: non aveva la consapevolezza che il senso dello stare a scuola non sia semplicemente mostrare di conoscere la materia, ma organizzare l’apprendimento degli alunni. Lui non lo faceva; entrava, spiegava e poi dava i voti sulla base dei risultati che ottenevamo nelle altre materie. Incredibile! Io mi salvavo sempre perché nelle altre materie più o meno galleggiavo, ma quelli che andavano male erano spacciati in partenza. Se diceva a un alunno che era da quattro, poteva anche essere vero in quel momento, ma come insegnante hai il dovere di vedere cosa sta facendo concretamente il tuo alunno. Questo per dire che bisogna evitare la logica della media matematica.

Ci sono scuole che fanno la media addirittura da settembre: la media è un’assurdità. Se un alunno inizia l’anno scolastico con quattro e lo finisce con sette, significa che la sua valutazione attuale è sette, non bisogna fare la media con l’inizio. Se la scuola lo ha portato da quattro a sette, significa che la scuola ha funzionato. Se invece facciamo la media, compiamo un’azione di sabotaggio e di autolesionismo scolastico. Significherebbe che non è servito a nulla il tempo trascorso sui banchi, perché sette più quattro fa undici e la media resta insufficiente; eppure gli ultimi sono ottimi risultati.

Allora quali sono i voti che contano davvero? Bisogna inoltre evitare l’eccesso di valutazioni. L’altro giorno un genitore mi raccontava di ben 74 valutazioni ricevute dal figlio nel solo secondo quadrimestre; lo trovo assurdo e bisogna fare attenzione. Lasciamo lavorare i ragazzi e le ragazze, facciamo in modo che possano metterci tutta la loro caratura, i loro interessi e le loro motivazioni. Diamo spazio all’attività pratica e non trasformiamo la scuola in un tribunale a caccia del giusto e dello sbagliato. La scuola è un’esperienza meravigliosa e fantastica in cui si devono vivere emozioni belle e gratificanti, ma anche tutta la fatica e lo sforzo necessari per costruire la propria vita e il proprio futuro.


 


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 Fabio Gervasio

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