Smartphone a scuola: vietare non basta, serve educare. È il docente a fare la differenza, non il dispositivo. Lettera


Inviata da Loredana Mammarella – La circolare ministeriale n. 3392 del 16 giugno 2025 ha esteso anche agli istituti secondari di secondo grado il divieto di utilizzo dello smartphone non solo durante l’attività didattica, ma anche per l’intero orario scolastico.

A sostegno di una simile decisione vi sono riferimenti scientifici autorevoli: il rapporto dell’OCSE From decline to revival: Policies to unlock human capital and productivity (Andrews, Égert e de la Maisonneuve, 2024), il rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità A focus on adolescent social media use and gaming in Europe, central Asia and Canada (Boniel-Nissim et al., 2024) e il Rapporto ISTISAN 23/25 dell’Istituto Superiore di Sanità (2023).


Tutti evidenziano gli effetti negativi di un uso problematico dello smartphone sul benessere degli adolescenti e, in alcuni casi, sui risultati scolastici. Lo stesso rapporto OCSE, però, colloca l’uso dei dispositivi digitali in classe tra le concause del calo dei punteggi PISA, individuando tre fattori principali: i cambiamenti nelle politiche educative, la diffusione crescente e fino a poco tempo fa priva di regolamentazione di smartphone e navigazione in Internet tra gli studenti, e gli effetti della pandemia da Covid-19 sulla didattica.

Il calo non è dunque attribuibile allo smartphone da solo, ma a un fenomeno multifattoriale che è bene non semplificare. La lettura integrale di questi documenti, in effetti, restituisce un quadro più articolato di quanto spesso emerga nel dibattito pubblico: nessuno di essi identifica il problema nella tecnologia in sé, ma tutti insistono sulla necessità di sviluppare autoregolazione, pensiero critico ed educazione digitale.

È da questa constatazione che nasce una riflessione che, come docente, ritengo importante condividere, e che riflette anche una mia posizione personale, maturata sul campo: il divieto e l’educazione all’uso consapevole dello smartphone non sono, a mio avviso, in contraddizione, ma si completano.

Proprio perché la circolare vieta un uso indiscriminato dello strumento, ritengo prezioso che la scuola si prenda cura, in momenti mirati e ben progettati, di insegnare agli studenti come usarlo con consapevolezza. È una cosa ben diversa dal lasciarlo semplicemente a disposizione: senza una guida, l’accesso libero allo smartphone rischia di riprodurre proprio quell’uso indiscriminato che la circolare vuole contrastare, mentre un utilizzo mirato e accompagnato dal docente ne fa uno strumento didattico a tutti gli effetti.

È una scelta impegnativa per il docente, come dirò più avanti, ma credo sia quella che dà pieno seguito allo spirito degli stessi documenti richiamati dal Ministero.


Il divieto riguarda uno strumento, non il digitale

La stessa circolare conferma pienamente l’utilizzo di computer, tablet, LIM e degli altri strumenti digitali a supporto dell’innovazione didattica, chiarendo che il divieto riguarda esclusivamente un dispositivo specifico.

Si tratta di un’innovazione didattica sulla quale la scuola ha investito da quasi due decenni, con un percorso che affonda le radici già nel 2007, quando si è cominciato a discutere di un Piano Scuola Digitale e sono partiti i primi progetti per la diffusione della Lavagna Interattiva Multimediale (LIM) nelle classi.

Il Piano Nazionale Scuola Digitale (PNSD), avviato nel 2015, ha poi dato a questo percorso una cornice organica e finanziamenti pluriennali strutturati, ponendo le prime basi sistematiche per l’innovazione digitale degli ambienti di apprendimento e la formazione dei docenti; i finanziamenti del PNRR hanno poi rafforzato ulteriormente questo percorso favorendo la realizzazione di ambienti innovativi di apprendimento; la piattaforma Scuola Futura ha rappresentato una risorsa preziosa per sviluppare e perfezionare le competenze dei docenti nell’uso didattico del digitale; i framework europei DigComp e DigCompEdu sono diventati riferimenti per le competenze digitali di cittadini e insegnanti; le nuove Linee guida per l’Educazione civica hanno infine inserito la cittadinanza digitale tra i nuclei fondamentali del curricolo.

Per la scuola italiana non si tratta di fare un passo indietro sull’uso del digitale, ma di regolamentare uno specifico dispositivo. Ed è proprio da qui che nasce la vera domanda pedagogica: è possibile educare al digitale senza, allo stesso tempo, educare all’uso dello smartphone?

Lo smartphone come ambiente digitale degli adolescenti

Lo smartphone è oggi il principale ambiente digitale degli adolescenti. È attraverso questo dispositivo che comunicano, cercano informazioni, leggono notizie, partecipano ai social network, producono contenuti, ascoltano podcast, utilizzano strumenti di intelligenza artificiale e costruiscono gran parte della propria identità digitale. Non è semplicemente un telefono: è il luogo in cui si sviluppa una parte significativa della loro esperienza quotidiana.


La letteratura internazionale sul mobile learning e sul Bring Your Own Device (BYOD) sottolinea da anni come i dispositivi mobili possano favorire forme di apprendimento flessibile, collaborativo e contestualizzato, proprio perché accompagnano lo studente dentro e fuori la scuola. Computer e tablet consentono molte delle stesse attività didattiche, ma lo smartphone ha una caratteristica particolare: è ciò che gli studenti usano ogni giorno e che, nella maggior parte dei casi, hanno già con sé. È il punto di accesso al loro ecosistema digitale.

Questo non significa che debba essere utilizzato sempre. Significa che la scuola non può rinunciare a interrogarsi su come educare gli studenti all’uso responsabile dello strumento che più di ogni altro caratterizza la loro vita quotidiana.

Smartphone in classe: il ruolo insostituibile della progettazione didattica

Nella mia esperienza di insegnante lo smartphone non è mai stato un semplice sostituto del libro o del computer, ma uno strumento al servizio di scelte metodologiche precise.

Nel corso degli anni ho svolto con lo smartphone diverse attività didattiche, sempre con un obiettivo preciso; ne riporto alcune a titolo di esempio: con Mentimeter, Wooclap o AnswerGarden ho raccolto idee e preconoscenze a inizio lezione, favorendo il brainstorming e l’attivazione cognitiva della classe; con Kahoot ho realizzato verifiche diagnostiche e formative rapide, con feedback immediato sia per gli studenti sia per me; con Vocaroo gli studenti hanno registrato interviste, dialoghi e podcast durante attività di pair work, superando spesso la timidezza legata alla produzione orale in presenza; attraverso QR code ho reso disponibile il materiale, anche differenziato, per le attività di cooperative learning; con Google Moduli ho ideato diverse escape room digitali; i dizionari monolingui online hanno favorito attività di riflessione lessicale e autonomia linguistica.

In tutte queste esperienze il protagonista non è mai stato lo smartphone, ma la progettazione didattica. E qui va detto con onestà: una lezione che prevede l’uso dello smartphone può risultare più impegnativa di una lezione tradizionale. Per esperienza diretta, richiede una progettazione più attenta delle attività, regole condivise chiare, un monitoraggio costante di ciò che accade tra i banchi, la capacità di prevenire le distrazioni in tempo reale. È proprio questo impegno aggiuntivo a trasformare un dispositivo di uso quotidiano in uno strumento di apprendimento, un impegno che, a mio parere, vale la pena sostenere. In fondo, non è forse questo il nostro compito di educatori?


Inclusione e accessibilità

La circolare mantiene la possibilità di utilizzare lo smartphone quando previsto dal Piano Educativo Individualizzato o dal Piano Didattico Personalizzato: una scelta che ne riconosce il valore, e non solo come strumento compensativo. Gli sviluppi più recenti della ricerca pedagogica, ispirati ai principi dell’Universal Design for Learning, suggeriscono però una prospettiva ulteriore: progettare fin dall’origine ambienti di apprendimento accessibili a tutti, anziché intervenire caso per caso con adattamenti successivi.

Le stesse funzionalità che rendono lo smartphone uno strumento inclusivo e di supporto al processo di apprendimento per alcuni studenti potrebbero essere utili per l’intera classe. Imparare a usarlo con consapevolezza e come aiuto allo studio è quindi una competenza utile a tutti.

Una questione di equità

C’è poi un aspetto spesso trascurato nel dibattito: non tutti gli istituti dispongono di una dotazione di tablet o computer sufficiente per attività individuali con ogni studente. In molte realtà lo smartphone ha rappresentato semplicemente il dispositivo più facilmente disponibile, permettendo di realizzare attività digitali senza gravare ulteriormente sulle famiglie o sull’organizzazione scolastica. Escluderlo del tutto, senza alternative equivalenti, rischia di penalizzare proprio i contesti con meno risorse.

Le ore fuori dalla scuola: chi educa al di là del divieto?

C’è un aspetto che il dibattito sul divieto tende a trascurare: la scuola occupa mediamente 5-6 ore della giornata di uno studente. Nel resto della giornata, l’uso dello smartphone resta per lo più privo di una guida strutturata: la famiglia ha un ruolo insostituibile, ma non sempre dispone del tempo o delle competenze per accompagnare i figli in questo percorso, mentre le piattaforme sono progettate per massimizzare il tempo di permanenza degli utenti, non il loro benessere, come segnalano gli stessi rapporti OMS e ISTISAN richiamati dalla circolare.

Se la scuola si limita a vietare lo smartphone senza insegnare a usarlo, rischia di lasciare scoperto proprio lo spazio educativo in cui il rischio di uso problematico è più alto. Per questo le poche ore scolastiche di utilizzo guidato assumono un valore che va oltre la singola attività didattica: sono probabilmente l’unica occasione strutturata in cui un adulto competente accompagna lo studente nell’uso consapevole dello strumento, un modello che nel resto della giornata raramente è garantito.


Regolare non significa rinunciare a educare

Il dibattito pubblico rischia di ridursi a una contrapposizione tra favorevoli e contrari al divieto. La scuola, invece, è chiamata a una sfida più complessa. Regolare l’uso dello smartphone durante le lezioni può contribuire a creare condizioni più favorevoli per l’apprendimento. Ma limitarsi a vietare non basta a formare studenti capaci di usare lo strumento con criterio anche fuori dalla scuola: la regolazione riduce le distrazioni nell’immediato, non insegna l’autoregolazione che serve nel tempo.

Gli stessi documenti richiamati dalla circolare insistono sulla necessità di sviluppare autoregolazione, benessere digitale, uso critico dei media e cittadinanza digitale. Sono competenze che non si costruiscono vietando uno strumento, ma educando al suo uso, e farlo richiede, come ho provato a raccontare, tempo, formazione e disponibilità dei docenti a mettersi in gioco con un lavoro di progettazione più oneroso.

È questa, credo, la sfida che attende oggi la scuola italiana: non decidere se essere favorevoli o contrari allo smartphone, ma aiutare gli studenti a trasformare il dispositivo che li accompagna ogni giorno da possibile fonte di distrazione a strumento di conoscenza, partecipazione e crescita personale. Perché educare al digitale significa anche educare allo smartphone. E questa responsabilità non può essere lasciata esclusivamente alle famiglie o agli algoritmi delle piattaforme digitali: appartiene, a pieno titolo, alla missione educativa della scuola.

Resta, infine, una domanda che la ricerca non ha ancora risolto del tutto: se il problema non fosse lo smartphone in particolare, ma il digitale nel suo complesso? Su questo servono risposte più solide dalla neuroscienza e dalle altre discipline coinvolte. Nel frattempo, però, insegnare un uso critico e consapevole dello strumento resta, a mio avviso, una scelta che non perde valore.



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