Da ventisei anni frequentano l’Italia, in particolare Venezia e l’Umbria; dal 2020, in seguito alla pandemia da Covid-19 hanno scelto di fare delle colline sul Lago Trasimeno la loro residenza stabile. Catriona e Simon Mordant, collezionisti, filantropi, imprenditori anglo australiani, provengono dal mondo delle arti performative e della consulenza, ma la loro vita è intimamente connessa con l’arte, non solo contemporanea, e con chi la fa.
Chi sono Catriona e Simon Mordant
La loro collezione vanta oltre 600 opere, per lo più di artiste donne e con nomi molto importanti, alcuni dei quali seguiti, tuttavia, con grande fiuto fin dagli esordi da Kendell Geers a Tracey Emin, da Jeremy Deller a Ghada Amer, da Mona Hatoum a Shirin Neshat, non senza qualche nome italiano, come Fabio Viale o Massimo Vitali.Con un’unica regola: “devono essere pezzi che amiamo, e con i quali possiamo vivere”, spiegano.
Il gin “Quattro Gatti”
Con ruoli importanti a sostegno delle arti performative e di quella contemporanea (tra i board di Tate, MoMa PS1 e nella governance del Padiglione Australiano alla Biennale di Venezia), nel 2022 in omaggio all’Italia e all’Umbria e con il figlio Angus e la nuora Brielle, hanno fondato il gin Quattro Gatti, che nel 2026 diventa sponsor ufficiale della Biennale di Venezia, con un primato senza precedenti e un cocktail dedicato. La loro storia, l’amore per l’Italia, la relazione con il mondo dell’arte e la Biennale è tutta contenuta in questa intervista.

Intervista a Catriona e Simon Mordant
Partiamo dal vostro rapporto l’Italia. Avete trascorso qui quasi 30 anni, concentrandovi soprattutto su Venezia e l’Umbria. Perché proprio qui e come nasce questo innamoramento?
Catriona: Simon si era preso un periodo sabbatico dal lavoro, nostro figlio aveva cinque anni e stavamo viaggiando per l’Europa, via terra da Londra. Da lì siamo arrivati sul Trasimeno, in una bellissima casa tra uliveti e lavanda che ci era stata consigliata. Abbiamo trascorso due mesi qui e ci siamo innamorati di questa terra. È una zona diversa dalla maggior parte dell’Italia o dai luoghi turistici, ma frequentata per lo più da persone del territorio, o che vengono da Firenze. Ci sono pochissimi stranieri, si parla poco inglese ed è un vero specchio della cultura italiana. Ce ne siamo innamorati. Le persone sono splendide, ed eccoci qua.
Simon: Sono cresciuto a Londra, tutte le mie vacanze estive le ho trascorse in Italia, con la mia famiglia. Ho un legame fortissimo con l’Italia, ho imparato a nuotare a forte dei marmi, abbiamo trascorso qui la nostra luna di miele e abbiamo casa in Umbria da 26 anni.
È un lungo viaggio dall’Australia.
C: Dalla pandemia ci siamo trasferiti qui in maniera permanente. Prima venivamo qui solo per le vacanze. Simon è ancora pendolare con l’Australia per via del suo lavoro, ma questa è casa nostra. È qui che vivono i nostri animali domestici.
Quali?
C: Abbiamo tre gatti. La quarta sono io! E poi abbiamo un cane.
Siete entrambi imprenditori, con aziende nel campo della consulenza, dell’IT (Simon) e della costumistica e servizi al teatro e al cinema (Catriona). Nel 2022 nasce invece Quattro Gatti, come atto di amore per l’Umbria e progetto di famiglia. Cosa vi ha spinto ad allargare i vostri interessi in questo settore?
S: Intanto l’Umbria ha il miglior ginepro del mondo. Poi ci sentiamo molto legati alla terra e volevamo fare qualcosa con essa. Con nostro figlio abbiamo frequentato un corso magistrale di produzione del gin in Inghilterra e durante la pandemia abbiamo cominciato a sperimentare insieme. Angus vive negli Stati Uniti e come è noto in quel periodo era difficile viaggiare. Avevamo dunque il nostro piccolo alambicco e ci sentivamo via Zoom per realizzare insieme la ricetta del gin. Ci siamo innamorati del processo di produzione. Successivamente abbiamo costruito nella nostra proprietà un grande alambicco fino ad ottenere un prodotto di cui eravamo soddisfatti, per poi perfezionarlo. Mio figlio ha portato alcune bottigliette negli Usa e le ha iscritte per divertimento ad alcuni concorsi. E un giorno abbiamo ricevuto un’e-mail in cui si diceva che il nostro gin era il migliore. Siamo rimasti profondamente scioccati…
C: …ma abbiamo capito che eravamo sulla strada giusta. Ci siamo chiesti “cosa facciamo? Cosa significa questa terra per noi?” Abbiamo deciso che questa è la nostra storia, siamo profondamente legati al nostro paese in Umbria, siamo profondamente legati alle arti, alla bellezza. Quindi, è stata solo una naturale evoluzione pensare: “Siamo qui per questo“.

Cosa avete fatto quindi?
Abbiamo capito che quello che doveva essere solo un hobby di famiglia, poteva essere commercializzato. Il tutto è stato professionalizzato grazie ad una famiglia di Torino, distillatori da diverse generazioni, che hanno preso le nostre ricette e ora producono commercialmente per noi. Ma parte di sviluppo, di sperimentazione, di ideazione di nuovi gin avviene ancora nell’alambicco di famiglia. Ci siamo divertiti molto, ma ora è una cosa seria.
Partecipano infatti a Quattro Gatti vostro figlio Angus e sua moglie Brielle, il primo fotogiornalista di rilevanza internazionale, la seconda brand storyteller. Cosa portate tutti in Quattro Gatti delle vostre esperienze personali?
S: Cat è la custode dei gatti, si prende cura di tutti noi e si assicura che rimaniamo concentrati. Brielle lavora per costruire il marchio, la sua storia e racconta chi siamo. Angus e io realizziamo il gin, siamo in qualche modo il volto dell’azienda perché parliamo con i potenziali clienti. Ad ogni modo è un progetto di famiglia e quindi è tutto molto divertente.
In che modo l’arte incontra questo marchio?
L’arte è molto importante per tutti noi. Fare il gin è un processo creativo. Inizi con una tela bianca e sperimenti. Il nostro gin ha inoltre molto a che vedere con il modo in cui viviamo, una vita tranquilla. Lo bevi se hai intenzione di sederti, rilassarti e bere qualcosa di veramente buono, magari con un piccolo gruppo di amici.
Quindi non è un prodotto da rave party…
Rispecchia la nostra filosofia di vita, trascorrere del tempo di qualità con gli amici, fare conversazione e bere un buon drink. È un po’ come l’arte che crea sempre una discussione intorno a sé e sa riunire le persone. Un po’ come quando sei a Venezia, ai Giardini e all’Arsenale e sì, c’è tantissima folla, ma incontri le persone che hai visto alle mostre negli ultimi 38 anni e si creano piccoli gruppi per fare due chiacchiere e commentare ciò che hai visto, le opere… Insomma, come dite voi in Italia “quattro gatti”.
Questo nome ha tanti significati…
Sì, racchiude ciò che il marchio rappresenta.
Non è solo bere, ma bere bene con buona compagnia e buona arte.
Consapevolmente.
Nel 2026 Quattro Gatti è il gin ufficiale della Biennale, anche se questa non è la vostra prima esperienza di collaborazione con la mostra veneziana…
Il Padiglione nazionale ai Giardini è stato concesso all’Australia nel 1988. È stato un anno molto importante, perché si celebrava il bicentenario dell’insediamento europeo in Australia. Inoltre, è stato l’anno in cui ci siamo sposati. Una famiglia italiana che vive in Australia aveva fatto diverse pressioni per ottenere quel sito: è l’unico spazio su acqua nei Giardini, assomiglia un po’ al nostro paese… Nonostante ciò nel corso del tempo ci siamo resi conto che in qualche modo quel padiglione non ci rappresentava più nel migliore dei modi possibili. È stato dunque richiesto uno studio per riqualificarlo e la nostra famiglia ha finanziato quel progetto.Con nostra grande sorpresa abbiamo scoperto che era l’unico edificio ai Giardini a non essere vincolato a beni culturali. E questo significava che c’era la possibilità di procedere senza troppi problemi. Fortunatamente, l’architetto che aveva costruito la struttura originale era ancora vivo e ha acconsentito alla rimozione. Abbiamo quindi dato il via a un lungo processo con le autorità veneziane per ottenere l’approvazione e promosso il fundraising.
E cosa è accaduto?
Nel 2015 abbiamo inaugurato il nuovo padiglione, il primo edificio del XXI secolo in tutta Venezia, un progetto condiviso anche dal Comune. Tutti gli altri paesi erano estremamente gelosi perché i loro spazi non possono essere riqualificati. E noi, siamo stati in grado di costruire una bellissima struttura appositamente progettata. Un qualcosa grazie al quale gli architetti e gli artisti delle nuove generazioni possono lavorare.

Nel 2024 l’Australia ha vinto il Leone d’Oro…
Simon: Sì, è stata la prima volta. Sono stato commissario per l’Australia per ben due volte. Nel 2026 Ambasciatore e ho raccolto un milione di dollari per sostenere la mostra. Abbiamo una lunghissima storia in Laguna e abbiamo supportato anche le precedenti Biennali.
Quest’anno siete sponsor, inoltre, con Quattro Gatti.
Sì, non avevano mai avuto un liquore come sponsor della Biennale. Allora un po’ sfacciatamente abbiamo sollevato la questione, proponendo oltre al nostro supporto filantropico, la presenza del marchio insieme a Bulgari, Illy e American Express. E hanno detto sì. Il nostro è un brand giovanissimo, quindi sono stati piuttosto coraggiosi, ma data la connessione del nostro gin con l’arte, il nostro legame storico con la Laguna, non potevamo fare di meglio. La Biennale e Venezia sono infatti i posti migliore in cui essere e ai quali associare il proprio marchio. E poi abbiamo creato ideato con il Brand Ambassador di Quattro Gatti, Mattia Cilia, il cocktail The Reflection (gin Olive Grove, succo di limone, ibisco, soda al pompelmo rosa, ndr) che lo ha sviluppato con il bar team del The St.Regis Venice.
Da un punto di vista pratico, cosa significa essere partner della Biennale di Venezia?
C’è ovviamente il lato economico, il supporto finanziario. E poi la creazione di questo cocktail ufficiale che stiamo offrendo in tutto il mondo a un ristretto numero di bar e hotel. Poi ovviamente c’è la presenza di marchio e bevuta a Giardini e Arsenale. È un rispecchiamento tra chi ama l’arte e il nostro brand. Siamo felici di supportare la Biennale e vogliamo continuare a farlo nel tempo.
Vi è piaciuta questa edizione?
C’è sempre qualcosa che ti piace, ed è sempre una occasione di scoperta. Poi ci sono stati diversi problemi con l’opera di Khaled Sabsabi, presente sia in mostra all’ingresso dell’Arsenale sia al Padiglione nazionale, e abbiamo lavorato duramente per farla reintegrare. Ci sono state solo tre volte nella storia che hanno visto un artista sia al padiglione che nella mostra curata e dopo tutto quello che Sabsabi ha passato è stato meraviglioso aver raggiunto questo obiettivo.
Siete entrambi collezionisti, Simon ha ricoperto vari ruoli in ambito museale internazionale e Catriona è appassionata sostenitrice delle arti performative. Come è nato il vostro amore per l’arte?
C: Sono cresciuta in mezzo a persone creative. Mia madre era una ballerina e inoltre aveva un’azienda in Australia chiamata Joan Barriers di abbigliamento per la danza. Da qui il mio percorso nella creazione di costumi. Non sono mai stata una stilista, ma ho realizzato costumi per alcuni designer molto noti che passano da uno scarabocchio a qualcosa che è indossabile da un ballerino o da un pattinatore sul ghiaccio o cose del genere. Quindi, quella è stata la mia carriera oltre a lavorare con mia madre. La mia relazione con l’arte riguarda la bellezza che è nel mondo.
S: Nel mio caso, ho cominciato a collezionare arte quando ero giovane. Quando dall’Inghilterra mi sono trasferito in Australia, nel 1983, sono rimasto sorpreso che non esisteva un museo di arte contemporanea. E così con Catriona abbiamo cominciato al progetto del Museum of Contemporary Art (MCA) a Sydney, fino ad assumerne la Presidenza. È uno dei musei più visitati al mondo, oggi, il che è davvero singolare considerando il viaggio che ci vuole per raggiungere l’Australia! Da allora ho fatto parte di board in tutto il mondo perché mi piace sostenere i direttori nello sviluppo delle loro ambizioni e strategie, perché è ciò che faccio nel mio lavoro. E amo applicare questo principio anche all’arte.
Ad esempio?
S: Al momento sono impegnato con la Tate Modern a Londra. Stanno per nominare un nuovo direttore e non vedo l’ora di supportare chiunque scelgano di nominare. A New York sono vicepresidente del MoMA PS1 e anche lì sostengo la direttrice Cornelia Butler.
C: Sosteniamo gli artisti e anche i performer.

Cosa porta l’arte nella vostra vita quotidiana?
Ci piace essere circondati da cose belle e abbiamo la fortuna di poter acquistarle. E non perché qualcuno ci ha consigliato su un’opera o un’altra, ma proprio perché amiamo vivere con le opere d’arte. Abbiamo anche donato opere ai musei di tutto il mondo, per permettere anche alle altre persone di vederle. Inoltre, adoriamo trascorrere del tempo con i creativi. La vita è creativa. Fare il gin è creativo.
Infatti, sostenete attivamente istituzioni e musei. Siete filantropi e non solo collezionisti.
Non abbiamo mai venduto un’opera d’arte, piuttosto doniamo opere ai musei di tutto il mondo, naturalmente consentendo loro la scelta. Di recente abbiamo donato alla Newcastle Art Gallery in Australia un corpus di 30 opere, che compongono la nuova ala del museo. È stato davvero emozionante vedere 38 anni di vita appesi su altre pareti e sapere che altre persone possono goderne.
Come è organizzata la vostra collezione? Ci sono temi o magnifiche ossessioni?
Compriamo solo le cose che amiamo e con le quali possiamo vivere. Non collezioniamo per tema, né per medium, la nostra è una collezione molto varia. Anche se passeggiando per Art Basel ci siamo resi conto che i nostri gusti stanno cominciando a diventare troppo costosi per noi! La nostra collezione è diventata talmente grande che la compagnia di Assicurazione ci ha chiesto di documentarla. Ci siamo dunque affidati ad un’amica che lavorava da Christie’s in Australia e che ha svolto questo lavoro per noi. E sono emerse delle cose molto interessanti.
Ovvero?
A suo parere, la maggior parte della nostra collezione è composta da opere di artiste donne. Ci ha detto che è una cosa molto rara. E inoltre che molte delle opere sono connotate da forti temi politici. Francamente noi non ci abbiamo mai pensato, ma evidentemente c’è qualcosa che orienta le nostre scelte in questo senso.
Di solito siete d’accordo sugli acquisti o discutete?
C: Non dobbiamo necessariamente essere d’accordo. Simon ha comprato un’opera di cui è entusiasta, ma a me non piace. Non devi per forza condividere ciò che appassiona l’altro, anche se in genere siamo concordi.
Quante opere ci sono in collezione?
Più di 600.
E qui in Italia? Visitate spesso studi d’artista o mostre?
S: Sono stato nel consiglio direttivo dell’American Academy in Rome per nove anni. Abbiamo inoltre artisti italiani nella collezione e amiamo visitare studi e gallerie. Inoltre, il nostro museo preferito al mondo è in Italia, il Castello di Rivoli a Torino. Ogni volta che viaggiamo pensiamo all’arte.
C: E non sempre all’arte contemporanea. La mia migliore amica qui in Italia, Carla Mancini, è perugina, ed è una restauratrice d’arte. Puoi solo immaginare la qualità delle opere provenienti dai musei italiani che le sue mani hanno toccato. Grazie a lei riusciamo a scoprire molto dell’arte antica e ci sentiamo benedetti per questo. E a volte anche solo la splendida sensazione di essere in una chiesetta da qualche parte d’Italia porta gioia al cuore.
Sì, tutto è collegato. Avete qualche consiglio per i giovani collezionisti o per le persone che vorrebbero iniziare una nuova collezione?
Spesso ci hanno chiesto come si fa ad iniziare. Abbiamo risposto, “andate nelle gallerie e guardatevi intorno, andate alle mostre dei giovani artisti”. Molti degli artisti che abbiamo acquisito erano agli esordi, alcuni di loro oggi sono diventati importanti. E continuiamo a sostenerli da trent’anni a questa parte. Se amate qualcosa e potete vivere con essa, se ve la potete permettere, compratela. Molte delle opere che abbiamo comprato all’inizio costavano mille dollari, non era poco quando abbiamo cominciato. Il problema è però che spesso c’è una grande pressione su chi inizia una collezione a comprare i grandi nomi. Noi ci preoccupiamo più che altro di portare a casa qualcosa che ci appassioni sempre. Insomma, visitate le gallerie, le ferie, leggete le riviste, fate quello che volete, ma non fatelo solo per avere qualcosa. Magari non potete permettervi un grande nome, ma potete sempre aiutare un giovane artista, che altrimenti non avrebbe mai una possibilità e non saprete mai dove andrà. E non importa, se amate la sua arte, se non andrà da nessuna parte.
Santa Nastro
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