Un punto, a dieci anni dall’adozione dell’Agenda 2030, ma soprattutto «a quattro anni dalla scadenza che la comunità globale si è data per raggiungere gli obiettivi» di sviluppo sostenibile. Una valutazione sul procedere degli impegni, che va calata in un contesto di «incertezza diffusa che coinvolge ogni ambito della vita sociale, ambientale ed economico». Un’analisi a cui «servono dati di qualità. Innovazione e rigore scientifico sono indispensabili». Queste le parole con cui il presidente dell’Istat, Francesco Maria Chelli, ha presentato il Rapporto Sdgs 2026 dell’Istat.
Nell’ultimo anno la metà delle misure risulta in miglioramento (51%), oltre un quarto è caratterizzato da stabilità o stagnazione, i peggioramenti riguardano il 24% delle misure
Rapporto Sdgs 2026 dell’Istat
Segnali incoraggianti
Una nona edizione (321 misure statistiche connesse a 148 indicatori dell’Inter-agency and expert group on Sdg indicators delle Nazioni Unite per il monitoraggio degli avanzamenti dell’Agenda 2030 a livello globale) in cui emergono per l’Italia, sottolinea, «segnali incoraggianti. Nell’ultimo anno il 51% delle misure analizzate mostra miglioramenti. Considerando l’ultimo decennio, il 53,8% delle misure evidenzia tendenze positive».
Dall’altro lato, chiarisce, il «rapporto sottolinea che il percorso verso il 2030 richiede una vera accelerazione». Perché, argomenta, «oltre un quarto delle misure è fase in stagnazione, e circa il 24% presenta peggioramenti». Non solo. «Quasi il 35% delle misure nel corso degli ultimi 10 anni presenta andamenti incerti e discontinui, alternando progressi e regressi».

Rapporto, base per il dibattito pubblico
Per Enrico Giovannini, co-fondatore e direttore scientifico dell’Alleanza Italiana per lo sviluppo sostenibile – Asvis «a quattro anni dalla scadenza, il vero tema», sottolinea a proposito del raggiungimento degli obiettivi «è quello che manca, non quello che è stato fatto. E manca tantissimo. Non basta dire abbiamo migliorato rispetto al passato».
Il rapporto, aggiunge, «arriva in momento molto rilevante. La prossima settimana l’Italia presenta infatti la sua Voluntary national review», con i propri progressi nell’attuazione dell’Agenda 2030. «Entro l’anno poi il Governo deve aggiornate la propria politica di sviluppo sostenibile e questo rapporto può fungere da bagno di realtà».
Perché, chiarisce, «l’Italia è lontana dall’essere sostenibile». L’augurio è che «questi dati siano messi alla base del dibattito pubblico e politico nelle prossime elezioni. Il punto è che la prossima legislatura scavallerà il 2030 e se non acceleriamo nei prossimi 5 anni l’Agenda 2030 non la raggiungeremo e c’è il rischio di avere un Paese simile a quello del 2025 senza questo scatto».
La transizione desiderabile
Su indicatori sintetici e in grado di arrivare all’opinione pubblica e sull’importanza di liberare le «energie dei cittadini» è intervenuto Leonardo Becchetti, ordinario presso l’università di Roma Tor Vergata e voce dell’economia civile. «La realtà», spiega, «è fatta di connessioni. Se noi riusciamo a metterle in luce, siamo più bravi a trovare politiche che risolvono i problemi. In tema di rinnovabili», precisa, «se vogliamo andare avanti, dobbiamo insistere su quelle che policy che fanno in modo che la transizione migliori la condizione delle persone più povere e anche i costi di produzione delle imprese».


Le variazioni negative
Nel dettaglio del Rapporto 2026, variazioni negative si sono riscontrate nel Goal 16 (Pace, giustizia e istituzioni), per il peggioramento della rappresentanza femminile e giovanile in Parlamento.
E per l’incremento dell’affollamento carcerario: nel 2025 l’indice di affollamento carcerario è peggiorato (123,8, da 120,6 del 2024), a causa dell’incremento sia della popolazione detenuta italiana sia, in misura inferiore, di quella straniera.
Variazioni negative anche nel Goal 4 (Istruzione), a causa del deterioramento delle competenze degli studenti e della contrazione della quota di giovani laureati e nel Goal 1 (Povertà zero), per il peggioramento delle misure di povertà e deprivazione.
Le variazioni positive
Il Goal 17 (Partnership per gli obiettivi) registra avanzamenti per tutte le misure considerate. Quote elevate di miglioramento si sono osservate anche nei Goal 10 (Ridurre le disuguaglianze), per l’attenuazione delle disuguaglianze distributive, e 2 (Fame zero), grazie al miglioramento di alcune misure di sostenibilità dell’agricoltura.
Fermi sull’ambiente
Le misure ambientali presentano una maggiore inerzia: nel Goal 15 (Vita sulla terra) oltre tre quarti delle misure restano stabili. Livelli di stabilità elevati hanno interessato anche i Goal 6 (Acqua) e 14 (Vita sott’acqua).


L’Italia è sempre più divisa: pochi sempre più ricchi, molti sempre più poveri. Disuguaglianze così larghe non sono solo una questione di equità sociale, sono un problema per lo sviluppo del Paese e il futuro delle nuove generazioni. Come uscirne? Le vie possibili nel numero di VITA magazine di febbraio.
SEMPRE PIÙ RICCHI, E SEMPRE PIÙ POVERI?
Le differenze con il Sud
L’analisi delle disparità regionali rispetto ai 17 SDGs ha messo in evidenza una geografia articolata. Le aree People e Prosperity confermano il dualismo territoriale a svantaggio del Mezzogiorno. Le aree Planet, Peace e Partnership restituiscono invece una polarizzazione più sfumata e, per molte delle misure dell’area ambientale, risultati relativamente più favorevoli per il Mezzogiorno.
Nell’area People, Goal 1 (Sconfiggere la povertà), emerge come permangano «profonde disparità territoriali nel rischio di povertà o di esclusione sociale, con un’incidenza nel Mezzogiorno (38,4%) quasi tripla rispetto al Nord (13,1%), nonostante i miglioramenti rilevati in Molise e Calabria e i peggioramenti che hanno interessato Piemonte e Liguria».
Nell’area Prosperity poi quasi tutti i Goal segnalano condizioni più favorevoli al Nord e fragilità più accentuate al Sud, con la sola eccezione del Goal 11 (Città sostenibili). Le distanze più rilevanti riguardano il Goal 10 (Ridurre le disuguaglianze), dove Campania, Calabria e Sicilia mostrano marcate vulnerabilità nel reddito e nel rischio di povertà.
Il rapporto con l’Europa
Nel 2025 circa la metà degli indicatori (49,0%) colloca l’Italia in una posizione di svantaggio rispetto alla media Ue27. Il 34,0% segnala un vantaggio e il 17,0% un posizionamento prossimo alla media europea.
Rispetto al 2015 si osserva tuttavia un parziale miglioramento: la quota degli indicatori favorevoli era allora pari al 28%, mentre quella degli indicatori sfavorevoli raggiungeva il 54%.
Il profilo più favorevole si osserva nel Goal 12 (Consumo e produzione responsabili), in cui tutti gli indicatori considerati collocano l’Italia in posizione migliore rispetto alla media Ue27.
Gli indicatori con valori migliori dell’Ue prevalgono anche nei Goal 2 (Fame zero), 5 (Parità di genere), 7 (Energia) e 16 (Pace, giustizia e istituzioni).
Le criticità più marcate emergono invece nel Goal 15 (Vita sulla terra), dove tutti gli indicatori collocano l’Italia in posizione peggiore della media europea, e nei 8 (Lavoro dignitoso e crescita economica), 13 (Lotta al cambiamento climatico), 10 (Ridurre le disuguaglianze), 11 (Città sostenibili) e 9 (Imprese, innovazione e infrastrutture), nei quali la quota di indicatori critici è particolarmente elevata.
Resta informato su ProdurreBene.
In apertura foto di Thilina Alagiyawanna per Unsplash. Nel testo foto di Alessio Nisi
Vuoi accedere all’archivio di VITA?
Con un abbonamento annuale puoi scaricare e leggere più di 100 numeri del nostro magazine: ogni numero una storia sempre attuale. Oltre a tutti i contenuti extra come le newsletter tematiche, i podcast, le infografiche e gli approfondimenti.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Alessio Nisi
Source link


