Solo gli alberi hanno radici


Ci sono storie che finiscono dentro una valigia e altre che, invece, cominciano proprio quando quella valigia si chiude.

In Sicilia abbiamo imparato a raccontarle quasi sempre allo stesso modo: un ragazzo che parte, un aeroporto che si riempie di abbracci, una famiglia che resta a guardare il tabellone delle partenze. Poi arrivano le statistiche, i numeri sull’emigrazione, i “cervelli in fuga”, le occasioni perdute. 

 


È un racconto che conosciamo talmente bene da avere smesso di distinguere le sfumature.

Perché non tutte le partenze nascono dalla stessa ferita: c’è chi va via perché non trova lavoro, chi perché vuole semplicemente guadagnare di più.

In ogni caso, abbiamo imparato a leggere quasi tutte le partenze come una rinuncia, come se lasciare la propria terra significasse aver smesso di amarla.

 

E poi c’è chi parte perché sente che il mondo è abbastanza grande da poter contenere un sogno.


La storia di Carla Ricevuto appartiene a quest’ultima categoria.

Non è la storia di una ragazza che è scappata da Trapani per andare a New York, è quella di una donna che ha scelto il posto in cui desiderava diventare sé stessa.

La sua storia non comincia nella Grande Mela, ma davanti ad una tesi di laurea.

È il 2009 quando sceglie di dedicare il proprio lavoro a Mark Kostabi, artista statunitense tra le figure più riconoscibili dell’arte contemporanea internazionale. 

Si laurea nel 2012 con il massimo dei voti all’Università di Palermo e quella tesi continua a vivere, anche nelle collaborazioni di Carla col Museo di “San Rocco”. Diventa dialogo, confronto, conoscenza. Fino a quando è proprio Kostabi a dirle che forse è arrivato il momento di fare quello che, in fondo, aveva sempre immaginato.


Quando nel settembre 2017 sale su un aereo diretto a New York non ha ancora trent’anni: ha una stanza presa in affitto a distanza con due ragazze straniere, un corso d’inglese intensivo, una famiglia che, invece di trattenerla, trova il coraggio di incoraggiarla.

E un biglietto di sola andata verso una città dove nessuno sa chi sia.

Nessun contratto, nessuna raccomandazione. E nessun amico ad aspettarla all’aeroporto.

Soltanto una convinzione maturata lentamente negli anni.

 


New York, però, non concede sconti a nessuno.

C’è un conto corrente da aprire senza sapere come funzioni il sistema bancario americano. C’è una sanità completamente diversa da quella italiana, privata, complicata, costosa. C’è il “visto artistico”, da cui dipende la permanenza a New York e da un contratto di lavoro che non può permettersi di perdere.

Per due anni, durante il passaggio verso la Green Card, Carla non ha potuto lasciare gli Stati Uniti.

Nemmeno per tornare ad abbracciare la famiglia, ma non c’è amarezza in questo ricordo, ma tanta caparbietà. 

 


Carla non aspetta che New York venga a cercarla, corre a prendersela. Invia curriculum, certo, ma soprattutto entra nelle gallerie d’arte una dopo l’altra.

Si presenta, racconta chi è nel suo inglese che chiede rodaggio. 

Chiede cinque minuti e ricomincia il giorno dopo e quello dopo ancora. Galleria dopo galleria.

Meno di un mese più tardi arriva il primo incarico alla George Billis Gallery, nel cuore di Chelsea.

Negli anni seguiranno la direzione della “Hugo Galerie” su Madison Avenue, la specializzazione in Art Market Economics alla Christie’s Education, le fiere internazionali, le curatele, la consulenza a collezionisti, fino all’attuale collaborazione con “Halcyon Gallery”, una delle realtà più prestigiose del mercato internazionale, dove è art consultant e storica dell’arte. 


Eppure, tra i momenti di adattamento più difficili ricorda la metropolitana: sessanta linee, colori, numeri, diramazioni. Altro che BRT. 

“All’inizio non la prendevo nemmeno, avevo paura di sbagliare”. Così attraversava Manhattan in autobus o a piedi. E la strada percorsa le serve per osservare, guardarsi intorno, scoprire persone, altri modi di fare e pensare, creare percezioni.

 

È forse qui che la sua storia prende una direzione diversa rispetto a quella che siamo abituati a sentire.

Carla non racconta New York come una terra promessa, ma come una città da prendere a morsi. Proprio come la mela morsicata di Steve Jobs. 


Perché ciò che New York le ha restituito è qualcosa che non compare in nessun contratto e che è bagaglio di un viaggio del tutto personale: “Lì ho imparato a credere davvero in me stessa”. 

Ed è il cuore della sua esperienza: quello che ha se lo è conquistato. 

“Ho trovato un ambiente dove nessuno sembra interessato a farti inciampare. Se dimostri di valere, le persone provano ad aiutarti. Conta quello che sai fare”.

 

Anche il mondo dell’arte, osservato da Manhattan, cambia prospettiva.


Le gallerie americane non sono soltanto luoghi dove si appendono quadri: sono imprese culturali, scoprono artisti, li accompagnano nella crescita, investono su di loro. Dialogano ogni giorno con musei, fondazioni, collezionisti e case d’asta.

Una storica dell’arte non studia soltanto un’opera. Ne ricostruisce la storia, ne verifica la provenienza, segue acquisizioni, prepara mostre, costruisce relazioni internazionali.

L’arte non è un settore separato dall’economia, ne fa parte.

Chi lavora nell’arte non attende pachidermici concorsi da ventimila partecipanti per 300 posti, banditi ogni morte di Papa. 

Ed è forse questa la differenza più evidente rispetto all’Italia, dove troppo spesso il patrimonio culturale resta imbrigliato nella lentezza delle procedure e nella cronica scarsità di investimenti. Ma che giace in musei spesso polverosi e dagli accessi carissimi: perché in Italia, sanità e cultura sono pubbliche sulla carta. Poi, se devi andare fare un esame diagnostico ti rivolgi al privato e l’accesso ad un museo è spesso proibitivo. 


 

A New York tutto il sistema è veloce, competitivo, ma dove il merito, racconta Carla, continua ad avere un peso concreto. Dove non c’è tempo per i giudizi da chiacchiericcio, ma la gente ti osserva se le interessi sul serio. 

Eppure, in questa città fatta di luci abbaglianti e di popoli in movimento, lei non ha scelto la strada più semplice.

Avrebbe potuto rifugiarsi nella comunità italiana, ma ha preferito costruirsi una vita dentro New York. Esce da sola, va alle mostre, ai concerti e la sua migliore amica è spagnola.

Perché, dice Carla, una città così va abitata, non osservata dal marciapiede. 


 

È ad un live painting che incontra anche Alix Tucou, musicista e compositore francese.

Lei sente che deve andarci, lui, dopo avere montato alcune attrezzature, decide di tornare quella sera quasi per caso. Da quell’incrocio nasce una casa: prima a Brooklyn, poi ad Astoria, uno dei quartieri più multiculturali del Queens.

Tra loro parlano inglese, se litigano lui impreca in francese lei in siciliano.

Entrambi, nel frattempo, hanno imparato la lingua dell’altro. Come succede nei luoghi dove il mondo intero convive nello stesso isolato.


 

Hanno anche fatto un progetto insieme, “Calypso”: 7 tele dipinte da Carla e 7 improvvisazioni per trombone e basso composti e suonati da Alix, registrati nell’acustica del Museo di Arte Contemporanea – Centro Culturale Oratorio San Rocco a Trapani. 

Perchè Trapani non è mai uscita dalla sua vita.

Continua a collaborare con “Casa Rocco”, il museo fondato da monsignor Liborio Palmeri, cercando di costruire un ponte tra la Sicilia e New York.

Porta artisti che qui definiremmo “emergenti” ma che in America considerano scommesse vinte. Organizza mostre tenendo aperta una finestra tra due mondi.


Perché partire non significa cancellare ciò che si è stati, significa aggiungere qualcosa. Non sostituirlo.

Tra un anno Carla diventerà cittadina americana.

Le chiedo se immagina un giorno di tornare a vivere a Trapani. Ci pensa, sorride: “In vacanza, sì”. 

Non perché abbia smesso di amare la sua città, anzi.

Trapani è ancora nei profumi che ricorda, nel mare che le manca, nei tramonti, nelle processioni, nel cibo, nelle parole che le vengono spontanee quando si emoziona.


Mentre parliamo, senza accorgercene, finiamo entrambe a parlare in siciliano.

Dopo quasi dieci anni negli Stati Uniti, Carla conserva ancora una cadenza profondamente trapanese.

“Non perderla mai”, le dicono spesso gli americani. Perché un accento racconta una storia molto più di un passaporto.

Prima di salutarci mi lascia una frase, una di quelle che arrivano leggere e continuano a risuonare anche quando la nostra chiacchierata è finita.

“Solo gli alberi hanno radici”. 


Forse è proprio questo il punto.

 

Per anni abbiamo raccontato i giovani che partono come se fossero costretti a scegliere tra amare la propria terra e costruirsi un futuro.

La storia di Carla dice che può esistere un’altra possibilità: si può partire senza rinnegare il luogo da cui si viene e si può restare senza avere meno coraggio di chi parte.

Che partire può essere un atto di libertà, non di fuga, così come restare può essere una scelta piena, e non una rinuncia.


Perché il problema non è mai la distanza.

È poter scegliere, senza sentirsi in colpa, il luogo in cui diventare la persona che si desidera essere.

La vera sfida è costruire un Paese nel quale entrambe le scelte siano finalmente libere.

E, forse, il giorno in cui ci riusciremo, la parola “emigrazione” smetterà di avere il sapore di una sconfitta e tornerà ad avere quello che dovrebbe avere ogni viaggio: una possibilità.

 





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 redazione@tp24.it (Luca Sciacchitano)

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