Il Rally di Roma Capitale funziona. Adesso arriva la prova vera

Oltre la classifica, oltre la polvere sollevata, oltre l’asfalto morso dalle gomme spinte dal rombo dei motori. C’è un modo di valutare un evento sportivo che non si ferma alla classifica: va oltre. La classifica del Rally di Roma Capitale 2026 dice che Roberto Daprà e Luca Guglielmetti hanno vinto con 13 secondi di margine, quattro scratch, e la lucidità di chi ha scelto il momento giusto per attaccare sulla Piana di Rascino. È una storia bella, già raccontata. (Leggi qui: Daprà vince il Rally di Roma Capitale: 5 anni dopo, da campione sotto le Frecce Tricolori).

L’altra storia riguarda l’evento in sé. Cosa ha dimostrato questa quattordicesima edizione e cosa deve ancora dimostrare.

Quello che ha funzionato

(Foto: ACI Sport)

Partiamo dai fatti. Centoventisei partenti, 29 nazioni rappresentate. Centinaia di migliaia di spettatori lungo le strade del Lazio, dall’EUR al Reatino, dalla Valle dell’Aniene a Via della Conciliazione. Una prova spettacolo al Colosseo che ha reso l’apertura del venerdì sera un’immagine difficile da dimenticare. Una cerimonia di premiazione ai piedi di San Pietro con il sorvolo delle Frecce Tricolori, per la prima volta in assoluto autorizzato dallo Stato della Città del Vaticano: un dettaglio che dice tutto sulla capacità organizzativa di Max Rendina di muoversi tra istituzioni diverse con una disinvoltura che è metodo costruito in quattordici anni.

L’evento ha funzionato anche sotto il profilo agonistico. Tre equipaggi italiani hanno guidato la gara in tre momenti diversi: Andrea Nucita nella prova spettacolo del Colosseo, Andrea Crugnola fino alla sesta speciale, Roberto Daprà dalla Piana di Rascino fino al traguardo. È la dimostrazione che il rallismo italiano ha una profondità di talento che va oltre i nomi già affermati. Daprà non è una sorpresa: è una crescita progressiva che questa gara ha certificato con la vittoria più importante della sua carriera.


Il podio finale (Daprà, Teemu SuninenBoštjan Avbelj) racconta anche un’altra cosa: Giandomenico Basso, campione in carica e recordman dell’evento, ha ceduto il terzo posto solo nel finale, chiudendo quarto. Il Made in Italy ha tenuto dall’inizio alla fine.

Lancia e la scommessa che regge

La Lancia al Rally di Roma (Foto Lancia)

C’è un numero che vale come indicatore di salute dell’intera manifestazione: trenta Lancia Ypsilon in griglia. Oltre un quarto del totale dei partenti. Un anno di vita per la nuova avventura sportiva della casa torinese e già una presenza che supera le aspettative iniziali.

Non è andato tutto bene per Lancia (Crugnola è uscito sulla PS6, Mabellini ha chiuso ottavo senza mai trovare il ritmo) ma la massa critica è lì, visibile, misurabile. Bonato quinto assoluto, Di Giovanni vincitore nel Trofeo Rally4. Una flotta che porta il nome di un marchio storico del rallismo mondiale su strade che quel marchio aveva già reso leggendarie negli anni Ottanta.

Se la scommessa Lancia regge (e i numeri dicono che regge) il Rally di Roma Capitale diventa il palcoscenico naturale di un ritorno che ha anche un significato industriale, non solo sportivo.

La prova vera: il ranking di fine anno

(Foto: Manrico Martella / Pure WRC Agency / ACI Sport)

Ma il giudizio definitivo sulla maturità dell’evento non arriverà dalla classifica di luglio. Arriverà dal ranking internazionale che verrà compilato a fine anno, e che terrà conto di quattro variabili distinte.


La prima è la sicurezza del tracciato: parametro tecnico, misurato con precisione, che valuta la qualità delle strade scelte, la gestione dei punti critici, la coerenza tra il profilo dichiarato delle prove e le condizioni effettive di gara. La presenza di Ott Tänak con il numero zero — apripista ufficiale, al volante della Toyota GR Yaris Rally2 laboratorio per raccogliere dati in ottica WRC 2027 è già una forma di validazione preventiva da parte di chi quella valutazione la fa sul campo.

La seconda è la qualità dell’organizzazione: 1.200 persone al lavoro durante la settimana del rally, una macchina logistica che gestisce contemporaneamente prove nel Reatino, nella Valle dell’Aniene e nel centro di Roma, con autorizzazioni che coinvolgono Roma Capitale, la Regione Lazio, il Ministero per lo Sport, l’Aeronautica Militare e lo Stato della Città del Vaticano. Rendina ha ringraziato tutti sul palco: era il riconoscimento pubblico di una rete istituzionale costruita in anni di lavoro.

Max Rendina

La terza variabile è quella che nel gergo del ranking si chiama «legacy territoriale»: la capacità dell’evento di generare sviluppo economico e turistico nelle aree attraversate dalle prove speciali. Roma è la Città Eterna, il Lago Turano, le strade di Subiaco, le gallerie del Monte Livata, le strade di Poggio Moiano, la Ciociaria che dall’anno prossimo tornerà sul tracciato: sono territori che per tre giorni entrano nella mappa mentale di appassionati provenienti da 29 nazioni. Trasformare quella visibilità in flussi turistici stabili è il passaggio che distingue un rally di qualità da uno di eccellenza.

La quarta è la sostenibilità ambientale, sulla quale Rendina ha lavorato in modo sistematico: riduzione delle emissioni nella logistica, gestione dei rifiuti, attenzione al territorio attraversato. È una variabile che nel ranking WRC pesa sempre di più, e sulla quale Roma Capitale ha investito con una consapevolezza che non era scontata.

La strada verso il 2027

Ott Tänak non era a Roma per vincere. Era a Roma per studiare. Il dato è già una notizia: significa che la FIA e il promotore WRC hanno grandi aspettative con l’inserimento del Rally di Roma Capitale nel calendario mondiale a partire dal 2027. Significa che le strade laziali — il Reatino, la Valle dell’Aniene, i tratti appenninici — hanno già superato la valutazione.


Roberto Daprà (Foto: ACI Sport)

Quello che manca è la formalizzazione di quanto l’asfalto ha già messo in luce e che il ranking di fine anno contribuirà a certificare. È la dimostrazione che l’evento può reggere la pressione del palcoscenico mondiale non solo per una o due edizioni, ma come appuntamento strutturale del calendario. È un salto di scala che richiede risorse, istituzioni ancora più coinvolte, e una visione di lungo periodo.

Ma i presupposti ci sono. Una città che offre il Colosseo e San Pietro come scenari naturali di apertura e chiusura non ha equivalenti nel calendario mondiale. Una nazione che produce piloti capaci di guidare per tre giorni una gara di livello europeo non ha bisogno di importare competitività. Un’organizzazione che ha costruito in quattordici anni la capacità di gestire 1.200 persone e trenta istituzioni diverse non parte da zero.

La prova vera comincia adesso. Il ranking la registrerà. Roma è pronta a farla.


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