Che cosa si celebra quando un’azienda compie cento anni? La risposta più immediata potrebbe sembrare anche la più semplice: si celebra un’impresa capace di attraversare un secolo, quattro generazioni, trasformazioni economiche, sociali, culturali e tecnologiche che hanno cambiato radicalmente l’Italia e il mondo. Ma al Labirinto della Masone, il 9 luglio 2026, la risposta è stata molto più ampia.
Celebrare i cento anni del Gruppo Spaggiari Parma ha significato attraversare un secolo di scuola italiana. Dal 1926 al 2026. Dal registro cartaceo all’intelligenza artificiale. Dalle aule della scuola gentiliana alla scuola costituzionale. Dall’istruzione destinata a pochi alla scuola di massa. Dalla selezione all’inclusione. Dall’amministrazione centralizzata all’autonomia. Dai registri compilati a mano alle piattaforme digitali. Dalle circolari stampate agli ecosistemi di comunicazione in tempo reale. Dagli archivi pieni di faldoni alla dematerializzazione. Da una scuola nella quale le famiglie ricevevano informazioni principalmente durante i colloqui a una scuola permanentemente connessa. Fino all’intelligenza artificiale, che oggi entra nelle classi, nelle segreterie, nei processi di apprendimento, nell’organizzazione delle istituzioni scolastiche e nella stessa riflessione sul futuro dell’educazione.
È questa la straordinaria coincidenza storica sulla quale si è costruita la celebrazione di “Un secolo di scuola. 1926-2026”, il Centenario del Gruppo Spaggiari Parma. La storia di un’impresa si è intrecciata con quella della scuola e, inevitabilmente, con quella dell’Italia. Tre storie: la storia del Paese, la storia della scuola italiana, la storia del Gruppo Spaggiari Parma. Tre percorsi che non sono sovrapponibili, ma che si sono incontrati ogni volta che un cambiamento ha modificato la società, l’educazione, il lavoro, le professioni e gli strumenti attraverso i quali la scuola organizza se stessa.
Non una semplice successione cronologica. Non una mostra celebrativa. Non un esercizio di memoria aziendale. Il Centenario è stato costruito come un percorso nel quale passato, presente e futuro hanno continuamente dialogato. Ed è proprio questa la chiave per comprendere una serata nella quale il registro con le alette e l’intelligenza artificiale, la riforma Gentile e le piattaforme digitali, la carta e gli algoritmi, l’autonomia scolastica e l’internazionalizzazione non sono apparsi come capitoli separati, ma come parti di un’unica grande domanda: come si attraversa il cambiamento senza perdere la propria identità?
Il Labirinto della Masone: un luogo che diventa parte del racconto
Anche il luogo scelto per la celebrazione non poteva essere considerato una semplice cornice. Il Labirinto della Masone di Fontanellato, ideato da Franco Maria Ricci, è entrato nella narrazione del Centenario come un protagonista. Un luogo nel quale perdersi e cercare. Un luogo nel quale scegliere una direzione. Un luogo nel quale tornare indietro può diventare necessario per trovare una nuova strada. Un luogo, soprattutto, nel quale il percorso non è mai completamente lineare.
È difficile immaginare una metafora più efficace per raccontare cento anni di scuola italiana e cento anni di impresa. La storia non procede in linea retta. Non lo fa la scuola. Non lo fanno le organizzazioni. Non lo fanno le società. Ci sono avanzamenti e arretramenti, riforme annunciate e mai completate, innovazioni accolte e innovazioni respinte, crisi che sembrano definitive e che, invece, aprono nuove possibilità. Strumenti destinati a scomparire che sopravvivono. Tecnologie considerate rivoluzionarie che diventano obsolete in pochi anni. Idee antiche che tornano improvvisamente attuali.
La scuola italiana, in cento anni, ha attraversato il proprio labirinto. E anche il Gruppo Spaggiari Parma lo ha fatto. Il legame con il luogo della celebrazione, peraltro, è ancora più profondo. Franco Maria Ricci non è soltanto il creatore del Labirinto della Masone: il rapporto con la storia e con l’identità visiva di Spaggiari crea un ponte tra l’origine e il futuro, tra la scrittura e la tecnologia, tra la traccia e la memoria.
Non è casuale che proprio in questo luogo il Gruppo abbia scelto di celebrare i propri primi cento anni e di guardare al secondo secolo della propria storia. Il Labirinto diventa così la metafora di un percorso fatto di cambiamenti, adattamenti, deviazioni e nuove direzioni. Ma anche di una certezza: per andare avanti bisogna sapere da dove si viene.
Tre storie che si incontrano ogni volta che arriva il cambiamento
Il 1926 non è soltanto l’anno di nascita dell’azienda. È un momento preciso della storia italiana. La riforma Gentile era stata approvata pochi anni prima. La scuola era profondamente diversa da quella che conosciamo. L’accesso all’istruzione non era ancora un diritto concretamente garantito a tutti. Il percorso scolastico era fortemente selettivo. Le differenze sociali, economiche e territoriali determinavano in misura enorme le possibilità educative delle persone.
La scuola aveva un’organizzazione rigidamente gerarchica. Il registro scolastico era un oggetto materiale: carta, inchiostro, scrittura. Ma anche organizzazione, memoria, responsabilità, documentazione. Nel corso di cento anni cambierà quasi tutto. Cambierà l’Italia. Nascerà la Repubblica. Entrerà in vigore la Costituzione. Cambieranno la società, le famiglie, il lavoro, i diritti, il ruolo delle donne. Cambierà la scuola. E cambieranno, inevitabilmente, anche gli strumenti attraverso i quali la scuola organizza se stessa.
È proprio in questo spazio che la storia di Spaggiari si incontra con quella dell’istruzione italiana. Non perché le due storie siano sovrapponibili, ma perché ogni trasformazione della scuola genera nuovi bisogni, nuovi adempimenti, nuove responsabilità, nuove forme di comunicazione e nuovi strumenti. E ogni volta che la scuola cambia, chi lavora al suo fianco deve decidere se limitarsi a osservare il cambiamento o provare a comprenderlo.
Dal 1926 al 2026: cento anni racchiusi in un registro
Si può raccontare un secolo attraverso un registro? Sì, probabilmente più di quanto si possa immaginare. Il registro scolastico è stato, per generazioni di docenti, uno degli oggetti più familiari della vita professionale. Presenze, assenze, lezioni, valutazioni, annotazioni, firme. Un oggetto quotidiano. Eppure, dentro quelle pagine, si concentrava una parte essenziale della vita scolastica.
Il registro era memoria. Era prova. Era responsabilità. Era organizzazione. Era relazione tra il docente e l’istituzione, tra la classe e la scuola, tra ciò che accadeva ogni giorno e la necessità di conservarne una traccia. Per questo il passaggio dal registro cartaceo al registro elettronico non può essere raccontato soltanto come la sostituzione della carta con uno schermo. È molto di più.
È il passaggio da un’organizzazione analogica a una digitale. Da un documento custodito fisicamente in un luogo a informazioni accessibili attraverso una piattaforma. Da una comunicazione differita a una comunicazione quasi immediata. Da una scuola nella quale le famiglie ricevevano informazioni principalmente durante i colloqui a una scuola nella quale possono conoscere assenze, valutazioni, attività e comunicazioni in tempo reale.
Il registro racconta la scuola. E racconta anche come la scuola abbia modificato il proprio rapporto con il tempo, con le informazioni, con le famiglie e con la responsabilità. La storia del Gruppo Spaggiari Parma parte simbolicamente proprio da qui. Da un registro. Ma da un registro particolare.
Il registro con le alette e l’intuizione che attraversa un secolo
La storia raccontata durante la celebrazione comincia da un’intuizione apparentemente semplice: un registro scolastico con le alette. Un prodotto cartaceo. Un oggetto. Una soluzione concreta a un problema concreto. Eppure, guardandolo dalla distanza di cento anni, dentro quel prodotto si può riconoscere una filosofia che attraverserà l’intera storia dell’azienda: osservare il lavoro della scuola, comprendere dove si concentra una difficoltà, provare a semplificare, liberare tempo, ridurre la complessità, costruire uno strumento utile.
La tecnologia del 1926 era la carta. La tecnologia del 2026 è l’intelligenza artificiale. La distanza sembra infinita. Eppure la domanda può rimanere la stessa: a che cosa serve l’innovazione? Se non migliora il lavoro delle persone, se non libera energie, se non permette alla scuola di dedicare più tempo alla propria missione, il rischio è che l’innovazione diventi soltanto un’altra forma di complessità.
È questa continuità, più ancora della successione dei prodotti, a spiegare il senso del Centenario. Gli strumenti cambiano. La scuola cambia. Le esigenze cambiano. Ma l’innovazione acquista significato soltanto quando risponde a un bisogno reale. Dal registro con le alette all’intelligenza artificiale, il filo che unisce cento anni è proprio questo.
A questo appuntamento con la storia c’era anche Orizzonte Scuola
È dentro questo racconto, e non accanto ad esso, che si colloca la presenza di Orizzonte Scuola alla celebrazione del Centenario. A questo appuntamento con un secolo di storia dell’istruzione italiana c’era anche Orizzonte Scuola, rappresentata da Antonio Fundarò, consulente scientifico e giuridico.
Una presenza che ha trovato il proprio significato più autentico proprio nel filo conduttore scelto per il Centenario: osservare il cambiamento, comprenderlo, interpretarlo e restare accanto a chi la scuola la vive ogni giorno. È, in fondo, la prospettiva dalla quale Orizzonte Scuola guarda quotidianamente al sistema dell’istruzione: seguendone l’evoluzione normativa, interpretandone le trasformazioni organizzative, ascoltando le professioni, raccontando le difficoltà, cercando di comprendere non soltanto ciò che cambia, ma soprattutto le conseguenze che ogni cambiamento produce nella vita reale delle istituzioni scolastiche.
Una norma, da sola, non racconta mai completamente la scuola. Una riforma acquista significato quando entra in un’aula, quando arriva sulla scrivania di un dirigente scolastico, quando modifica il lavoro di una segreteria, quando incontra le responsabilità di un direttore dei servizi generali e amministrativi, quando cambia la vita professionale di un docente, quando produce conseguenze per uno studente o per una famiglia.
È in questo spazio, tra la norma e la sua applicazione, tra l’innovazione annunciata e quella realmente praticata, tra la scuola descritta nei documenti e quella vissuta ogni giorno, che Orizzonte Scuola costruisce il proprio osservatorio quotidiano. Ed è proprio qui che la presenza al Centenario ha trovato una consonanza profonda con una delle idee più forti emerse durante la serata.
Non davanti alla scuola, ma accanto alla scuola: una filosofia condivisa
Pier Paolo Avanzi avrebbe utilizzato, nel corso del proprio intervento, una formula capace di sintetizzare la filosofia del Gruppo: non davanti alla scuola, ma accanto alla scuola. Non pretendere di sostituirsi a chi la vive. Non imporre dall’esterno una visione. Ascoltare. Comprendere. Accompagnare. Servire.
È difficile non riconoscere in questa idea una profonda vicinanza con la prospettiva dalla quale Orizzonte Scuola osserva ogni giorno il sistema dell’istruzione. Essere accanto a chi vive la scuola. A chi la interpreta. A chi deve applicare le norme. A chi ne assume le responsabilità. A chi insegna. A chi dirige. A chi amministra. A chi studia. A chi ogni giorno prova a tenere insieme una istituzione complessa e una missione educativa che non può mai essere ridotta a una procedura.
Questa filosofia permette anche di comprendere la qualità più profonda che va riconosciuta a Pier Paolo Avanzi e, attraverso di lui, a una storia familiare e imprenditoriale arrivata alla quarta generazione. La capacità di cogliere il cambiamento senza inseguirlo superficialmente. Di innovare senza recidere le radici. Di trasformare gli strumenti mantenendo fermo il rispetto per la scuola. Di comprendere che la tecnologia può cambiare, ma il fine deve restare chiaro.
È una qualità che non nasce nel 2026. Attraversa quattro generazioni della famiglia Spaggiari. Ed è probabilmente una delle ragioni per le quali un’impresa nata intorno alla carta è arrivata al proprio Centenario parlando di intelligenza artificiale.
Una serata di incontri e confronti sul futuro della scuola
La partecipazione al Centenario è stata anche occasione di un confronto particolarmente intenso. Nel corso della serata Antonio Fundarò ha avuto modo di dialogare con autorevoli protagonisti del Gruppo Spaggiari Parma, dal presidente Pier Paolo Avanzi all’Amministratore Delegato Nicola De Cesare, e con rappresentanti di primo piano del mondo della scuola e delle sue professioni.
Non incontri formali, non semplici saluti, ma occasioni per confrontarsi sui grandi temi che stanno modificando il sistema dell’istruzione: l’intelligenza artificiale, la dematerializzazione, la formazione, il futuro delle segreterie scolastiche, la gestione della conoscenza, il rapporto tra innovazione e responsabilità, il tempo sottratto dalla burocrazia e il tempo che la tecnologia dovrebbe restituire alla scuola.
Particolarmente significativo è stato il confronto sull’intelligenza artificiale, destinata a rappresentare una delle grandi questioni della scuola dei prossimi anni. Non soltanto una nuova tecnologia, ma una trasformazione che investe il modo di insegnare, apprendere, amministrare, organizzare, comunicare e produrre conoscenza.
Il confronto con Pier Paolo Avanzi, con Nicola De Cesare e con gli autorevoli rappresentanti del mondo scolastico presenti ha fatto emergere una domanda destinata ad attraversare l’intero racconto: come accompagnare la scuola nel futuro senza permettere che la tecnologia ne sostituisca l’identità, le professioni e la centralità della persona? Una domanda che non ammette risposte semplici e che avrebbe trovato, nella parte conclusiva della serata, una delle dichiarazioni più nette: dovrà essere la scuola a utilizzare l’intelligenza artificiale, non l’intelligenza artificiale a utilizzare la scuola.
Le istituzioni e una storia profondamente legata a Parma
Prima che il racconto aziendale entrasse nel vivo, la celebrazione ha dato spazio al territorio e alle istituzioni: il vicepresidente dell’Unione Parmense degli Industriali Filippo Casappa, il consigliere provinciale Fabio Bonatti e la consigliera comunale Saba Giovannelli. Presenze che hanno restituito immediatamente una delle dimensioni fondamentali della storia del Gruppo.
Parma non è semplicemente il luogo nel quale l’azienda ha la propria sede. È l’origine. È il territorio dal quale tutto prende forma. È il contesto culturale e produttivo nel quale una piccola impresa familiare è cresciuta fino a diventare un gruppo capace di operare su scala nazionale e di prepararsi alla dimensione internazionale.
Nel caso di Spaggiari, questo legame non si è indebolito con la crescita. La dimensione nazionale non ha cancellato l’origine parmense. E l’ambizione internazionale non intende cancellarla. È proprio questo il significato del ritorno alle origini che ha attraversato la serata. Non una nostalgia. Una consapevolezza. Si può andare lontano soltanto se si sa da dove si è partiti.
Pier Paolo Avanzi e la domanda decisiva: che cosa stiamo festeggiando?
Quando Pier Paolo Avanzi, presidente del Gruppo Spaggiari Parma, ha preso la parola, ha posto immediatamente la domanda che avrebbe guidato l’intera serata: che cosa stiamo festeggiando? La risposta più semplice sarebbe stata: i cento anni del Gruppo Spaggiari. Ma, ha raccontato, ogni volta che quella domanda gli era stata posta nei giorni precedenti, dentro di lui era nata una risposta diversa.
Perché quella sera non si celebravano soltanto cento anni di un’azienda. Si celebravano cento anni di scuola italiana. È stato questo il passaggio capace di trasformare una celebrazione aziendale in un racconto collettivo.
Cent’anni sono un traguardo straordinario per qualsiasi impresa. Avanzi lo ha ricordato con un dato che appartiene alla storia dell’imprenditoria italiana: molte aziende non superano la prima generazione. Spaggiari è arrivata alla quarta. Ed è arrivata al proprio Centenario, ha sottolineato il presidente, in ottima forma.
Ma il dato anagrafico, da solo, non spiega nulla. Un’azienda non vive cento anni perché il tempo passa. Vive cento anni perché cambia. Perché comprende. Perché attraversa crisi. Perché incontra persone. Perché costruisce alleanze. Perché riconosce il momento nel quale ciò che ha funzionato fino a ieri non sarà sufficiente domani. È proprio su questa capacità di riconoscere il cambiamento che Pier Paolo Avanzi ha costruito il proprio racconto.
Il primo giorno di lavoro: un notebook verde, una giacca marrone e la memoria delle persone
Poi il discorso del presidente ha cambiato tono. La grande storia è diventata memoria personale. Pier Paolo Avanzi ha ricordato il proprio primo giorno in azienda: il notebook verde, la giacca marrone, l’emozione, la curiosità, anche un po’ di timore.
Ha ricordato l’ufficio vendite, Mara, Angelo, Laura, Gabriella, Regina e soprattutto Luigina, la sua prima tutor, quando la parola “tutor” non era ancora entrata nel linguaggio comune delle aziende. Sono stati loro, ha raccontato, ad accoglierlo. Sono stati loro a fargli comprendere che Spaggiari non era semplicemente un posto nel quale lavorare. Era una comunità di persone. Una comunità che condivideva valori, passione e un profondo rispetto per la scuola.
Dopo trentatré anni, ha detto Avanzi, quell’anima è ancora lì. È stato uno dei momenti più autentici della serata. Perché i cento anni hanno improvvisamente smesso di essere una cifra. Sono diventati volti, nomi, persone. Ogni impresa longeva è costruita da migliaia di gesti che non entrano nelle cronologie ufficiali, da persone che accolgono altre persone, da competenze trasmesse, da una cultura organizzativa che nessun manuale riesce a descrivere completamente. Il vero patrimonio di un’impresa non può essere raccontato soltanto attraverso i prodotti.
Il 1993: la scuola dei registri, delle circolari e dei faldoni
Quando Pier Paolo Avanzi entrò in azienda, nel 1993, la scuola italiana era profondamente diversa. Era ancora una scuola fatta prevalentemente di registri cartacei, circolari stampate, archivi pieni di faldoni. Le famiglie entravano nella vita scolastica soprattutto attraverso i colloqui. Internet, per la grande maggioranza delle persone, era una parola sconosciuta.
Il computer aveva già iniziato a entrare negli uffici, ma non aveva ancora trasformato il sistema. La comunicazione aveva tempi diversi. L’informazione aveva tempi diversi. L’amministrazione aveva tempi diversi. Il lavoro aveva tempi diversi.
È difficile, per chi è cresciuto nella scuola digitale, immaginare quanto radicale sia stata la trasformazione. Oggi una comunicazione può raggiungere in pochi secondi migliaia di famiglie. Un docente può registrare una valutazione e renderla immediatamente visibile. Un dirigente può firmare digitalmente un documento. Una segreteria può gestire procedimenti senza produrre necessariamente un fascicolo cartaceo. Nel 1993 tutto questo non esisteva. Ma proprio allora iniziava una stagione destinata a modificare profondamente il sistema.
L’autonomia scolastica e l’aumento della complessità
Negli anni Novanta arriva la grande stagione dell’autonomia scolastica. Le scuole acquisiscono nuove responsabilità, nuove competenze e nuove esigenze organizzative. La scuola non è più soltanto l’ultimo anello di una catena amministrativa centralizzata. Diventa istituzione autonoma.
È un passaggio epocale. Ma ogni autonomia porta con sé una conseguenza: la responsabilità. Decidere significa assumersi responsabilità. Organizzare significa costruire procedure. Progettare significa disporre di competenze. Gestire risorse significa conoscere regole. Comunicare significa creare sistemi. La complessità aumenta.
Pier Paolo Avanzi ha collocato proprio qui uno dei passaggi fondamentali nella maturazione del ruolo del Gruppo. Si comprese che non bastava più fornire prodotti. Bisognava aiutare la scuola a governare il cambiamento. Non subirlo. Non inseguirlo. Non celebrarlo in modo acritico. Comprenderlo. E costruire strumenti che permettano alle persone di attraversarlo.
Quando Internet arrivò e molti videro una minaccia
Poi arrivò Internet, una rivoluzione destinata a cambiare il mondo. Come accade davanti a ogni grande trasformazione, molti videro soprattutto la minaccia. Per un’azienda nata nella carta, la rivoluzione digitale avrebbe potuto rappresentare la fine. I prodotti tradizionali erano destinati a essere progressivamente sostituiti. Le abitudini sarebbero cambiate. I processi sarebbero cambiati. Le competenze necessarie sarebbero cambiate. Il mercato sarebbe cambiato.
Ma Spaggiari cercò di leggere quella trasformazione come un’opportunità. Non per abbandonare ciò che aveva sempre fatto, ma per continuare a farlo con strumenti nuovi: semplificare il lavoro della scuola, liberare tempo, liberare capacità, consentire a docenti e personale di dedicarsi a ciò che conta davvero, l’educazione.
È questo il punto nel quale il passato e il futuro si incontrano. La carta non è un valore in sé. Il digitale non è un valore in sé. L’intelligenza artificiale non è un valore in sé. Il valore dipende da ciò che uno strumento permette alle persone di fare.
La tecnologia ha senso soltanto se restituisce tempo all’educazione
Il tema del tempo ha attraversato l’intera serata. Tempo sottratto. Tempo liberato. Tempo restituito. La scuola italiana soffre da anni di una contraddizione: le tecnologie aumentano, gli strumenti aumentano, le piattaforme aumentano. Eppure, troppo spesso, aumenta anche la percezione del carico burocratico.
Questo significa che digitalizzare non basta. Una procedura inutile non diventa utile perché viene trasferita online. Un adempimento ridondante non diventa necessario perché è compilato attraverso una piattaforma. Un processo frammentato non diventa efficiente perché utilizza molti software.
La vera innovazione si misura sulla capacità di liberare tempo: tempo per insegnare, per ascoltare, per progettare, per accompagnare gli studenti, per le relazioni, per la scuola. Il registro con le alette serviva a semplificare. Il digitale doveva semplificare. L’intelligenza artificiale dovrà essere giudicata con lo stesso criterio.
Il 2001 e l’incontro con l’Associazione Nazionale Presidi
Nel 2001 nasce una collaborazione destinata a diventare una delle tappe fondamentali della storia raccontata durante il Centenario: quella con l’Associazione Nazionale Presidi, l’ANP. Pier Paolo Avanzi ha ricordato lo storico presidente Giorgio Rembado e l’idea dalla quale nacque il progetto: costruire una struttura di consulenza capace di aiutare i dirigenti scolastici ad affrontare le nuove responsabilità.
La scuola dell’autonomia aveva bisogno di una nuova dirigenza. Non bastava più amministrare. Occorreva guidare organizzazioni complesse, gestire persone, risorse, relazioni, conflitti, progetti, sicurezza e responsabilità. Il dirigente scolastico diventava il punto di convergenza di una quantità crescente di funzioni.
Avanzi ha ricordato la formula del “manager sociale”, un’espressione capace di descrivere una figura professionale che deve possedere competenze organizzative senza dimenticare la natura educativa dell’istituzione che guida. Da quella collaborazione sarebbe nato un rapporto destinato a durare. Ed è proprio per questo che, durante il Centenario, Pier Paolo Avanzi ha chiamato sul palco Antonello Giannelli, presidente dell’ANP.
Antonello Giannelli e i tempi lunghi della scuola
Antonello Giannelli ha iniziato il proprio intervento ringraziando l’amico Pier Paolo per l’invito. Poi ha introdotto una prospettiva che soltanto chi vive nel mondo della scuola può comprendere fino in fondo: la scuola è abituata ai tempi lunghi.
L’ANP, ha ricordato con ironia, è molto più giovane di Spaggiari. L’anno successivo avrebbe compiuto quarant’anni, i primi quarant’anni, quasi una giovane organizzazione davanti a un Centenario. Ma chi vive nella scuola è abituato a confrontarsi con un secolo. E il pensiero, inevitabilmente, è andato alla riforma Gentile del 1923.
Giannelli ha ricordato un particolare particolarmente significativo per la serata. Tra i decreti che costruivano quella riforma ve n’era uno dedicato alle regole del registro scolastico. Il registro, ancora una volta. L’oggetto dal quale era partita la storia di Spaggiari si ritrovava dentro una delle grandi riforme della scuola italiana. Giannelli, da docente, quel registro lo aveva poi utilizzato. La storia, improvvisamente, diventava esperienza personale.
Dalla riforma Gentile all’intelligenza artificiale
Il richiamo alla riforma Gentile ha consentito di misurare la distanza percorsa. Nel 1923 si definivano le caratteristiche del registro scolastico. Nel 1926 nasceva l’impresa che avrebbe legato la propria storia a quello strumento. Nel 2026 si celebrano cento anni mentre il Gruppo è impegnato nello sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale.
La distanza tecnologica è enorme. Ma la scuola rimane il luogo nel quale la conoscenza deve essere organizzata. È proprio questa l’interpretazione proposta da Antonello Giannelli. Che cosa produce oggi Spaggiari? Qual è il vero core business di un’azienda passata dalla carta all’editoria elettronica, dalle pubblicazioni alle piattaforme, fino all’intelligenza artificiale?
La risposta di Giannelli è stata una delle più efficaci della serata: Spaggiari produce gestione della conoscenza. Produce il modo nel quale si organizza la gestione della conoscenza. E questo significa entrare inevitabilmente in relazione con l’intero sistema scolastico.
Una piccola impresa familiare diventata grande gruppo
Giannelli ha voluto sottolineare anche il valore imprenditoriale della storia celebrata. Una piccola azienda familiare diventata un grande gruppo industriale. Un gruppo ormai proiettato verso una dimensione internazionale. Una storia paradigmatica della migliore tradizione industriale italiana.
Si parte da un prodotto: registri, stampati, carta. E si arriva a un’azienda leader nell’editoria elettronica e fortemente impegnata nello sviluppo dell’intelligenza artificiale. Il cambiamento non ha cancellato il passato. Lo ha trasformato.
È questa la differenza tra un’impresa che vende un prodotto e un’impresa che comprende la funzione che quel prodotto svolge. Se si pensa di produrre carta, il digitale è una minaccia. Se si comprende di lavorare nell’organizzazione della conoscenza, il digitale è un nuovo strumento. E l’intelligenza artificiale apre una nuova fase.
La scuola italiana: un sistema fragile che non può fallire
A questo punto, l’intervento di Giannelli si è spostato sulla scuola italiana e il tono è diventato più severo. Parlare del sistema scolastico italiano è difficile. È un sistema con risorse insufficienti, che vive dentro grandi difficoltà, con un patrimonio edilizio spesso in condizioni inadeguate e lavoratori pagati troppo poco, spesso molto meno di quanto valgano e di quanto facciano per i figli del Paese e per il Paese stesso.
Giannelli ha utilizzato un’immagine provocatoria: se la scuola fosse un’azienda, sarebbe fallita da tempo. Perché non fallisce? Perché non può fallire. Perché è un sistema sociale innervato nella società. Perché nessun Paese può vivere senza un sistema scolastico.
La scuola non produce semplicemente un servizio. Costruisce la possibilità stessa di una società complessa. Senza scuola non esiste cittadinanza consapevole, non esiste sviluppo, non esiste democrazia sostanziale, non esiste mobilità sociale, non esiste futuro.
Perché l’essere umano ha bisogno di una scuola sempre più lunga
Giannelli ha spiegato questa funzione attraverso un confronto. I mammiferi diventano autonomi in tempi relativamente brevi. Dopo pochi mesi, un animale può essere capace di procurarsi il cibo e di vivere senza dipendere completamente dai genitori. Per l’essere umano è diverso.
Nel mondo contemporaneo, l’autonomia arriva dopo un percorso lunghissimo: vent’anni, venticinque anni, talvolta di più. Perché? Perché bisogna apprendere il “software” che regola il mondo. Un tempo poteva essere necessario imparare ad accendere il fuoco. Oggi bisogna acquisire una quantità enorme di conoscenze. Bisogna comprendere sistemi complessi, tecnologie, linguaggi, regole e relazioni.
La società diventa più complessa. E più la società diventa complessa, più aumenta il bisogno di educazione. La scuola non perde importanza con la tecnologia. Ne acquista. Proprio perché la tecnologia moltiplica la complessità.
Dalla dirigenza all’amministrazione: la scuola è un sistema
Dopo il presidente dell’ANP, Pier Paolo Avanzi ha chiamato sul palco Giorgio Germani, presidente dell’ANQUAP. Il passaggio non era semplicemente una successione di ospiti. Raccontava un altro pezzo della storia. Dopo la dirigenza, l’amministrazione. Dopo chi guida l’istituzione scolastica, chi ne organizza la complessa macchina amministrativa.
Germani ha individuato immediatamente quella che, a suo giudizio, è stata la grande capacità del Gruppo: avere una visione della scuola sistema. La scuola ha fini istituzionali. Ha una missione. Ma per realizzarla ha bisogno di molti elementi. Ci sono gli alunni, i docenti, i dirigenti, coloro che curano l’attività amministrativa e organizzativa. Nessuna di queste componenti può essere compresa isolatamente. La scuola funziona soltanto se il sistema funziona.
La scuola non è soltanto ciò che accade in aula
È una verità spesso dimenticata. Quando si parla di scuola, il pensiero va immediatamente all’aula, al docente, agli studenti, alla lezione. Ed è giusto. La relazione educativa è il cuore. Ma quel cuore può funzionare soltanto se esiste un’organizzazione capace di sostenerlo.
Bilanci, acquisti, contratti, personale, assenze, ricostruzioni di carriera, pensioni, inventari, progetti, finanziamenti, privacy, trasparenza, sicurezza, rapporti con i fornitori, rendicontazioni. Ogni giorno, dietro la vita di una scuola, esiste un lavoro amministrativo enorme. Un lavoro spesso invisibile.
Germani ha riportato questo lavoro al centro del racconto e ha ricordato due grandi passaggi storici: la metà degli anni Settanta, con l’autonomia amministrativa e i decreti delegati, e il 1° settembre 2000, con la piena attuazione dell’autonomia scolastica. Due momenti nei quali la complessità organizzativa è cresciuta. Due momenti nei quali la scuola ha avuto bisogno di nuove competenze, nuovi strumenti e nuove alleanze.
Le alleanze con le professioni della scuola
Nel mondo della docenza. Con le famiglie. Nel mondo della dirigenza scolastica. Nel mondo della direzione amministrativa. Germani ha insistito su questo punto: le trasformazioni importanti non sono state costruite in solitudine. Sono nate dal rapporto con chi rappresentava e impersonava i problemi delle diverse professioni.
Insieme sono stati costruiti passaggi importanti nella formazione, nell’editoria, nel digitale e nei servizi. È una delle chiavi più interessanti per leggere la storia del Gruppo. La scuola non è un mercato omogeneo. È un sistema di comunità professionali. Ognuna con il proprio linguaggio, le proprie responsabilità, i propri problemi e le proprie culture. Comprendere la scuola significa ascoltare queste differenze.
Dalla formazione alla segreteria digitale
Prima del software, c’è stata la conoscenza. Prima delle piattaforme, la formazione. Germani ha ricordato la produzione editoriale e gli strumenti che hanno rappresentato punti di riferimento per il mondo amministrativo: le riviste, i testi, le pubblicazioni. Ha ricordato il “Bergantini”, diventato un classico per la cultura professionale dei segretari prima e dei direttori poi. Ha ricordato persone e collaborazioni, Mario Paladini, Fabio Paladini, la costruzione di una cultura amministrativa.
È un passaggio importante perché mostra come la digitalizzazione non sia nata dal nulla. Prima di digitalizzare un processo bisogna conoscerlo. Prima di automatizzarlo bisogna comprenderlo. Prima di costruire un software bisogna sapere come lavorano le persone che dovranno utilizzarlo.
Poi il percorso si è spostato sul digitale: la segreteria digitale, la dematerializzazione, i nuovi servizi, fino ad Affida Semplice, il nuovo strumento ricordato da Germani per aiutare le scuole a gestire le procedure di affidamento nel modo più semplice possibile. Ancora una volta, la stessa domanda: come ridurre la complessità senza ignorarla?
Quando la carta incontra il proprio limite
Riprendendo la parola, Pier Paolo Avanzi ha portato il racconto verso il passaggio più difficile della trasformazione aziendale. Il momento nel quale la rivoluzione digitale non era più un’ipotesi. Era diventata una necessità.
Per un’impresa cresciuta nella carta, il cambiamento poteva assumere la forma di un evento capace di travolgere tutto. Avanzi ha ricordato la paura, ma anche l’energia, l’entusiasmo, l’attaccamento alla maglia delle persone.
È nei momenti di crisi che le organizzazioni scoprono che cosa sono davvero. Quando tutto funziona, è facile parlare di valori. Quando il modello sul quale un’impresa ha costruito la propria storia entra in crisi, i valori vengono messi alla prova. Le persone devono scegliere: difendere il passato, negare il cambiamento, ridimensionarsi oppure affrontare una trasformazione radicale.
La riconversione e la scoperta che il digitale era già il presente
Il Gruppo comprese di essere probabilmente una delle poche realtà del settore nelle condizioni di affrontare quella riconversione. E la fece. Il passaggio non fu indolore. Nessuna vera trasformazione lo è.
Cambiare tecnologia significa cambiare competenze, processi, organizzazione e cultura. Significa chiedere alle persone di imparare. Significa accettare che alcune certezze non valgano più. Significa investire prima di sapere con assoluta sicurezza quale sarà il risultato.
Ma il Gruppo uscì da quella fase più forte. E soprattutto con una nuova consapevolezza: il digitale non era più il futuro. Era il presente. E Spaggiari era pronta.
Il registro elettronico e una scuola che cambia velocità
Negli anni successivi la scuola cambia rapidamente. Il registro elettronico si diffonde. La comunicazione con le famiglie diventa digitale. I servizi entrano nelle aule. Le piattaforme si integrano. Aumentano le esigenze di trasparenza. Cresce l’attenzione all’inclusione. Cambiano le pratiche didattiche.
Ogni nuova trasformazione produce nuove possibilità, ma anche nuovi problemi. Il registro elettronico, per esempio, non è soltanto una innovazione amministrativa. Modifica la relazione tra scuola e famiglia. Modifica il rapporto con la valutazione. Modifica i tempi della comunicazione. Modifica le aspettative.
Ciò che prima veniva conosciuto durante un colloquio può essere visto immediatamente. La scuola entra nella quotidianità digitale delle famiglie. E le famiglie entrano, in modo nuovo, nella quotidianità della scuola. Ogni tecnologia modifica le relazioni, non soltanto le procedure.
La pandemia: quando il digitale smette di essere futuro e diventa continuità
Ed è proprio quando la scuola italiana sembrava avere ormai attraversato la propria grande rivoluzione digitale che arrivò la prova che nessuno avrebbe potuto immaginare. Le scuole chiudono. Gli studenti restano a casa. I docenti vengono separati dalle classi. Le famiglie devono riorganizzare la propria vita. Le piattaforme devono sostenere un carico mai previsto. Il sistema educativo italiano entra in una condizione senza precedenti.
Pier Paolo Avanzi ha ricordato quei giorni come una fase di enorme tensione. All’inizio sembrava un problema circoscritto, poi arrivarono le prime chiusure, quindi il lockdown, le regioni che si fermavano una dopo l’altra, fino all’intero Paese. In quel momento il digitale smette di essere soltanto innovazione e diventa infrastruttura di continuità.
Non si trattava più di discutere se utilizzare o meno una piattaforma. Si trattava di garantire alla scuola la possibilità di non interrompere il rapporto educativo, di mantenere un filo con gli studenti, di sostenere i docenti, di accompagnare le famiglie, di consentire alle istituzioni scolastiche di continuare a comunicare, organizzare e insegnare mentre gli edifici rimanevano chiusi.
Avanzi ha ricordato i confronti continui con l’ingegner Riccardo Lucio Agostini, le telefonate, gli incontri con il Ministero, le giornate e le notti di lavoro. La decisione fu immediata: mettere a disposizione i sistemi per la didattica a distanza, le aule virtuali e gli strumenti necessari ad aiutare scuole, docenti e studenti.
Ma insieme alla determinazione arrivò anche il momento della paura. Migliaia di scuole, migliaia di insegnanti e migliaia di studenti contavano sulla capacità dell’azienda di mantenere una promessa: garantire la continuità della scuola italiana e non lasciare nessuno indietro. Non fu facile. Ma quella promessa venne mantenuta. Ed è proprio nei giorni più complessi che, secondo Avanzi, emerse il meglio dell’organizzazione: competenza, coraggio, spirito di servizio, capacità di lavorare senza fermarsi, senso di appartenenza alla comunità scolastica.
La scuola chiusa che riuscì a restare aperta
Il periodo dell’emergenza sanitaria ha segnato un punto di non ritorno. La digitalizzazione della scuola era cominciata molto prima. Il registro elettronico era già diffuso. Le comunicazioni digitali con le famiglie erano entrate nella quotidianità. Le segreterie avevano avviato percorsi di dematerializzazione. Le piattaforme erano già utilizzate. Ma la pandemia ha cambiato la percezione collettiva del digitale.
Quello che fino a quel momento poteva essere considerato un supporto divenne improvvisamente una condizione della continuità scolastica. La scuola italiana comprese, nel modo più traumatico possibile, che la qualità delle infrastrutture digitali, la capacità delle piattaforme di sostenere carichi straordinari e la preparazione delle persone potevano incidere direttamente sul diritto all’istruzione.
La scuola rimase aperta perché qualcuno riuscì a costruire ponti mentre le porte degli edifici erano chiuse. Quella stagione ha prodotto anche errori, disuguaglianze e criticità. Non tutti gli studenti disponevano degli stessi strumenti. Non tutte le famiglie avevano connessioni adeguate. Non tutti i docenti erano stati preparati alla didattica a distanza. Non tutte le piattaforme erano ugualmente accessibili.
Ma proprio per questo la pandemia ha mostrato che l’innovazione non può essere valutata soltanto attraverso la potenza tecnologica. Deve essere misurata sulla capacità di includere, raggiungere e non lasciare indietro. È una lezione che accompagna ancora oggi il dibattito sull’intelligenza artificiale.
Il riconoscimento a Riccardo Lucio Agostini e alle persone del cambiamento
Nel ripercorrere la trasformazione digitale del Gruppo, Pier Paolo Avanzi ha rivolto un ringraziamento particolare all’ingegner Riccardo Lucio Agostini, figura centrale nella storia recente di Spaggiari. Agostini è stato indicato come uno dei protagonisti del salto tecnologico degli ultimi decenni, tra coloro che per primi hanno compreso che cosa significasse portare davvero la tecnologia nelle scuole.
Il suo contributo ricorda una verità essenziale: nessuna innovazione nasce da sola. Dietro ogni trasformazione ci sono persone capaci di intuire, rischiare, convincere, organizzare, assumersi responsabilità e costruire ciò che ancora non esiste.
La trasformazione da casa editrice a digital company non è stata una formula. È stata un percorso. Ha richiesto investimenti, nuove competenze, una diversa cultura aziendale, il coraggio di abbandonare certezze consolidate. E ha richiesto persone capaci di comprendere che il vero oggetto dell’innovazione non era il supporto, ma la funzione.
La carta conservava informazioni. Il digitale le connetteva. Le piattaforme le organizzavano. L’intelligenza artificiale, oggi, può elaborarle. Più cresce la capacità tecnologica, più cresce la responsabilità di chi la progetta e la mette a disposizione della scuola.
Dalla crisi sanitaria alla nuova grande trasformazione
Superata la fase più drammatica della pandemia, la scuola si trova oggi davanti a una trasformazione ancora più profonda: l’intelligenza artificiale. Pier Paolo Avanzi lo ha detto con chiarezza. Non siamo di fronte soltanto a una rivoluzione tecnologica. Siamo di fronte a una grande sfida educativa, umana e culturale.
L’intelligenza artificiale può modificare il modo di insegnare, apprendere, amministrare, valutare, progettare e comunicare. Può semplificare attività ripetitive, supportare l’organizzazione, personalizzare percorsi di apprendimento, aiutare l’analisi dei dati, favorire nuove modalità di formazione, accompagnare il lavoro delle segreterie.
Ma può anche generare rischi enormi: dipendenza dagli algoritmi, opacità delle decisioni, riduzione dello studente a dato, automatismi non governati, eccesso di controllo, sostituzione delle competenze professionali, indebolimento della responsabilità umana. Per questo la domanda decisiva non è se l’intelligenza artificiale entrerà nella scuola. È già entrata. La domanda è un’altra: chi governerà questa trasformazione?
La decisione del 2023: aprire una nuova fase
Proprio pensando alle nuove sfide, Pier Paolo Avanzi ha ricordato una delle decisioni più importanti della propria carriera professionale: la scelta, nel maggio 2023, di cedere la maggioranza del Gruppo ad Ambienta, mantenendo una quota significativa. Non una decisione per chiudere una storia. Una decisione per aprirne una nuova.
Avanzi ha spiegato che, davanti alle sfide dell’intelligenza artificiale, dell’internazionalizzazione e dei nuovi investimenti tecnologici, la storia, le competenze e la capacità di innovazione accumulate non erano più sufficienti da sole. Serviva un partner forte, capace di sostenere gli investimenti necessari, accompagnare la crescita e aiutare il Gruppo a guardare al lungo periodo.
Questa scelta racconta una verità importante delle imprese longeve: proteggere una storia non significa conservarla immobile. Significa darle le condizioni per continuare. A volte, per rimanere fedeli alla propria identità, bisogna accettare di cambiare forma. Spaggiari, nata dalla carta, diventata casa editrice scolastica e poi digital company, si prepara ora a una fase più ampia: ecosistema educativo, intelligenza artificiale e presenza internazionale.
Giancarlo Beraudo e Ambienta: accompagnare la fase successiva
L’intervento di Giancarlo Beraudo, Partner di Ambienta, ha chiarito il senso di questo passaggio. Il suo ringraziamento a Pier Paolo Avanzi non è stato soltanto per l’invito alla serata, ma soprattutto per la decisione compiuta tre anni prima. Una scelta sempre difficile per un imprenditore, una scelta che richiede fiducia.
Beraudo ha spiegato il ruolo di Ambienta: un fondo di investimento che raccoglie capitali e fiducia da numerose istituzioni finanziarie internazionali, in particolare fondi pensione e assicurazioni, per sostenere aziende nelle successive fasi di sviluppo. Nel caso di Spaggiari, la sfida era particolarmente interessante perché il percorso era già stato avviato. Non si trattava di ricostruire. Si trattava di far crescere una realtà solida.
Beraudo ha riconosciuto il lavoro di managerializzazione già avviato da Pier Paolo Avanzi, Riccardo Lucio Agostini e dai manager cresciuti all’interno del Gruppo. La crescita non cancella le radici, ma richiede organizzazione, competenze, processi, investimenti e capacità di competere su scenari più ampi. Ambienta entra in questa storia per sostenere tre grandi sfide: evoluzione dell’offerta, innovazione tecnologica e internazionalizzazione.
La sua conclusione ha restituito il senso dell’intero Centenario: quella sera si celebravano i primi cento anni, ma dal giorno successivo sarebbe iniziato il lavoro per costruire i prossimi cento.
Antifragilità: non tornare come prima, ma diventare più forti
Riprendendo la parola, Pier Paolo Avanzi ha introdotto uno dei concetti più efficaci della serata: l’antifragilità. Un concetto diverso dalla resilienza. Un’azienda resiliente, dopo una crisi, torna come prima. Un’azienda antifragile attraversa la crisi e ne esce diversa, ma più forte.
Secondo Avanzi, Spaggiari ha saputo essere proprio questo. La rivoluzione digitale avrebbe potuto travolgere un’azienda nata nella carta. Invece l’ha trasformata. La pandemia avrebbe potuto mettere in crisi sistemi e infrastrutture. Invece ha mostrato la capacità dell’organizzazione di sostenere la scuola in un momento estremo. L’intelligenza artificiale potrebbe essere percepita come una minaccia. Invece diventa una nuova frontiera da governare.
L’antifragilità non significa non avere paura. Significa utilizzare la crisi per ripensarsi. Non difendere rigidamente ciò che esiste. Comprendere ciò che deve cambiare. Non tornare indietro. Andare avanti con una consapevolezza nuova.
Il vero patrimonio sono le persone
Avanzi ha poi riportato il discorso al cuore dell’azienda. Il vero patrimonio di Spaggiari non sono soltanto i prodotti, i software, le piattaforme o la tecnologia. Il vero patrimonio sono le persone: quelle che hanno creduto in una visione, quelle che hanno avuto il coraggio di innovare, quelle che ogni giorno lavorano al servizio della scuola italiana.
Questa affermazione dà continuità al racconto iniziato con il ricordo del primo giorno di lavoro, dei colleghi e della prima tutor. Le tecnologie diventano obsolete. I prodotti cambiano. I mercati si trasformano. Le persone conservano la memoria e costruiscono il cambiamento. Sono le persone a trasformare una strategia in lavoro quotidiano. Sono le persone a far sì che una piattaforma non sia soltanto un sistema informatico, ma uno strumento utile per qualcuno. Sono le persone a decidere se l’innovazione resterà umana.
Per questo il Centenario non rappresenta un punto di arrivo. Rappresenta un nuovo punto di partenza.
Cento anni di innovazione, soprattutto cento anni di fiducia
La parola scelta da Pier Paolo Avanzi per riassumere un secolo non è stata “tecnologia”, non è stata “mercato”, non è stata “successo”. È stata fiducia. Cento anni di innovazione, ma soprattutto cento anni di fiducia.
La fiducia che la scuola italiana ha riposto nel Gruppo. La fiducia dei collaboratori che hanno costruito l’azienda. La fiducia delle famiglie. La fiducia degli studenti. La fiducia di un Paese nel quale la scuola resta il luogo dove si costruisce il futuro.
A tutti loro Avanzi ha rivolto un ringraziamento. Ma quel grazie non era una conclusione. Era un impegno: continuare ad ascoltare la scuola, comprenderne i bisogni, costruire strumenti utili, accompagnarla nelle sfide che l’attendono. Con la stessa passione del 1926. Con la responsabilità del 2026. Con l’entusiasmo per i cento anni che verranno. E con una immagine destinata a restare: il futuro di Spaggiari ha un cuore antico, quello di quattro generazioni di imprenditori.
Nicola De Cesare: servire la scuola e aiutarla a cambiare
La chiusura degli interventi è stata affidata a Nicola De Cesare, Amministratore Delegato del Gruppo Spaggiari Parma. Il suo intervento è partito da una definizione semplice e netta: Spaggiari esiste per servire la scuola e per aiutarla ad affrontare il cambiamento.
Per spiegare concretamente questa missione, De Cesare ha raccontato un episodio vissuto durante una visita in una scuola. Una collaboratrice di segreteria gli mostrava come, grazie ai programmi utilizzati, riuscisse a svolgere in tempi molto più brevi attività che prima richiedevano ore, se non giorni. Poi gli disse una frase: il tempo che risparmio lo dedico agli studenti e alla scuola.
In quella frase, secondo De Cesare, c’è il senso di Spaggiari. Il tempo liberato non deve diventare altro tempo burocratico. Deve tornare alla scuola, agli studenti, alla didattica, alle relazioni. È da questa immagine concreta che l’Amministratore Delegato ha fatto partire la strategia per il futuro.
Tre direttrici per i prossimi cento anni
La strategia delineata da De Cesare si articola lungo tre direttrici fondamentali. La prima è consolidare la posizione nel mercato italiano, non soltanto negli ambiti nei quali il Gruppo è già forte, ma anche nei settori vicini al cuore della propria attività. La seconda è l’espansione internazionale. La terza è la sfida tecnologica rappresentata dall’intelligenza artificiale.
Sul mercato italiano, De Cesare ha ricordato il ruolo storico del Gruppo: accompagnare la scuola dal registro cartaceo alle piattaforme digitali e dalla comunicazione su carta alla comunicazione digitale. Ora l’obiettivo è portare l’approccio integrato costruito nella scuola statale anche in altri segmenti nei quali la digitalizzazione è presente, ma ancora frammentata.
Il primo riferimento è alle scuole paritarie, realtà con bisogni simili a quelli della scuola statale, ma che spesso utilizzano strumenti non pienamente integrati. Anche in questo caso l’obiettivo resta invariato: liberare tempo ai docenti e al personale di segreteria, ridurre gli errori, migliorare la qualità della didattica e semplificare i processi.
L’espansione internazionale: imparare da altri sistemi scolastici
La seconda direttrice è l’internazionalizzazione. L’ingresso di Ambienta nel capitale del Gruppo aveva anche questo obiettivo: fornire risorse e competenze per trasformare Spaggiari in una piattaforma non soltanto italiana, ma capace di misurarsi con mercati internazionali.
De Cesare ha annunciato che è già stata firmata la prima acquisizione internazionale, senza poter ancora rendere pubblico il nome della realtà coinvolta perché l’operazione era in fase di completamento. Il significato strategico è chiaro: avere una base clienti oltre i confini nazionali, imparare da sistemi scolastici diversi, confrontarsi con altre normative e altre culture educative, progettare soluzioni pensate fin dall’origine per più Paesi.
La metafora utilizzata è stata efficace: passare dalla Coppa Italia alla Coppa dei Campioni. Internazionalizzare, però, non significa soltanto tradurre un software. Significa adattare, ascoltare, comprendere, imparare. E proprio la capacità di apprendere da altri sistemi può diventare una nuova risorsa anche per la scuola italiana.
L’intelligenza artificiale: la scuola deve usarla, non esserne usata
La terza direttrice è la più delicata: l’intelligenza artificiale. De Cesare ha sottolineato che l’IA cambierà i processi, il modo di lavorare e il modo di imparare. Ma ha anche chiarito un principio fondamentale: l’obiettivo del Gruppo non è lavorare per l’intelligenza artificiale fine a se stessa, né inseguire la tecnologia perché è nuova. L’obiettivo resta affiancare la scuola come partner affidabile e responsabile.
La frase chiave è stata netta: deve essere la scuola a utilizzare l’intelligenza artificiale, non l’intelligenza artificiale a utilizzare la scuola. È una distinzione decisiva. In molti settori il rapporto tra persone e tecnologia rischia di rovesciarsi. Le organizzazioni si adattano agli strumenti. Le decisioni vengono orientate dagli algoritmi. I processi vengono modellati da ciò che la tecnologia rende più facile, non necessariamente da ciò che è più giusto.
Nella scuola questo rischio è ancora più grave. La scuola lavora con persone in crescita, con minori, con dati delicati, con processi educativi che non possono essere ridotti a efficienza, automazione o previsione statistica. Per questo De Cesare ha indicato tre condizioni non negoziabili.
Sicurezza degli utenti, trasparenza degli algoritmi, centralità dell’uomo
La prima condizione è la sicurezza degli utenti. Ogni tecnologia scolastica tratta informazioni sensibili: dati personali, valutazioni, presenze, percorsi formativi, comunicazioni, informazioni sulle famiglie. Con l’intelligenza artificiale, la protezione dei dati diventa ancora più importante. Non può essere aggiunta dopo. Deve essere progettata dall’inizio.
La seconda condizione è la trasparenza degli algoritmi. La scuola deve sapere come funzionano gli strumenti che utilizza, quali limiti possiedono, quali dati trattano, quali risultati producono e con quale grado di affidabilità. La trasparenza è una condizione di fiducia.
La terza è la centralità dell’uomo. De Cesare ha formulato una promessa precisa: le soluzioni del Gruppo non sostituiranno mai i docenti o il personale di segreteria. Dovranno invece liberare tempo, ridurre attività ripetitive, supportare il lavoro, permettere alle persone di dedicarsi a ciò che conta davvero: alla didattica, agli studenti, alla scuola.
È qui che il futuro torna all’origine. Dal registro con le alette all’intelligenza artificiale, la domanda resta la stessa: come semplificare il lavoro senza sottrarre umanità?
Un principio condiviso: la tecnologia deve restare al servizio della scuola
Questo passaggio ha rappresentato anche il punto di arrivo dei confronti sviluppati durante la serata. La centralità dell’uomo non è una formula rassicurante da aggiungere alla fine di un discorso tecnologico. È il criterio attraverso il quale valutare ogni innovazione.
Orizzonte Scuola, nel suo lavoro quotidiano, incontra proprio questa necessità. Le norme sull’intelligenza artificiale, la tutela dei dati, la responsabilità dei dirigenti, il ruolo dei docenti, la formazione del personale, i nuovi strumenti per le segreterie: ogni questione deve essere letta tenendo insieme opportunità e limiti.
La scuola ha bisogno di innovazione, ma ha bisogno di innovazione governata. Ha bisogno di piattaforme, ma non di dipendenza dalle piattaforme. Ha bisogno di dati, ma non di ridurre le persone a dati. Ha bisogno di intelligenza artificiale, ma non può rinunciare all’intelligenza, al giudizio e alla responsabilità umana.
È questa la sfida sulla quale il confronto tra Orizzonte Scuola, il Gruppo Spaggiari Parma e gli autorevoli rappresentanti del mondo scolastico presenti ha trovato il proprio punto più significativo.
Il nuovo volto di Spaggiari per i prossimi cento anni
La serata si è conclusa con la presentazione del nuovo volto del Gruppo per i prossimi cento anni. Un nuovo logo non è soltanto un elemento grafico quando coincide con una trasformazione tanto profonda. Può diventare il segno di un passaggio: da casa editrice a digital company, da leader nazionale a soggetto con ambizioni internazionali, dal registro elettronico all’intelligenza artificiale, da fornitore di strumenti a ecosistema educativo integrato.
La nuova identità visiva recupera il legame con la storia e con Franco Maria Ricci, reinterpretando il pennino in una forma contemporanea. Il pennino richiama la scrittura, la traccia, il percorso, la memoria. È un segno antico che guarda al futuro.
E in questo dialogo tra passato e innovazione si ritrova l’intero significato del Centenario. La scuola è cambiata. Gli strumenti sono cambiati. Il registro è diventato elettronico. Il digitale si prepara a incontrare l’intelligenza artificiale. Ma il gesto originario della scrittura resta una metafora potente: lasciare una traccia, custodire memoria, costruire conoscenza.
Dal 1926 al 2026: ciò che cambia e ciò che resta
Alla fine della serata, il senso del Centenario appare chiaro. Dal 1926 al 2026 è cambiato quasi tutto. La scuola è passata dalla carta al digitale, dalla centralizzazione all’autonomia, dalla comunicazione lenta alla comunicazione immediata, dagli archivi fisici alla dematerializzazione, dal registro cartaceo al registro elettronico, dalla didattica tradizionale all’intelligenza artificiale.
Ma qualcosa resta. Resta la missione educativa. Resta la centralità degli studenti. Resta il lavoro dei docenti. Resta il ruolo decisivo del personale amministrativo. Resta la responsabilità dei dirigenti. Resta il bisogno di strumenti affidabili. Resta la necessità di governare il cambiamento senza subirlo.
Il Centenario del Gruppo Spaggiari Parma ha mostrato proprio questo: la possibilità di leggere un secolo di impresa come un secolo di scuola italiana. Non perché l’azienda coincida con la scuola, ma perché ha attraversato insieme a essa le grandi trasformazioni del Paese.
I prossimi cento anni cominciano adesso
Il Centenario non si è chiuso con una nostalgia. Si è chiuso con una ripartenza. Cento anni non come punto di arrivo, ma come nuovo punto di partenza. Con un cuore antico e un volto nuovo. Con il pennino che richiama la scrittura e l’intelligenza artificiale che annuncia una nuova frontiera. Con Parma come radice e l’internazionalizzazione come prospettiva. Con la scuola italiana come origine e la scuola che verrà come responsabilità.
Dal registro con le alette al registro elettronico, dalla carta alla piattaforma, dalla dematerializzazione all’IA, la domanda resta la stessa: come aiutare la scuola a dedicare meno tempo alla burocrazia e più tempo all’educazione?
È questa la promessa che attraversa i primi cento anni del Gruppo Spaggiari Parma. Ed è questa la responsabilità che accompagnerà i prossimi cento.
Perché il futuro si costruisce nella scuola. E i prossimi cento anni sono già cominciati.
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Antonio Fundarò
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