«Più industria, Più Italia»: così Federmanager scende in campo


C’è un momento, nella vita di un’organizzazione, in cui non basta più rappresentare: bisogna proporre. Federmanager lo fa con “Più Industria, Più Italia”, il Manifesto 2026 che arriva oggi davanti a oltre duemila delegati non come un documento da archiviare, ma come una sfida lanciata al Paese. Il messaggio è semplice e insieme dirompente: l’Italia può tornare grande potenza industriale, ma solo se riconosce che l’infrastruttura decisiva per farlo non è fatta solo di acciaio, capannoni o algoritmi. È fatta di persone che sanno organizzare, decidere, governare la complessità. È fatta di management.

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Il dato di partenza, contenuto nelle prime pagine del Manifesto, è una sveglia: la quota dell’industria sul Pil nazionale, depurata dalle costruzioni, si è ridotta intorno al 15%, lontana da quel 20% che caratterizza le economie industriali più solide d’Europa. Non è un numero astratto: dietro quel cinque per cento di differenza ci sono salari più bassi, minore capacità di innovazione, un welfare più fragile. Federmanager pone questo gap al centro del discorso pubblico con una chiarezza che merita di essere riconosciuta, e lo fa rivendicando per la categoria manageriale un ruolo che va ben oltre la tutela contrattuale: quello di “infrastruttura manageriale” del Paese, motore invisibile che trasforma le strategie in risultati concreti per imprese, lavoratori e territori.

È qui che il Manifesto compie la sua scelta più significativa, e probabilmente la più audace: chiedere che il “fattore manageriale” venga riconosciuto esplicitamente come elemento abilitante per l’accesso a incentivi pubblici, fondi europei e strumenti di politica industriale. Tradotto: non basta che un’impresa investa in macchinari o tecnologie per meritare sostegno pubblico, deve anche investire in chi quelle tecnologie le fa funzionare. È una proposta che sposta l’asse del dibattito dalla logica degli incentivi ai beni capitali verso una logica di investimento nelle persone che li governano, e che – se accolta – cambierebbe concretamente i criteri con cui lo Stato seleziona chi sostenere.


I dieci punti del Manifesto, letti in sequenza, raccontano una visione coerente più che un elenco di richieste settoriali. Si parte, appunto, dall’infrastruttura manageriale e dalla managerializzazione delle Pmi: portare competenze dirigenziali qualificate in almeno 20.000 piccole e medie imprese è un obiettivo numerico preciso, raro in documenti di questo tipo, e segnala la volontà di passare dalla rivendicazione alla proposta misurabile, con un Osservatorio dedicato al monitoraggio degli impatti. Il riferimento al Mezzogiorno come piattaforma industriale euro-mediterranea, connessa alle filiere del Made in Italy e ai corridoi intermodali, inserisce il Manifesto in un dibattito – quello sulla geografia industriale italiana – che negli ultimi anni ha guadagnato centralità anche nelle strategie europee di reshoring e nearshoring.

Il terzo e il quarto punto – sostenibilità integrata ed energia competitiva – mostrano come Federmanager non eluda i temi più divisivi dell’agenda economica. Sulla transizione ecologica, la proposta di una “just transition” con ammortizzatori sociali moderni e piani di reskilling riconosce che la decarbonizzazione ha un costo sociale che va gestito, non negato. Sull’energia, la richiesta di un programma nazionale per il nucleare di nuova generazione (Smr e Amr) accanto al potenziamento delle rinnovabili è una posizione che susciterà discussioni: per i sostenitori è pragmatismo necessario per garantire una fonte di base programmabile in un mix energetico equilibrato; per i critici resta un tema su cui il Paese ha già espresso, in passato, posizioni nette tramite referendum. Il Manifesto non nasconde questa tensione, ma la affronta a viso aperto, il che è di per sé un segnale di maturità del confronto.

Stabilità normativa, governo dell’intelligenza artificiale e cultura della prevenzione dei rischi compongono il blocco che forse parla più direttamente al ruolo quotidiano dei manager. L’idea dell’IA governata con “human in the loop” e di profili certificati per la Governance IA anticipa un tema che nei prossimi anni diventerà centrale in ogni contratto e in ogni organigramma: chi risponde delle decisioni che un algoritmo prende per un’azienda? La proposta di un percorso validato di Health&Safety Manager, infine, lega la sicurezza sul lavoro – spesso percepita come costo – alla produttività e alla qualità organizzativa, rovesciando una narrazione che per troppo tempo ha trattato questi due piani come alternativi.

Gli ultimi tre punti toccano le corde più sensibili per chi è in platea oggi: formazione, fisco e pensioni. La richiesta di rendere deducibile la formazione manageriale anche per i redditi da lavoro dipendente, e di eliminare il prelievo forzoso del 20% sui Fondi Interprofessionali, sono misure tecniche ma con un impatto diretto sulla vita professionale di migliaia di dirigenti. Sul fisco, la proposta di alzare a 120.000 euro la soglia del secondo scaglione e di portare l’aliquota marginale dal 43% al 33% è la parte più politicamente esposta del Manifesto: rappresenta una richiesta legittima di equità per il lavoro qualificato e di contrasto alla fuga dei talenti, ma si inserisce in un dibattito pubblico dove ogni intervento sulle aliquote alte viene letto anche in chiave di equità distributiva complessiva, e probabilmente richiederà a Federmanager un lavoro di comunicazione tanto quanto di lobbying.

Sul welfare e le pensioni, la richiesta di salvaguardare il meccanismo “a scaglioni” di adeguamento e di aggiornare – dopo oltre 25 anni di immobilismo – i limiti di deducibilità per previdenza complementare e sanità integrativa, intercetta un’esigenza reale e trasversale: la fiducia nel patto tra lavoratori, imprese e istituzioni, eroso da anni di interventi normativi imprevedibili sul sistema pensionistico.


Cosa rende, in definitiva, questo Manifesto diverso da tanti documenti programmatici che le organizzazioni datoriali e professionali producono a ogni cambio di stagione politica? Innanzitutto la sua architettura: dieci punti che si tengono insieme, dall’infrastruttura manageriale al welfare, costruendo un filo narrativo unico – il management come bene pubblico, non come privilegio di categoria. In secondo luogo, il fatto che diverse proposte siano già misurabili e verificabili, con target numerici e organismi di monitoraggio previsti esplicitamente. In terzo luogo, la scelta di intestarsi anche i temi più scomodi – dal nucleare alla riforma fiscale – invece di limitarsi al perimetro più comodo della formazione e della contrattualistica.

Resta, naturalmente, la domanda che ogni Manifesto deve affrontare: quale sarà il suo destino nel confronto con le forze politiche e le istituzioni? La storia recente insegna che le proposte più ambiziose rischiano di restare lettera morta se non si traducono in interlocuzioni stabili e in alleanze trasversali. Ma è proprio qui che il ruolo di un’assemblea di duemila delegati assume un significato che va oltre il rito: ogni delegato, nel proprio territorio e nella propria azienda, diventa un ambasciatore di queste proposte, capace di portarle nei tavoli di filiera, nei consigli di amministrazione, nel dibattito pubblico locale.

Più industria, più Italia non è solo un titolo: è la sintesi di una scommessa. La scommessa che il Paese smetta di considerare il management come un costo organizzativo e cominci a trattarlo come ciò che davvero è: l’infrastruttura che decide se gli investimenti diventano crescita o restano numeri sulla carta. Oggi, in questa assemblea, quella scommessa ha duemila persone pronte a giocarla.

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 Sergio Luciano

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